Abitare il silenzio

Questo articolo è l’intervento di Nicoletta Polla Mattiot a That’silence. Un meraviglioso intervento! Manteniamo lo stilo del parlato, come nell’articolo Imparare a parlare, imparare a amare.

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Abitare il silenzio

Ringrazio Silva per avermi coinvolta, oltre a Nicoletta, mia omonima. Sono qui più che come giornalista come fondatrice, insieme a Duccio Demetrio, dell’Accademia del Silenzio. Mi occupo di silenzio dal 1988, da lunghissimo tempo. Per me il silenzio è stato oggetto di studio personale in ambito linguistico come strumento e tecnica di comunicazione. L’incontro con il professore Demetrio ha trasformato questo lavoro sul silenzio in un percorso di ricerca pedagogica sul silenzio, su come possa diventare uno strumento di ricerca individuale, di relazione, comunicazione e interazione sociale. Oggi è particolarmente interessante per me essere qui perché vorrei esplorare con voi quello che, in Accademia del silenzio, facciamo ormai da 5 anni: provare a vedere il silenzio come limite e contestualmente come opportunità. Il silenzio come soglia, come affaccio, come sguardo su un altrove, su un altrimenti.

Spazio e tempo del silenzio

Avevo scelto di parlarvi dello spazio e del tempo del silenzio, quindi più di spazio e di tempo che di silenzio. Vorrei iniziare citando una frase non mia ma che uso spesso durante i seminari dell’Accademia del silenzio, una specie di viatico che, oggi, mi sembra tanto più interessante, visto che questo è un convegno che ci pone nella capacità di guardare tra le parole, tra le persone, guardare in mezzo.

È una bellissima definizione del confine, di Ugo Morelli

Il confine è dove ognuno di noi comincia, il margine è dove inizia la mia possibilità, dove riconosco ciò che mi manca e ciò che io non sono ma ciò che io non sono, se ci pensiamo bene, è ciò che io posso diventare.

Ugo Morelli

Abitare il silenzio

downloadHo cercato una casa per questo silenzio e ne ho trovata una in oriente e una in occidente. Come possiamo vedere in questo breve video se modelliamo l’argilla per farne un vasellame, l’utilità del vasellame dipende da ciò che non c’è, l’utilità di una casa dipende da ciò che non c’è. Così, traendo partito da ciò che è, si usa ciò che non c’è. È il non c’è di un vaso, la parte vuota, che ne costruisce l’utilità e lo fa essere vaso. Non sono le pareti che costituiscono la casa ma il vuoto circondato dalle pareti che ne fa una casa. Quel vuoto è lo spazio che abitiamo, quello che c’è, la parete della casa, è solo ciò che la circonda, quel confine, quel limite che la circoscrive, lo delimita e lo rende spazio vuoto, determinato, non astratto, spazio dialettico dentro cui abitare.

Torniamo in occidente. Parlando di spazio mi è venuto in mente Esiodo, alle origini della nostra cultura occidentale. Pone l’origine del mondo nel caos, che etimologicamente significa cavus e sostanzialmente cavo. Il verbo corrispondente significa mi apro, mi spalanco, ancora una volta un richiamo al vuoto.

Il principio di tutte le cose, l’inizio del mondo, è il vuoto, il nulla, lo spazio vuoto da cui poi nasce terra e tutte le cose. C’è un bellissimo passo di Valentino, eretico del secondo secolo dopo Cristo, agli esordi della cultura occidentale che dice che, all’origine del mondo, la creazione, Dio è abisso. La definizione di Dio è abisso.

Ancora una volta non solo una immagine di vuoto ma anche di vergine di vuoto. Per Valentino Dio è abisso e silenzio. Valentino ci spiega che Abisso è il lato maschile del divino mentre silenzio è il lato femminile e prosegue: abisso e silenzio sono una sola cosa. Il principio divino, in quella notte dei tempi, abisso pose un seme in silenzio, silenzio diventò pregna e generò intelletto e verità da cui nacquero anche parola e vita.

Perché sono andata così indietro a prendere un mito teogonico?Perché mi colpisce l’affinità di questi miti cosmogonici, miti che raccontano come è nato il mondo, com’è la creazione del mondo. Da dove tutto comincia, da dove parte la materia. La materia parte dal nulla assoluto ed è il nulla che produce qualcosa.

Nulla

Nel 2012 Frank Close, ha scritto un libro bellissimo, che si intitola “Nulla”. Un libro dotto ed estremamente scientifico dove spiega un principio abbastanza evidente e cioè che il 99,99% della materia è, in realtà, fatto di vuoto. In questo libro spiega un principio acclarato. L’atomo è fatto di una parte infinitesimamente piccola di materia, tutto il resto è vuoto. Per renderlo visivamente, per far capire questo concetto difficile da intuire anche solo con il pensiero, venne fatta una esposizione al CERN, utilizzando la struttura che vedete nell’immagineCERN. Un edificio sferico alto 20 metri. All’interno di questa enorme cupola venne appesa una pallina del diametro di un millimetro: questo è tutto il pieno che c’è nella materia.

Perché parto da qui?

Perché l’immagine, la sensazione, la percezione che abbiamo della materia, di un tavolo, un pezzo di carta, di una penna che teniamo in mano, è qualcosa di pieno. Questa immagine del grande vuoto in qualche modo contrasta con l’esperienza ma anche con l’abitudine che abbiamo, del troppo pieno. Spazi affollati, tempi affollati. Questa è la sensazione del contemporaneo. Abbiamo case cariche di cose, agende cariche di impegni. Una quantità di tecnologia e strumenti che ottimizzano il tempo e, contestualmente, ci rendono fitti di cose da fare e da ricordare, fitti di sollecitazioni.

Il mondo della comunicazione

Pensate al mondo della comunicazione oggi: ogni notizia ed evento è trasmesso in tempo reale e in tempo reale siamo in grado di conoscere quello che avviene in qualsiasi parte del mondo. La sensazione è quella di un grandissimo affollamento. Ma il nucleo della realtà, il nucleo, l’essenza è minuscolo, infinitesimale. Questo sembra un enorme cambio di prospettiva, anche in relazione al mondo della comunicazione. È come se, scientificamente, si suggerisse: se il nucleo dell’atomo è un millimetro rispetto alla vastità del vuoto, il valore forse non è la quantità, non è la dimensione e neanche la visibilità. La comunicazione non passa da tante parole accumulate, forse il valore del messaggio, della parola sarebbe più opportuno dire, è proprio laddove diventa scabra ed essenziale. Laddove quel nucleo è appeso in mezzo al nulla e dal nulla viene, in qualche modo sostenuto. Un infinitesimo seme di pieno in mezzo al totale vuoto!

Ecco perché mi sembrava valesse la pena di suggerire qui, oggi, più che la mancanza di silenzio, che rileviamo nell’Accademia del silenzio, più che altro è una mancanza di vuoto che non un assenza di rumore. Un problema di tempo, ritmo, spazio. Il tempo, come accennavo prima, è connesso al fare le cose molto più velocemente rispetto ad una volta.

Pensate a come è cambiata la percezione del trasporto, del passare da un luogo all’altro. Facciamo tutto molto più velocemente e abbiamo la sensazione che il tempo non basti mai. Non solo: sono spariti i tempi morti, fatti di vuoto. È sparita la noia, non accettiamo più di annoiarci. Uno psicoanalista che amo molto dice che, ogni tanto, dovremmo lasciare la mente vuota, perché nel vuoto c’è la creatività, la capacità di rinnovarsi, non nel pieno, non nelle continue sollecitazioni, nell’accumulo continuo di parole, lettura, cose da fare e da vedere. Ancora una volta, parlare di silenzio è parlare di ritmo.

9788857509938gCredo che, se c’è qualcosa che è cambiato, è l’accelerazione con cui viviamo. Uno sguardo diverso sul silenzio può essere concepirlo come una pausa all’interno del tempo. Come un cuneo che si interpone, come la possibilità di rallentare la morsa della concitazione, per avere maggiori pause.

Vi racconto un esperimento che è stato fatto. Non l’ho potuto portare perché la registrazione non era molto buona. Un gruppo di biologi ha condotto degli esperimenti per valutare il canto degli uccelli in città molto urbanizzate, metropoli come Torino o Milano. Da queste registrazioni risulta che il canto è molto meno pausato, a causa dell’inquinamento acustico. Ci si aspetterebbe che il tono del canto si alzi e diventi più acuto e più forte per farsi sentire, in realtà è semplicemente più accelerato, con meno pause tra un cinguettio e l’altro. Meno pause negli scambi, nei cinguettii tra animali della stessa specie.

Lo stesso tipo di esperimento è stato fatto all’università di Napoli sul linguaggio verbale.Sono stati esaminati 50 anni di lingua italiana, parlata e scritta. Lessicalmente la lingua italiana non è cambiata moltissimo. Quello in cui è cambiata è, ancora una volta, il ritmo. Le persona la usano molto più in fretta rispetto al passato, per il numero di pause che interpongono fra le parole. Se pensiamo a un test scritto, è come se, nel tempo, gli spazi bianchi tra una parola e l’altra si fossero ristretti. Quando impaginiamo un testo se non riusciamo a farlo entrare nello spazio definito che abbiamo diminuiamo lo spazio tra le parole e tra le lettere. Ma se si riduce troppo quello spazio le parole diventano illeggibili, un unico fiume di lettere senza senso compiuto.

La mancanza di spazio

Poi c’è la mancanza di spazio. Ci circondiamo di tante cose, anche se è una ricchezza e una opportunità mi piacerebbe mettere l’accento sul fatto che in realtà, tutto quello che facciamo (dove andiamo, cosa compriamo, cosa visitiamo) è ricostruibile e ripercorribile. È tutto tracciabile. Più che spaventarmi questo grande fratello, mi spaventa la memoria millimetrica dove nulla si perde, dove tutto si tiene simultaneamente, contemporaneamente, sulla superficie di una TV, di un cellulare, di un monitor. Si perde così una delle operazioni salvifiche che è quella della rimozione, la capacità di dimenticare qualcosa. Di mantenere qualcosa e di perdere qualcosa d’altro. Ci sono molti studi su persone che hanno una memoria eccezionale, in particolare il caso di Solomon Veniaminovich Shereshevsky che Alexsander Lurja studiò con attenzione per moltissimi anni. Questo mnemonista non riusciva a dimenticare. È una condanna terribile il non poter dimenticare, il non poter avere spazi che si rinnovano, spazi di vuoto anche all’interno della propria memoria. Poiché noi siamo quello che ricordiamo e anche quello che non ricordiamo, siamo quello che abbiamo vissuto ma senza la necessità di una contemporaneità e contestualità.

Perché insisto su questo punto? Perchè penso che questa memoria millimetrica, questa possibilità di essere continuamente aggiornati, presenti, tracciabili, ubiqui ci tolga la possibilità dell’affondo, ancora una volta quell’abisso, quello spazio vuoto, quella vertigine del vuoto che in realtà ha accesso al confine, alla soglia, a quella porta che il silenzio permette, alla quale dà accesso.

Il tempo dell’attesa

In questo modo metaforico con cui sto parlando, per arrivare alla fine dell’abitare spazio e temo, per poter guardare in modo diverso al silenzio, per proporvene uno sguardo che è quello che proviamo ad esplorare nell’Accademia del silenzio, ho pensato di proporre due azioni che il silenzio insegna: la prima azione è l’attesa, un’azione estremamente passata di moda nel tempo contemporaneo. Credo che il tempo svuotato, nel senso che abbiamo detto, sia un tempo guadagnato. L’attendente, facendo ancora una volta riferimento all’etimologia, non è solo colui che attende, che aspetta qualcosa ma è colui che attende perché si dedica a qualcuno, a qualcosa. questo è colui che attende.

riscoprire_icoRicordate la favola del Piccolo Principe? Che cos’è che trasforma una rosa uguale a tutte le rose all’unica rosa da amare? È il tempo che il Piccolo Principe spende per dedicarsi a quella rosa. In questo senso l’attesa è in realtà una azione. Non ha nulla di passivo, è una azione che è capacità di creare legami. Non solo: attendere significa anche dare un avvenire. Si attende qualcosa che deve venire, qualcosa che ancora non c’è; anche questa è una dimensione di azione e non una dimensione passiva. E, se vogliamo, attendere è il verbo che in tutte le lingue più diffuse – italiano, francese, inglese, tedesco – è la parola che indica generare. Si aspetta un bambino in tutte queste lingue. In qualche modo il corpo si fa contenitore, fa spazio per ospitare il pieno generativo. Non è nient’altro che attesa, ancora una volta, attesa incarnata da cui si genera vita. Quindi tempo svuotato – Azione dell’attesa – questa è la prima proposta per abitare il silenzio.

Uno spazio svuotato

La seconda proposta è uno spazio svuotato in cui può avvenire una contemplazione. Anche qui vi chiederete perché uso la parola azione visto che, apparentemente, non c’è nulla di più passivo della contemplazione. Invece, ancora una volta, se si va all’origine della parola, dentro la parola contemplazione è contenuto templum. Il tempio greco è fatto di molti pieni, colonne, e molti vuoti. Paolo Valesio ha fatto un lavoro sullo spazio svuotato e sull’azione della contemplazione. Dice che contemplare è la capacità di costruire uno sguardo archietettonico attorno a quello che vediamo. Detta in modo semplice: posso guardare la persona che è davanti a me, posso guardare voi e in mezzo a voi e posso cogliere non solo quello che c’è ma anche quello che c’è in mezzo e quello che c’è in mezzo racconta molto di noi. Pensate per esempio alla distanza che mettono le persone quando parlano. Quindi le due azioni possono essere, semplicemente l’attesa (1) e la contemplazione(2) in una accezione del silenzio attiva e propositiva. Chiuderei con due brevissime suggestioni che si collegano a quello detto finora. La prima è una citazione di Susan Sontag, che parla del silenzio all’interno della struttura linguistica verbale ma che credo dica una cosa molto interessante e che si collega, come un filo, a quello detto finora.

Il silenzio ha la capacità di insidiare il linguaggio cattivo e il linguaggio cattivo, qualunque esso sia, è il linguaggio dissociato dal corpo. Un linguaggio disormeggiato dal corpo è un linguaggio dissociato dal sentire. Un linguaggio senza il corpo è totalmente privo di senso. Susan Sontag “L’estetica del silenzio” (citazione non letterale)

Ecco perché il silenzio può controbilanciare questa tendenza: perché fornisce al linguaggio e alla comunicazione, una sorta di zavorra, lo àncora al corpo.

L’altra suggestione viene da Pino Roveredo, un autore che amo molto. Nel libro “Mandami a dire” racconta che c’è un mondo in cui parlare con le mani diventa una necessità. Un mondo in cui l’assenza di voce impone la cortesia dello sguardo. Racconta con un certo rimpianto che, da bambino, usava la lingua dei segni perché i suoi genitori erano sordomuti. Alla loro morte ha disimparato questa lingua e scrive un racconto pieno di nostalgia in cui dice  “I discorsi con le dita, si ascoltano con gli occhi e hanno una intensità che va ben oltre le parole che si urlano senza il bisogno della presenza. Nel mondo del silenzio le cose più semplici non si possono mandare a dire. È obbligo mostrarle, così un abbraccio abbraccia, un bacio bacia, e una carezza accarezza.

Credo che questa descrizione sintetizzi quello che possiamo reciprocamente imparare dalla lingua dei segni e credo che dica, con grande emozione, una emozione legata alla sua vita e alla sua esperienza, quello che è il linguaggio dell’amore: un linguaggio che siamo obbligati ad ascoltare con gli occhi.

© Nicoletta Polla Mattiott 2015

 

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