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Come mai le emozioni possono far ammalare

Le emozioni sono il sale della vita, potremmo dire sinteticamente. Come il sale hanno bisogno di essere dosate. Troppo sale può rovinare una pietanza e renderla immangiabile. Oppure l’assenza di sale può suscitare un senso di delusione. Proprio come un incontro senza emozioni. Però se la quantità di sale dipende da noi spesso pensiamo spesso che le emozioni che proviamo non dipendono da noi. O meglio che dipendano da forze di cui non abbiamo padronanza. Arrivano, ci attraversano e se ne vanno.

I bambini capiscono le emozioni?

Abbiamo tutti l’esperienza della grande sensibilità che i bambini possono avere nei confronti delle emozioni. Eppure molte delle nostre difficoltà emotive hanno radice nella nostra infanzia. Come mai?I bambini provano emozioni con grande intensità ma molto spesso non sono in grado di comprenderle correttamente. O meglio le comprendono in una prospettiva egocentrica che fa credere loro di essere responsabili di tutte le cose che accadono: positive e negative. In parte il senso di colpa nasce così. Accade un vento traumatico – come una separazione – e i bambini possono sbagliare valutazione e pensare che è colpa loro. Questo errore di valutazione emotivo infantile permane poi anche nell’età adulta. In qualche modo potremmo dire che non sono le emozioni ad essere un problema: lo sono le valutazioni che facciamo sulla base delle emozioni che proviamo. Due bambini – posti di fronte ad uno stesso evento – possono darne valutazioni completamente diverse a seconda del loro umore e della loro fiducia in se stessi. La valutazione del bambino più insicuro tenderà a conservarsi più a lungo – come se fosse messa sotto sale – perchè assocerà questa valutazione ad una protezione dal pericolo o dalla perdita e finirà per condizionare la sua visione del mondo. Questo, molto in sintesi, è il processo che facciamo e che rende le nostre risposte adulte più infantili di quello che vorremmo. L’unico modo serio per intervenire sui processi di valutazione emotivi è la consapevolezza. Ecco perchè una terapia dell’essere (consapevoli) può offrire risultati così buoni: perchè permette di intervenire sui processi di valutazione emotivi a partire non dal pensiero ma dalle emozioni stesse.

Facciamo un esempio

Le emozioni vengono suscitate da qualcosa nell’ambiente esterno o interno (per esempio una sensazione fisica) e vengono immediatamente classificate in aree: pericolo, provocazione, perdita. Quindi raccogliamo un segnale che possiamo giudicare molto pericoloso o nulla pericoloso e così via in un continuum. Questa risposta utilizza l’esperienza che ci siamo fatti nel corso della vita: quindi per me – che sono sempre vissuta in città – un animale selvatico riveste un senso di maggior pericolo che per una mia coetanea vissuta sempre in una zona boschiva. Se non siamo consapevoli di quello che succede – a livello fisico ed emotivo – passeremo velocemente ad agire la risposta abituale che però, può essere basata su un cattivo apprendimento infantile che, così, verrà ulteriormente rinforzato.

Andiamo più nel dettaglio con una emozione molto frequente: la rabbia. Mettiamo che abbiamo una propensione a considerare provocazione quello che ci accade. Una propensione molto alta a sentirci provocati a causa di una storia infantile in cui siamo stati molto sfidati. La nostra tendenza sarà quella di reagire aggressivamente con una facilità maggiore e quindi a ricevere più frequentemente risposte aggressive che consolideranno ulteriormente la nostra convinzione. Se però siamo consapevoli a livello fisico di quello che accade possiamo accorgerci del restringimento della spaziosità interna prodotta dall’aumento di tensione dei muscoli connessi all’espressione dell’aggressività. E riportare – attraverso il respiro – una maggiore spaziosità e un maggiore rilassamento muscolare. A quel punto – voi direte – se la situazione è davvero pericolosa siamo morti! A quel punto, vi rispondo – se non siete in una di quelle rare situazioni in cui è bene essere prontissimi – vi accorgerete che sotto la rabbia sta un’altra emozione. Forse paura, vergogna, senso di esclusione. Dipende. E cercherete di dare una risposta più adeguata perchè avrete sentito che cosa è davvero il vostro bisogno.

Mannaggia che umore!

A tutto questo è necessario aggiungere due parole sull’umore. L’umore tende a influenzare la durata delle emozioni. Se il nostro umore è alto le emozioni scorrono veloci. Se è basso ristagnano pesanti. Non solo: l’umore attiva processi di memoria congruenti. Se siamo felici ci ricordiamo solo cose liete e viceversa. Saper riconoscere la differenza tra umore ed emozione è fondamentale: molte delle difficoltà che abbiamo infatti più che connesse alle nostre emozioni sono connesse alla variabilità del nostro umore, per cui passiamo con estrema facilità, dall’alto (o altissimo) al basso (o bassissimo). In questi casi sapersi ancorare al corpo e al respiro è fondamentale per non finire trascinati dagli sbalzi d’umore e per saper riconoscere la differenza tra l’uno (emozione) e l’altro (umore).

Paul Ekman racconta in una intervista su Inquiring Mind che l’incontro con il Dalai Lama ha cambiato la sua visione sull’odio e il perdono. L’odio a breve termine può essere utile ma a lungo termine diventa un veleno ed è diverso dalla rabbia. La rabbia è il desiderio di rimuovere un ostacolo incontrato sulla propria strada. Non è necessariamente diretto ad una persona ma al fatto che c’è un ostacolo. L’odio invece è sempre personale e si accompagna al desiderio di ferire quella persona. Il perdono invece non nasce tanto o non solo dal ritiro dell’odio ma anche dalla consapevolezza che quell’odio ci fa male. Inquiring Mind, Vol. 24, n° 1, Fall 2007

Molte emozioni inoltre sono senza fondo: sono le emozioni più importanti della nostra vita o strettamente legate al momento che stiamo vivendo. Saper offrire un contenitore sufficientemente ampio a queste emozioni permette di rimanere presenti e di non farci trascinare troppo verso il basso (la tristezza) o troppo verso l’alto (la rabbia).

Attenti colleghi ad esagerare con l’espressione

Nella psicoterapia lavoriamo molto sulle modalità ripetitive di risposta. È fondamentale saperle riconoscere; individuare gli elementi corporei, emotivi, cognitivi che le compongono. Nel fare questo però corriamo un rischio: ossia di solidificarle ancora di più come se fossero immodificabili. È importante quindi portare l’attenzione non solo sugli aspetti legati alla struttura delle emozioni ma anche sulla loro transitorietà e sugli elementi che fanno da passaggio tra una emozione e l’altra.In modo da sottolineare la possibilità di lasciar andare. Inoltre l’espressione emotiva deve essere sempre preceduta dalla consapevolezza, altrimenti quello che può accadere – e frequentemente accade – è che la persona, esprimendo quello che sente, perda la consapevolezza di ciò che accade. Non a caso Lowen sottolinea l’interazione tra gli aspetti espressivi, la consapevolezza e la padronanza di sé.

Penso che molte delle nostre strategie difensive siano un modo per saltare via da quello che sentiamo fisicamente ed emotivamente e rifugiarci così nella mente. Trasformiamo le nostre emozioni troppo velocemente in pensieri, il che significa che tralasciamo gli aspetti corporei. Mark Epstein

Caro Winnicott

Uno dei primi psicoanalisti ad avere chiara la relazione tra corpo ed emozione fu Winnicott che, essendo uno psicoanalista infantile, aveva un osservatorio privilegiato: lo sviluppo emotivo dei bambini. Quando un bambino cresce in un ambiente non favorevole è costretto ad allontanarsi dalle emozioni, che sarebbero soverchianti, attraverso il pensiero. In questo modo sposta molte delle sue energie dalle sensazioni emotive ai pensieri. Questo però comporta una sorta di tristezza: la tristezza di aver perso la dimensione emotiva nella sua pienezza a favore di quella mentale. Ecco perchè ripristinare la capacità di sperimentare la gioia nelle persone è così importante: perchè cura quella tristezza primaria che viene dall’aver abbandonato il sentire a favore del pensare.

© Nicoletta Cinotti 2016

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