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Correre incontro ai draghi

I miti dei draghi, che si tramutano nel momento supremo in principesse; sono forse tutti i
draghi della nostra vita principesse, che attendono solo di vederci un giorno belli e coraggiosi.
Forse ogni terrore è nel fondo ultimo l’inermità che vuole aiuto da noi. Rainer  M. Rilke

L’idea che il miglior modo di affrontare i nostri problemi sia smettere di evitarli, non è certamente nuovo, come dimostra la citazione di Rilke che apre questo articolo.

Riuscire a farlo non è semplice. Forse, come i cavalieri che incontrano i draghi nella favole, anche noi abbiamo bisogno di qualche istruzione o di qualche strumento magico per affrontare il drago rappresentato dalla nostra paura. O dalla nostra rabbia. O semplicemente da quelle parti di noi che abbiamo lungamente rifiutato.

Lasciare il filo della storia

Ogni parte rifiutata costruisce dentro di noi una storia. Probabilmente proprio perché non ha voce, tesse una trama che viene ripetutamente raccontata o sotto forma di dialogo interiore o di previsione sul futuro o di narrazione sul passato. Le forme che le storie prendono dentro di noi sono molteplici. In ogni caso non dobbiamo dimenticare che la narrazione, nella storia dell’umanità, è stata la prima fonte di apprendimento e che, quindi, il suo effetto è davvero potente nel conformare le nostre attitudini mentali.

Lasciare il filo della storia richiede tre passaggi precisi che possono essere definiti come precisione, gentilezza e presenza.

La precisione

Nulla diventa come vorremmo.002La precisione non è l’ordine esterno delle cose ma l’attenzione con cui riusciamo a rimanere focalizzati sul respiro o su un oggetto di meditazione. Se proviamo a scegliere un oggetto di osservazione, immediatamente ci rendiamo conto di quanto siamo abituati a vagare. Anche i nostri pensieri rimuginativi – quelli che rimangono sempre sullo stesso argomento – non hanno un carattere di stabilità. Si spostano in una specie di catena associativa. Questa mancanza di stabilità ha uno scopo: serve a non farci andare in profondità. Anche quando siamo assorti in una preoccupazione, se ci prestiamo bene attenzione, rimaniamo sempre sullo stesso livello e raramente accediamo ad una maggiore profondità. Quando questo accade abbiamo quello che potremmo chiamare un insight energetico: il nostro panorama si amplia improvvisamente e accediamo ad un altro livello di significato.

La precisione, mantenendo l’attenzione focalizzata, ci permette di avere un accesso più facile alla profondità delle cose. La concentrazione che ne deriva può essere però fonte di rigidità, severità o durezza. Ecco perchè è necessaria la gentilezza.

La gentilezza

rinascitaPotremmo dire che la gentilezza non è altro che una modalità complessiva di rilassamento, che sottolinea la natura di flusso dell’esperienza. Come – direte voi – dobbiamo smettere di vagare e ci parli del flusso?

In effetti le due cose potrebbero apparire simili. Ma quando vaghiamo siamo trascinati dalla corrente dei pensieri o delle emozioni, mentre quando siamo nel flusso, siamo consapevoli dello scorrere dell’esperienza e ne seguiamo lo svolgimento. Il respiro, in questo senso, va solo toccato e non afferrato con ostinazione o durezza. Il suo continuo ripresentarsi, sempre diverso, ci permette con facilità di rimanere nel flusso e con altrettanta facilità ci permette di ricordarci la natura mutevole dell’esperienza stessa.

La presenza mentale

veritàLa piena presenza mentale non è qualcosa che possiamo solidificare in un oggetto fisso di osservazione. Si tratta piuttosto della consapevolezza del flusso e riflusso. Possiamo ottenere questa presenza attraverso il notare quello che la turba – con la semplice ripetizione del nome di ciò che ci allontana – questo ci permette di rimanere nell’esperienza del presente.

Perchè sottolineare tanto l’importanza dell’esperienza? Noi tutti abbiamo una natura dualistica che ci porta qui e altrove nello stesso tempo. Dimorare nell’esperienza è lo spazio in cui questa natura dualistica viene ricondotta ad una unità percepita. Ci permette un radicamento nella realtà di noi stessi, offrendo così una ospitalità a ciò che proviamo nel momento presente dell’esperienza.

E adesso che abbiamo i tre strumenti?

lettere d'amoreQuelli sopra elencati possono essere considerati i tre strumenti base di cui fornirsi per andare ad incontrare i nostri draghi. Armati quindi di precisione, gentilezza e presenza ci prepariamo a non reagire e a non reprimere quello che sperimentiamo.

Fare questo significa fare l’opposto di ciò che siamo abituati a considerare una buona reazione. Che vantaggi può darci?

Dobbiamo partire da una semplice considerazione: reprimere – in qualunque forma avvenga – è un’operazione energeticamente costosa. Richiede infatti che si riesca ad opporre una forza superiore e contraria a quella dell’emozione che vogliamo trattenere. Come ci ha insegnato Lowen, noi usiamo i muscoli sia per esprimere che per reprimere e quindi, se non vogliamo lasciar uscire una emozione, dobbiamo fare un’azione repressiva di altrettanta forza muscolare. Questo avviene anche senza la nostra consapevolezza; questo spiega anche perché – a volte – possiamo essere tanto stanchi senza aver fatto nulla. In realtà, in questi casi, se proviamo ad esprimere – attraverso un movimento – la rabbia, ci rendiamo conto che diventiamo meno stanchi. Perché? Perché abbiamo distolto i muscoli dalla loro azione repressiva.

Quando reprimiamo ciò che accade, l’energia che stiamo cercando di allontanare rimane bloccata nel corpo e può manifestarsi attraverso sintomi fisici o emotivi

Nello stesso tempo abbiamo difficoltà a non agire quando sentiamo quello che proviamo. E’ in questo momento che i nostri tre strumenti possono esserci più utili. Ne abbiamo bisogno per poter esplorare la carica energetica dell’emozione che abbiamo deciso di non agire e di non reprimere.

L’insight energetico

respiroOgni emozione ha una sua carica energetica, che è percepibile nella spinta espressiva che porta con se. A volte possiamo usare il respiro per controllare la spinta espressiva. In questo caso, anche se utilizziamo il respiro, facciamo lo stesso una azione repressiva. Per poter rimanere in contatto con l’energia emotiva  abbiamo bisogno di respirare con l’emozione e non contro l’emozione.

In questo modo possiamo iniziare a sperimentare come percepiamo l’emozione nel corpo: qual è la sua tessitura? dove si colloca nella percezione fisica? Possiamo sentirla e non raccontarla?

Man mano che percepiamo il livello fisico dell’emozione possiamo renderci conto che l’emozione stessa non è un oggetto stabile ma che scorre e fluisce. A volte abbiamo emozioni che nascono come conseguenza associativa. Proviamo paura e questo ci suscita rabbia. Altre volte abbiamo paura e scopriamo che questa si tramuta in rabbia, poi in distacco, poi in vendetta, poi in senso di colpa, poi in compassione e così via.

Alcune di queste emozioni possono produrre sensazioni fisiche molto nitide. Altre le possiamo percepire come se fossero sconnesse dal corpo. Anche questa è una informazione importante.

Sia le sensazioni fisiche che quelle emotive possono produrre catene associative di pensieri. Anche in questo caso possono vagare molto lontano dalla fonte che li ha suscitati, oppure rimanere ben presenti. Possono emergere sotto forma di dialoghi interiori, di costruzioni sul futuro, rimpianti sul passato e semplicemente fantasie di fuga nelle quali ci troviamo in una situazione riparativa che ci consola piacevolmente del nostro disagio attuale.

Se riusciamo ad osservare questi tre livelli di esperienza – sensazioni fisiche, sensazioni emotive, pensieri – esplorando anche la loro connessione interna, possiamo sperimentare quello che alcuni autori definiscono insight energetico. Ossia possiamo comprendere – ad una maggiore profondità – la nostra esperienza, riuscendo a riportare a noi la carica energetica dell’emozione. Una carica che avremmo dissipato nell’azione o represso nel controllo.

L’insight energetico quindi, oltre che proteggerci dalla depressione, ci apre alla ricchezza delle nostre risorse e, potenzialmente, trasforma qualsiasi esperienza, anche la più difficile, in una nuova carica.

© Nicoletta Cinotti 2014

 

 

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