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Cambiare e, nello stesso tempo, essere autentici

Man mano che la mia pratica di mindfulness procedeva mi sono accorta che accadevano – senza che ci fosse alcuna volontà – diversi cambiamenti nel mio modo di funzionare mentalmente. Cambiamenti che spesso mi venivano segnalati dagli altri ( e quindi, per questo, erano più attendibili).

Mi sono trovata così ad essere meno reattiva – e questo sembra scontato – più saggia, più intuitiva, più percettiva e, perché no, più poetica.

La sorpresa per questi cambiamenti era grande: non erano stati obiettivi che mi ero posta. Sono avvenuti mentre stavo facendo altro: praticavo con costanza, a volte trascinata dalla mia incrollabile fantasia, altre volte concentrata e pacifica. Il fatto che fossero avvenuti spontaneamente mi rendeva parecchio curiosa. So per esperienza professionale che spesso i risultati che si ottengono sono quelli che seguono la linea naturale di crescita della persona.Nello stesso tempo la sensazione che avevo era – da una parte – di essere cresciuta e quindi cambiata, e, dall’altra, di essere più me stessa.

Insomma un piccolo miracolo era avvenuto e volevo capire perché funzionava così bene (detto tra noi sono sempre stata curiosa ma, anche in questo caso la curiosità era cambiata: era diventata una curiosità più saggia!)

Il ruolo e l’efficacia della concentrazione

Certamente allenare la concentrazione produce molti benefici: aumenta la soddisfazione per quello che stiamo vivendo perché viene percepito con più chiarezza. Anche i dettagli più piccoli diventano significativi e interessanti. Il coltivare la concentrazione permette di essere più consapevoli di quello che stiamo facendo e attiva una inclinazione spontanea alla consapevolezza.

Questa attivazione è legata al fatto che siamo naturalmente in grado di essere consapevoli e quindi, attraverso una attenzione orientata e focalizzata, diventiamo più in grado di esercitare quella che è una facoltà spontanea e naturale.Inoltre la concentrazione rende la nostra mente più libera dall’influenza dell’umore, capace di trascinarci da tutte le parti. Diventiamo quindi anche più stabili e più equanimi.

Queste risposte sono abbastanza intuitive. Non mi sembravano sufficienti per la mia curiosità. Così ho deciso di andare più a fondo.

Essere autentici

Dal punto di vista della mente originaria la consapevolezza non è altro che la nostra capacità di essere completamente dentro all’esperienza che stiamo facendo. Questa condizione di autenticità però non è stabile. Noi vogliamo conoscere l’esperienza ma anche sapere chi sta provando quell’esperienza. Questo fa sì che ci sia una scissione, una specie di distanza tra soggetto e oggetto dell’esperienza. C’è l’esperienza e noi che viviamo l’esperienza e, in questo modo, si crea una piccola separazione, una leggera distanza da ciò che stiamo vivendo. Una distanza che va a costruire il nostro senso di idIdentità-funzionale-mente-corpo-Wilhelm-Reichentità inteso come immagine di Sé.

Questo concetto è espresso abbastanza efficacemente dal grafico qui a fianco. Il nucleo centrale, alla base dell’immagine, è quello che fa esperienza. La percepiamo però separata in due aspetti diversi: uno psichico e uno somatico. Questa separazione, per Lowen almeno (il grafico fu ideato da Wilhelm Reich) è una condizione inevitabile del nostro essere umani. Per questa ragione, per Lowen, la nostra consapevolezza è sempre di due tipi: una self awareness – o consapevolezza corporea – immediatamente dentro l’esperienza e una self consciousness ossia una consapevolezza filtrata dal nostro senso di identità e dalla nostra immagine del Sé. Inoltre le necessità della self awareness e della self consciousness sono profondamente diverse. Le prime sono essenziali e basilari, le seconde sono legate alla nostra immagine ideale. Un’immagine che può anche essere molto distante dai nostri bisogni primari. Questa situazione genera un conflitto interiore che porta una attività mentale legata al giudizio, al confronto e alla discriminazione delle esperienze in adeguate o inadeguate.

Il filtro dell’immagine di sé

L’immagine di sé tende a mantenersi e a perpetuarsi e lo fa filtrando le esperienze che la sostengono da quelle che le sono contrarie. In questo modo finisce per limitare la nostra possibilità di crescita perché solo ciò che è coerente al nostro senso di identità già formato è tollerato. Il resto viene attivamente o passivamente evitato, represso o biasimato. È quindi un sistema che tende ad auto-perpetuarsi. “Io sono così e faccio il possibile per rimanere così”: questo potrebbe essere lo slogan della nostra immagine ideale. Facile comprendere come questo possa limitare la nostra crescita e, anche, come possa rafforzare aspetti non salutari per il nostro benessere. Inoltre, in qualche modo, la sussistenza di questa immagine di se è mantenuta a prezzo di una certa distanza dalla nostra esperienza originaria, il nostro io di base. O, se vogliamo, la nostra mente originaria che, invece, è totalmente dentro all’esperienza e non se ne distacca affatto ma la esplora profondamente.

cambiare e nello stesso tempo essere autenticiAnche se questa descrizione può sembrarci fantasiosa non lo è affatto. Anzi, qui la descrizione della mente fatta dalle discipline contemplative – come la tradizione theravada o la tradizione buddista mahayana – e quella fatta dalla psicologia dello sviluppo e dalle neuroscienze (nonché dalla bioenergetica!) tendono sostanzialmente a coincidere.

L’effetto sulle emozioni

Questa distanza tra un’immagine di Sè e questo nucleo primario produce un effetto anche sulla qualità delle emozioni che possiamo provare. Le emozioni legate all’immagine sono emozioni del versante narcisistico (e non è un giudizio!)e sono cultiralmente determinate: vergogna, senso di colpa, umiliazione, imbarazzo, timidezza e così via. Mentre le emozioni del nucleo di base sono quelle che condividiamo con tutti gli esseri umani, indipendentemente dalla cultura in cui siamo nati: rabbia, paura, disgusto, tristezza, sorpresa, amore e gioia. In se stessa nessuna di queste emozioni è definibile buona o cattiva: ci danno un’informazione rispetto alla tipologia dell’esperienza che proviamo e, inoltre, sono collegate le une con le altre. Il vero punto è la distanza dall’esperienza. E la flessibilità!

“Io sono così e faccio il possibile per rimanere così”

Tanto più la nostra immagine di Sé è rigida, tanto più la nostra mente è chiusa e tanto più affronteremo come minacce le inevitabili situazioni di transizione e incertezza che sono tipiche dell’esperienza umana. A dire la verità questo potrebbe essere un criterio per la nostra nevrosi: diamo per certo che tutti siamo nevrotici (come dice anche Woody Allen)! La differenza però sta in quanto rimaniamo rigidamente arroccati nelle nostre posizioni e quanto rispondiamo con paura alle novità. Le novità ci chiedono di immergerci nell’esperienza; non possiamo sapere altrimenti come fare. Se abbiamo paura attiviamo un conflitto con quello che sta accadendo e una parte delle nostre energie psichiche viene sequestrata dal conflitto anziché dallo stare nell’esperienza. Il rifiuto di ciò che viviamo si esprime attraverso le contrazioni corporee e quindi, Svegliare il corpo è un modo per permetterci di stare meno nel conflitto con l’esperienza in corso. Quindi – con efficace sintesi – attenti alla vostra rigidità, fisica o mentale: non scambiatela per forza e vigore caratteriale. Potrebbe essere – invece – un eccesso di difesa

La distanza dall’esperienza.

cambiare e nello stesso tempo essere se stessiOgni volta che guardiamo alla nostra esperienza con distanza, rischiamo di interrompere quel flusso naturale di esperienza – quella autenticità – la cui profondità è così fondamentale per la nostra crescita. In qualche modo rischiamo, per dirla in parole povere, di rimanere in superficie, imprigionati in blocchi e costrizioni. Per liberarci dall’interferenza della nostra immagine è necessario partire da un assunto di base: noi non siamo la nostra immagine. Anzi spesso ci oscura e copre le nostre qualità migliori, il nostro se reale. Insomma siamo disponibili ad accettare che non è una parte autentica? Che ci è servita ma che a volte è un grosso ostacolo? Siamo sicuri di volerla cambiare o vogliamo, invece, accrescerla?

Perché, spesso, il paradosso del cambiamento sta tutto qui: partiamo dall’idea che ci sia un miglioramento da fare perché vorremmo rendere la nostra immagine ideale più forte e inattaccabile, più ricca di superpoteri e qualità. E, invece, avremmo bisogno di ridurla per lasciare che le nostre qualità di base possano  trapelare tra gli strati delle nostre difese.

Molta della nostra infelicità

Molta della nostra infelicità è il risultato di aspettative non realistiche stimolate dalla nostra immagine di Sé. Talora questa immagine non solo è frutto della nostra fantasia ma tende a costruire un mondo fantastico con regole, doveri, ideali che bloccano la nostra energia, trasformando le aspettative in frustrazioni. Anche quando ci accorgiamo di tutto questo e cerchiamo di fermarlo, rischiamo di ripetere frustrazioni già vissute, come se seguissimo uno strano schema di ripetizione dell’esperienza che ci fa sentire bloccati all’infinito nello stesso punto. Questo avviene proprio per questa fortissima spinta alla continuità della nostra immagine di sé che vede nuove alternative come una possibile perdita di identità.

Anche se può sembrare strano siamo aggrappati alla nostra sofferenza perché ci sembra più sicura che l’apertura ad un reale cambiamento. Nel momento in cui smettiamo di essere al servizio della nostra immagine e dei suoi bisogni le nostre difficoltà scompaiono e la nostra energia – liberata – può fluire più spontaneamente. Insomma probabilmente questo è il cambiamento che descrivevo all’inizio. Solo che è avvenuto partendo dal basso.

Cosa vuol dire partire dal basso?

cambiare e nello stesso tempo essere autenticiAttaccare frontalmente l’immagine di me è impresa eroica che non si adatta al mio carattere. Troppo determinata per cedere, poco attratta da qualsiasi eroismo. Preferisco di gran lunga l’eroismo del quotidiano, delle piccole azioni, della fedeltà e della disciplina. Non è certo l’unica strada possibile ma sicuramente è la mia. Insomma io sono una vulnerabile guerriera, niente di intrepido. Inoltre, a dire la verità, la strategia dell’attacco frontale non mi convince affatto: si rischia di “energizzare le difese” perché, anche se a fin di bene, sempre di un attacco si tratta.

Partire dal basso significa percorrere la strada opposta, una strada pacifica e non violenta. Ossia rinforzare le qualità originarie prima di tutto attraverso la consapevolezza e la concentrazione. Imparando a riconoscere la nostra immagine per quello che è – un insieme di comportamenti, emozioni e risposte corporee – possiamo sviluppare nelle nostre attitudini, la flessibilità necessaria per cambiare, per lasciar andare un arroccamento troppo forte ad una immagine disfunzionale per la nostra ricerca di felicità, senza dover compiere atti eroici (e poi se vogliamo farli va bene lo stesso!). Questo cambiamento è possibile perché la consapevolezza è, per sua natura, flessibile e non rigida.

Dichiarare pace

L’effetto di tutto questo è una diminuzione degli aspetti conflittuali. Facendo così riduciamo, senza dover mettere uno sforzo specifico nel farlo – la distanza dall’esperienza – e quindi riduciamo il conflitto intrapsichico, cioè quello che viviamo quotidianamente dentro di noi. Una volta ridotto quello interno è inevitabile anche una diminuzione dei conflitti esterni.

A questo punto diventa più chiara la mappa: approfondire concentrazione e consapevolezza per ridurre la distanza dall’esperienza. Aumentare il contatto con l’esperienza e poi praticare il richiamo di altre qualità originarie: le emozioni di gioia, compassione, equanimità e gentilezza…ma queste sono le prossime puntate!

Adesso che hai letto fino a qui…grazie!

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© Nicoletta Cinotti 2015

Foto di ©edsheadsaid, ©plasticpumpkin, ©jennyw47

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