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Avere la testa sul collo…forse troppo!

Avere la testa sul collo era una raccomandazione che ha accompagnato tutta la mia adolescenza. Evidentemente i miei genitori avevano dei dubbi su dove fosse collocata la mia testa: forse nelle nuvole? Il problema è che questa raccomandazione induce e sostiene uno dei blocchi più forti: quello del collo, per l’appunto.

Il collo infatti raccoglie le tensioni legate alla connessione mente – corpo. E’ una struttura muscolare poco sviluppata alla nascita, tanto che i neonati non sono in grado di tenere la testa su da soli e imparare a farlo è uno dei primi compiti di sviluppo e anche uno dei criteri diagnostici su come sta crescendo. Un movimento chiave, quindi, per l’assetto del corpo e per la possibilità di apprendere altri movimenti, come ruotare su un fianco, gattonare, camminare.

La genesi dei muscoli del collo

I muscoli del collo e del volto si sviluppano funzionalmente già a livello prenatale, garantendo le possibilità espressive del viso alla nascita ma, avere la testa sul collocome dicevo prima il controllo volontario – attraverso i muscoli del collo – della testa è una abilità successiva. Uno studio longitudinale condotto su bambini dai 6 ai 18 mesi, volto a mostrare la modificazione degli atteggiamenti posturali, ha mostrato che dopo i 12 mesi compare un’attività preparatoria all’azione e che questa attività si concentra in particolare nella zona del collo. Impariamo quindi fin da piccolissimi a contare sul collo per coordinare il movimento di braccia, tronco, testa, spalle.

Spesso la postura in utero fornisce un imprinting alla posizione del collo e molti neonati nascono con la testa leggermente reclinata su di un lato: una caratteristica forma a C che, se non trattata, tende a rimanere anche in età adulta.

La cosa affascinante è che, nel collo, lo stesso muscolo costituisce l’effettore di archi riflessi e agisce in interazione con altri muscoli. Cosa che non avviene  in altre parti del corpo. Il collo si rivela così, proprio nella sua motilità, una specie di  intreccio di processi neuromuscolari, più complesso di quanto non sembri.

Testa in avanti

testa in avanti

A differenza della bellissima oca che abbiamo qui di lato, per noi esseri umani la postura che comporta la testa in avanti non è una buona postura. La testa e il collo dovrebbero infatti occupare la posizione centrale immaginando una linea che attraversi la spalla dall’alto verso il basso. Eppure la testa in avanti una posizione frequentissima e ben dichiara il nostro desiderio di comprendere le cose prima di farle e un certo atteggiamento dinamico e aggressivo che pone i processi di pensieri al primo posto tra gli strumenti di comprensione della realtà. Un primo posto certamente non meritato.

Questa posizione è il primo segno della nostra modernità? Difficile rispondere a questa domanda così generale ma certamente la fiducia che abbiamo nei processi speculativi non è bilanciata da una pari fiducia nella capacità del corpo di comprendere cosa sta avvenendo nel mondo attorno a noi.

Un’altra postura molto frequente è quella che comporta una tensione e un accorciamento dei muscoli posteriori del collo e che corrisponde ad una tensione anche dei muscoli del cuoio capelluto, estendendosi dalla base del cranio alla sommità della testa.

La tensione del collo e della mandibola sono spesso molto collegate, non solo funzionalmente: lo sforzo di capire infatti si accompagna ad una determinazione che comporta una tensione anche mandibolare e che risuona quindi anche nello sguardo. Possiamo così iniziare a comprendere che il blocco oculare, quello orale e quello relativo al collo formano spesso un’unica unità di tensione che risulta frequente nelle strutture caratteriali più primitive, ossia nel carattere schizoide e orale. Le tensioni oculari e mandibolari spesso si sciolgono e allentano proprio attraverso la manipolazione delle tensioni nel collo. In una parola, se teoricamente spieghiamo i blocchi affrontando il corpo, segmento per segmento, non dobbiamo dimenticare che siamo un’unità funzionale e relazionale e che i nostri blocchi hanno un’espressività emotiva.

Le emozioni trattenute

Le emozioni trattenute sono spesso emozioni primarie legate al sentimento di rabbia e tristezza. Spesso infatti, lavorando su questa area, emergono sensazioni di “magone”, un dolore viscerale acuto, percepito nella gola, legato alle lacrime che abbiamo trattenuto.

I bambini reprimono gran parte delle loro emozioni per adattarsi alle condizioni dell’ambiente familiare. Cominciano col trattenere le espressioni di paura, rabbia, tristezza e di gioia perché pensano che i loro genitori non siano in grado di confrontarsi con questi sentimenti. Di conseguenza diventano sottomessi o ribelli; né l’uno né l’altro di questi due atteggiamenti rappresenta una espressione genuina di sentimento. La ribellione è spesso la copertura di un bisogno, mentre la sottomissione è spesso la negazione della rabbia e della paura. Alexander Lowen

Reprimere le emozioni è la prima azione di sviluppo che facciamo da bambini: avremmo bisogno di poterle esprimere per comprenderle ma desideriamo crescere in fretta e, non essendo ancora in grado di elaborarle, scegliamo la via breve: quella del trattenere. Una azione che spesso è apprezzata dai genitori e salutata come un elemento di crescita, anziché come uno dei primi passi che compiamo sulla strada che ci fa perdere le due componenti fondamentali della gioia: libertà e innocenza.

Avere la testa sulle spalle

Oltre alla posizione troppo in avanti o troppo indietro, si possono stabilizzare anche altre posture, come quella reclinata su un lato. Lowen affronta questa postura, che definisce “a capestro”, nel suo bellissimo capitolo sugli hangs up, in Bioenergetica. Quello che accade è uno spostamento di lato della testa che interrompe la connessione tra la testa e il resto del corpo ed è anch’essa associata al carattere schizoide. Questa posizione comporta una disorganizzazione tra i vari segmenti corporei.

Il collo e l’equilibrio

Ci sono diversi meccanismi riflessi che hanno sede nel distretto del collo e che sono importanti ai fini del mantenimento dell’equilibrio. Il sistema vestibolare assicura l’equilibrio del corpo, registrando la posizione e il movimento della testa nello spazio, orientando la postura attraverso l’integrazione delle informazioni vestibolari e oculari e integrando le informazioni di equilibrio statico con quelle di equilibrio dinamico, legato al funzionamento delle creste ampollari . Nel 1997 è stata condotta una ricerca che metteva a confronto soggetti con labirintite e soggetti normali (Ito, Corna, Von Breven et alii 1997). Questa ricerca metteva in evidenza che spesso si genera uno sforzo muscolare per sostenere la testa sul collo: sforzo che – nei soggetti con labirintite – non ha mai momenti di riposo. In questo caso, risulta evidente, come, una contrazione muscolare cronica che potrebbe essere su base emotiva, possa generare e/o mantenere un disturbo fisiologico come la labirintite. Lasciar cadere la testa – ossia assumere un movimento passivo della testa – sembrerebbe quindi un’impresa impossibile e fonte di grande paura: la paura di cadere.

Un semplice esercizio

Avere la testa sul collo...forse troppoUno degli esercizi più semplici della classe d’esercizi bioenergetici è proprio il lasciar cadere e ruotare la testa. Questo esercizio solleva sensazioni tutt’altro che semplici. In molti casi fa emergere la paura di “perdere la testa” o di “non risollevarsi”, sostenendo così quanto la percezione e l’eccesso di informazione propriocettiva che deriva dalla tensione muscolare possa influenzare la nostra paura del movimento e, per estensione, la nostra paura di muoversi.

Un semplice esercizio può quindi far emergere molte domande: che differenza propriocettiva comporta una tensione profonda? Cosa cambia nel movimento se cambia il tono muscolare? Cosa accade nella mente se il collo è rigido, elastico o incassato?

La ricerca in campo neuromuscolare sta finalmente dimostrando che l’organizzazione dell’esperienza visuo-spaziale non è un processo di natura mentale che si sovra-impone al corpo ma è generata dal corpo stesso e quindi le emozioni intervengono in questo processo, a pieno titolo.

Sciogliere il blocco: l’emergere dei sentimenti

Se è vero che ogni parte riflette il tutto, è la dinamica del tutto che determina il significato delle singole parti. Una mascella sporgente o le spalle tirate indietro possono indicare rabbia, ma è solo entrando in contatto con il cuore dell’individuo che possiamo sperare di conoscere lui e il motivo della sua collera. Per cui ogni informazione, perché sia significativa, non va trasformata in una facile formula di lettura del corpo. E’ piuttosto una domanda su come parlare e ascoltare di nuovo a partire dall’emozione repressa.

In genere il primo sentimento che si prova, quando si inizia a sciogliere un blocco è la tristezza: se possiamo permetterci di piangere quella tristezza, quel “break down into tears” ci permettere di tornare ad incontrare il nostro vero Sè; quello che abbiamo dissociato, nascosto o tradito, per amore di un’illusione. L’illusione che solo la perfezione ci renderà amabili.

Chi non sa piangere non sa neppure gioire. Il  pianto è come la pioggia: a volte dolce, a volte violenta, ma sempre necessaria alla vita della terra. Come il campo senza pioggia inaridisce così la vita senza lacrime diventa un deserto. ..Lo splendore degli occhi e del viso dopo il pianto è come il cielo dopo la pioggia: pulito, luminoso, fresco, scintillante.

Passata la tempesta, il cielo lavato di fresco è sereno e il mondo sembra in pace. Purtroppo negli esseri umani le tempeste emotive di rado puliscono completamente l’aria, perché la pace della mente dipende dalla pace del corpo. Alexander Lowen

© Nicoletta Cinotti 2017

Foto di ©oldpaintings, ©ANNA ….., ©gavim88

Bibliografia di riferimento

Lowen A. Bioenergetica, Feltrinelli

Painter J., Massaggio in profondità, Sugarco Ed.

Ruggieri V., Della Giovampaola S.,Il collo e le sue rughe, Nuova Biblioteca di Arti Terapie (Un libro complesso e prezioso)

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