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Camminare insieme: il ruolo del gruppo nella cura

Da ormai anni che si tiene a Roma un importante convegno internazionale su “Attaccamento e trauma”. Il trattamento dei disturbi traumatici ha assunto negli ultimi anni un ruolo sempre più centrale nella clinica psicodinamica. Questo è dovuto – almeno in parte – ad una rinnovata sensibilità nei confronti dell’interazione mente – corpo, che è così centrale nel recupero dopo eventi traumatici.

Il titolo del convegno apre però anche ad un’altra importante prospettiva: ossia che nella cura dei disturbi traumatici, oltre al corpo, l’attenzione debba essere orientata agli aspetti relazionali.

La relazionalità come imperativo biologico

Una delle relazioni più significative, quella di Stephen Porges si è aperta con un fortissimo orientamento verso la relazione declinato come una delle spinte curative e costruttive più importanti per l’essere umano.

Proviamo a vedere cosa significa relazionalità per Porges e perché ha una importanza così centrale nella crescita e nella cura.

La relazionalità è la capacità delle persone di regolarsi reciprocamente in modo da produrre cambiamenti sia sullo stato emotivo che fisiologico. La relazione quindi non ha solo un effetto sulla qualità della salute psichica ma ha un effetto anche sulla salute fisica .

I regolatori fisiologici sono radicati nella relazione

Ogni essere umano è un sistema che trova il proprio equilibrio nella relazione con l’ambiente. Questo è vero anche a livello di parametri fisiologici. Siamo in grado di regolare la nostra temperatura corporea – temperatura che varia se siamo soli o in compagnia – regoliamo battito cardiaco e ritmo respiratorio in base all’attività fisica e tutti questi parametri – e molti altri ancora – si realizzano attraverso lo scambio relazionale tra noi e l’ambiente. E’ l’ambiente che ci comunica se siamo in situazione di pericolo o in condizioni di sicurezza e questi due elementi – sicurezza vs pericolo – attivano anch’essi una serie di risposte fisiologiche che hanno una rilevanza psichica.

Il comportamento sociale

non buttare via il grano con la cruscaIl comportamento sociale diventa così una specie di esercizio che favorisce stati neurofisiologici che sostengono la salute fisica e mentale. Lo fa attraverso il significato che diamo all’ambiente in cui ci troviamo nel suo complesso, e, più specificatamente, attraverso la qualità delle interazioni faccia a faccia, dei gesti, della postura e della prossemica tra noi e gli altri.

Cosa succede quando avviene un trauma

Da questo punto di vista un trauma è la mancata realizzazione delle nostre aspettative sociali che diventa una sorta di violenta ridefinizione dei parametri fisici mediata da intensi sentimenti come la rabbia e la paura. In condizioni traumatiche si attiva una risposta fisiologica di attacco/fuga o immobilizzazione che va al di là della volontà della persona. E che può concretizzarsi anche al di sotto della soglia di percezione emotiva. Sentimenti come la paura, infatti, sono spesso presenti ma anestetizzati. Agiscono cioè sotto traccia.

Quando si verifica un trauma la condizione che permette la relazionalità, ossia il contatto, si rompe e si attivano risposte di fuga, di attacco o di immobilizzazione da paralisi paurosa. Una risposta, quest’ultima, che viene prodotta da un eccesso di risposta del parasimpatico, normalmente deputato all’apertura relazionale.

Il paradosso vagale

foto PorgesLe nostre risposte involontarie nelle situazioni di pericolo sono mediate dalla funzionalità del nervo vago che regola molti dei parametri fisiologici degli organi vitali sia sopra che sotto il diaframma. Una delle sue funzioni principali è relativa alla regolazione del battito cardiaco. In condizioni di sicurezza ci apre al contatto e rallenta i movimenti in modo che questo contatto sia possibile, in condizioni di pericolo attiva strategie difensive.

Il trauma sposta la risposta vagale sulle strategie difensive, preparandoci anche fisicamente a rispondere alla minaccia.

L’attivazione che viene prodotta per rispondere al pericolo, se ripetuta nel tempo, non si disattiva più automaticamente: si registra una alterazione stabile nella capacità di leggere i segnali emotivi su base sociale e personale. Questa alterazione avviene sia che il trauma subito sia un evento unico che uno stress ripetuto; sia che l’evento sia fisico che emotivo. Rimane quindi una memoria del pericolo che è mediata dal vago e, come mostra la foto, riguarda tutti i muscoli del viso, laringe, faringe, cuore, bronchi e movimenti della testa. I nervi cranici trasmettono l’informazione al tronco dell’encefalo e da lì l’informazione arriva alla corteccia.

Curare il trauma attraverso il coinvolgimento sociale

Questo livello di attivazione altera stabilmente i parametri che stimolano la connessione sociale. Quello che Porges sostiene è che una cura non può prescindere dalla riattivazione consapevole di questi elementi della comunicazione e della relazione. Ossia è necessario attenuare – attraverso relazioni positive – i sistemi difensivi per agevolare il ripristino del comportamento sociale e la capacità di leggere correttamente i segnali emotivi.

Una delle caratteristiche più evidenti – e documentate da una interessante mole di ricerche – è che l’attivazione cronica o subcronica dei segnali difensivi altera la capacità di leggere le risposte emotive. Questa difficoltà è particolarmente evidente per l’espressione della paura e della tristezza che vengono lette come segnali di pericolo.

Un modello di cura

Sentirsi al sicuro è un prerequisito necessario per la creazione di relazioni forti. Portare l’attenzione su quali sono questi elementi di sicurezza ci permette di comprendere anche come il nostro organismo traduce i segnali fisici in segnali emotivi e viceversa. Per sentirsi al sicuro è necessario che ci sia la possibilità di un contatto visivo non evitante, una distanza percepita come non minacciosa. Un tono della voce e una prosodia di eloquio, insieme ad una reciprocità di ascolto.

Per utilizzare questi parametri nella cura è necessario stabilire un modello di reciprocità in cui ci sia consapevolezza del movimento e della possibilità di inibizione del movimento. Un uso consapevole di parametri come vicinanza, distanza e contatto fisico che ricrei una situazione il più possibile simile alla reciprocità del gioco tra bambini.

Un modello terapeutico che include il gruppo sociale

La proposta che nasce dalle ricerche di Porges non è solo una proposta che riguarda il singolo individuo nella relazione a due ma che si estende al gruppo.

Il coinvolgimento sociale deve attivare quindi una percezione di sicurezza, uno stato che può essere rinforzato attraverso esercizi di gruppo e di coinvolgimento relazionale al fine di portare un ampliamento della capacità di regolazione interattiva, un ampliarsi dei comportamenti sociali e delle abilità di comunicazione.

Per approfondire si suggerisce Porges S., La teoria polivagale

© Nicoletta Cinotti 2017

 

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