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Cosa c’è di nuovo nella cura con la Mindfulness?

Gli ultimi vent’anni sono stati attraversati dal vento della mindfulness, nelle diverse aree di cura. Un vento che ha portato semi nuovi e diffuso un approccio diverso alla cura di disturbi sia fisici che emotivi. Troviamo così la mindfulness come medicina complementare nella patologie fisiche e nel trattamento della depressione o dei disturbi emotivi. Cosa la rende così versatile? Quali sono i suoi principi di base? Cos’è che rende diverso l’approccio mindfulness alla cura?

Passare dalla logica delle difese alla logica delle risorse

Sia in psicologia che in medicina la cura – nell’ultimo secolo – è passata attraverso la logica delle difese. Un sistema immunitario ci protegge dall’attacco di agenti patogeni; un sistema di difese psicologiche ci protegge da attacchi di tipo emotivo. La salute è stata associata all’avere un sistema immunitario in regola. Un sistema difensivo efficace. E la cura è stata vista come un modo per rafforzare l’efficacia difensiva.

Questo approccio difensivo alla cura – ha sottovalutato il costo che ha tenere attiva una difesa. E ha anche sottovalutato il costo – in termini energetici – di mantenere attivo preventivamente un sistema difensivo. Le difese dovrebbero funzionare nel momento in cui c’è un attacco e disattivarsi una volta che l’attacco si è concluso. In realtà, almeno psicologicamente, i sistemi difensivi spesso rimangono attivati più del necessario e finiscono così per costruire sintomi che non sono legati al disturbo ma proprio all’attivazione difensiva.

Un esempio? I sintomi paranoidi spesso sono un effetto delle difese non della patologia che ha un carattere depressivo. Oppure, nel caso delle patologie cardiovascolari, sappiamo che il rischio di infarto miocardico è aumentato in persone che nutrono affetti negativi. Affetti negativi che sono il risultato di conflitti irrisolti e mantenuti attivi dalle difese stesse.

Passare alla logica delle risorse

Spostare l’attenzione sulle risorse personali – che è uno dei primi passi dell’approccio basato sulla mindfulness – diminuisce il senso di pericolo che la persona vive perché sottolinea l’aspetto delle capacità e quindi mette – psicologicamente – in un clima positivo. Inoltre attiva le risposte del sistema connesso alla calma e alle relazioni sociali, integrando gli aspetti cognitivi e quelli emotivi. Perché?

Tutti noi abbiamo esperienza di situazioni in cui gli aspetti emotivi e quelli di pensiero sembrano andare in direzioni opposte: la risposta potrebbe essere proprio connessa all’uso sproporzionato della logica delle difese. La nostra struttura di pensiero difensiva ci fa andare in una direzione che non è congruente con l’aspetto emotivo – so questa cosa ma non la sento – e potrebbe dipendere proprio dal fatto che affidiamo in maniera eccessiva il processamento delle informazioni ai canali razionali e difensivi. Emotivamente avremmo bisogno di essere consolati ma, di fatto – avendo attivato le nostre difese – abbiamo accesso ad una possibilità razionale di consolazione ma non affettiva.

Quali emozioni attivano le difese

Ci sono emozioni che sono tipicamente attivate dai nostri sistemi difensivi. Sono emozioni come la vergogna, l’umiliazione, l’autocritica. Queste emozioni disinnescano le risposte legate al conforto sociale e alla calma e connessione tra esseri umani e spingono ad un comportamento di ritiro. Sono emozioni presenti in una varietà di disturbi emotivi perché, come dicevo prima, sono connesse alla difesa e non al disturbo emotivo. Sono emozioni trans-diagnostiche: ossia le provi sia che hai un disturbo ossessivo-compulsivo, che un disturbo dell’alimentazione, una depressione maggiore o semplicemente una condizione cronica di stress. Spostare l’attenzione sugli aspetti legati alle regolazione attraverso emozioni positive, relazionali, ha un duplice effetto: riduce la sensazione di pericolo e porta in contatto con gli altri proprio nel momento in cui abbiamo bisogno di uscire dal ritiro prodotto dalla paura connessa alla minaccia.

Facciamo un piccolo excursus e vediamo che cosa comporta avere attivo un sistema di autocritica

Il sistema di autocritica

Sistemi di regolazione.001Una delle ipotesi più accreditate sul nostro funzionamento ipotizza che esistano tre diversi schemi di risposta neuro-psico-fisiologica: 1) un sistema deputato alle risposte difensive (attacco, fuga o freezing); 2) un sistema motivazionale connesso all’eccitazione e alla ricerca di risposte connesse ai  nostri desideri e un 3) sistema connesso alle emozioni di calma, relazione e connessione. Il sistema di autocritica si attiva in collegamento con quello difensivo e comporta una disattivazione del sistema di calma e connessione sociale. Quando è attiva l’autocritica – o la critica – sembra che le nostre capacità di connessione sociale siano dis-attivate. La nostra tipologia di pensiero diventa competitiva e le modalità cooperative passano in secondo piano. Diminuiscono gli scopi condivisi e aumentano gli scopi personali; se la cooperazione aumenta le risposte empatiche, la competitività sviluppa una sorta di contro – empatia che rende più difficile – se non impossibile – l’accesso alle modalità di calma e connessione relazionale.

La percezione della minaccia disattiva la riflessione

Di questo quadro fa parte anche il fatto che quando ci sentiamo minacciati da una minaccia interna – autocritica – o esterna – critica o attacco – la nostra capacità riflessiva decresce in maniera estremamente rilevante. Essere riflessivi, quando si è in pericolo, non è detto che sia una buona qualità e quindi diamo la precedenza alle risposte impulsive e rapide. Se questa condizione è transitoria non ci sono particolari problemi: al ripristinarsi della situazione di sicurezza, torna attiva anche la capacità riflessiva. Se, invece, le nostre difese rimangono attive anche dopo che il pericolo è passato, è molto probabile che, con il tempo, si sviluppi un atteggiamento non riflessivo e non affettivo rispetto alle difficoltà che incontriamo.

Minaccia e depressione

La serotonina – neuromediatore connesso alle patologie depressive – svolge un ruolo nel sistema di protezione dalla minaccia. Sappiamo che la depressione si accompagna ad una ridotta captazione della serotonina presente o ad una riduzione nella produzione di serotonina. La captazione della serotonina influenza lo stato di arousal, la sua durata e le risposte attivate per calmare la sensazione di pericolo. Meno serotonina abbiamo in circolazione, più prolungata sarà la sensazione di minaccia relativa ad uno stimolo percepito come pericoloso. La risposta depressiva però non è mediata solo dalla serotina. Anche la dopamina partecipa alle complesse modalità reattive che possono essere presenti in una situazione di depressione. Una aumentata produzione di dopamina attiva il sistema motivazionale legato al desiderio, all’eccitazione e alla realizzazione dei propri bisogni. In questo modo però abbiamo ben due sistemi che si attivano e che escludono la possibilità di modulazione legata al sistema della calma e della connessione sociale: il sistema di protezione della minaccia e il sistema motivazionale. Anzi, paradossalmente, più ci sentiamo infelici più possiamo tentare di spostare la soluzione sul piano motivazionale, aumentando il numero di azioni che possono comportare soddisfazione.

Spostare l’attenzione alle relazioni sociali e all’appagamento

Quello che accade con l’approccio mindfulness è che l’attenzione si sposta decisamente sul sistema connesso alla calma, alla connessione relazionale e alle sensazioni di appagamento. Passiamo quindi dalla ricerca di sicurezza (safety seeking) alla sensazione di sicurezza (safeness). Questo sistema genera uno stato di sollievo, offrendo una sensazione di quiete e serenità che aiuta a recuperare il nostro equilibrio. La felicità non è data da modalità competitive ma dalla sensazione di appagamento per ciò che è presente.

Questo sistema è connesso all’affetto e alla gentilezza ed è mediato dalle endorfine e all’ossitocina e ha una funzione modulatrice sulle emozioni attivate dagli altri due sistemi. Se cerchiamo di lavorare solo sul sistema difensivo possiamo sottovalutare il fatto che, prima di tutto, abbiamo bisogno di calmarci.

Potete non avere colpa per com’è la vostra mente, per le passioni, le paura e gli accessi d’ira che si agitano in essa, ma solo voi potete assumervi la responsabilità di addestrarla nella direzione della vostra felicità e quella degli altri. È come un giardino. Potete lasciare che il vostro giardino cresca e crescerà: vi germoglieranno erbacce e fiori ma potrebbe non piacervi il groviglio che si crea se lo abbandonate a se stesso. La stessa cosa accade con la mente. Quindi coltivare, praticare, focalizzarsi sugli aspetti della nostra mente che vogliamo incrementare è la strategia chiave se scegliamo di assumerci il controllo di essa. Paul Gilbert

Il cambiamento come cura e coltivazione

15578963707_3ce9d427fe_bche cosa c'è di nuovo nella cura della mindfulnessIn questa prospettiva il cambiamento non è tanto orientato dal sistema difensivo: è piuttosto una azione di coltivazione, di cura. In cui ognuno e responsabile del tipo di nutrimento che offre alla propria mente e del tipo di emozioni che coltiva nella propria vita quotidiana. Le strategie di autoregolazione emotiva funzionano quando sono connesse al sistema di regolazione appropriato. Quindi non sono i pensieri ad essere pericolosi ma la loro ripetizione. In questo senso l’azione di coltivazione è semplice e duplice: 1) spostare l’attenzione dai processi di pensiero a quelli sensoriali. 2)Focalizzare l’attenzione sul presente.

La rifocalizzazione dell’attenzione diventa un elemento basilare: permettere all’attenzione di vagare è come lasciare che le erbacce invadano il proprio giardino. È vero che possono comunque nascere dei fiori ma è vero che la nostra responsabilità è quella di lasciare all’incuria ciò che accade. E qui si colloca un passaggio – rivoluzionario – della mindfulness: non è importante la casualità per cui le cose accadono. È importante la responsabilità che scegliamo di avere nei confronti delle nostre emozioni e della loro regolazione.

La retroazione

Le emozioni problematiche si mantengono attraverso un meccanismo di retroazione che coinvolge il corpo – con le tensioni fisiche – e i pensieri, con l’attivazione delle strategie difensive. Qui si inserisce il diverso approccio della mindfulness: l’autocritica, la ruminazione che caratterizzano la nostra attività mentale sono responsabili del prolungarsi del sistema connesso alla minaccia. La ripetizione rafforza queste connessioni. La mindfulness le indebolisce rafforzando il sistema basato sulla calma, sulla consolazione e sulle connessioni sociali.

Lo fa attraverso la capacità di distanziarsi, in modo compassionevole, dalle proprie tempeste emotive; disattivando la ripetizione degli stessi schemi di pensiero, sviluppando una base interiore di compassione e accettazione.

Imparare a consolarsi

compassioneInutile dire che parte del nostro apprendimento alla consolazione deriva dalla nostra infanzia; dai nostri genitori. Così domande come “Come ti dimostravano affetto i tuoi genitori?”; “Come ti consolavano?”; “Come ti parlavano delle emozioni ?”, “Quando soffrivi come ti aiutavano?” sono domande che possono offrire molte informazioni sulle nostre capacità di auto-consolazione e sulle nostre difficoltà a farlo. Se desideriamo spostare l’attenzione dal sistema difensivo alle abilità di consolazione è necessario esplorare come queste abilità funzionano e si realizzano. Potremmo scoprire così che – una parte della cura mindfulness – consiste in una progressiva esposizione verso ciò che temiamo. Perché questo sia possibile è necessario avere fiducia nelle nostre capacità di consolarci: altrimenti non ci esporremo mai alla ripetizione di vecchi traumi o alla realizzazione di nuove paure.

Alla fine di tutte queste domande – una resta suprema: quale sarebbe la nostra più grande paura se abbandonassimo l’autocritica come sistema di protezione? Chi abbiamo paura che diventeremmo se non usassimo più il bastone della vergogna e dell’umiliazione nei confronti di noi stessi?

Rispondere a questa domanda ci permetterà di spostare la prevalenza dal sistema difensivo al sistema di consolazione. Dal binomio passato/futuro, al presente. Dalla critica alla comprensione. Dalla severità alla compassione.

© Nicoletta Cinotti 2016

Bibliografia

Rebecca Crane, La terapia cognitiva basata sulla mindfulness

Christina Feldman, Compassion

Paul Gilbert, La terapia focalizzata sulla compassione

Paul Gilbert, The compassionate mind

Shambhala Publications, Radical Compassion (Scaricabile gratuitamente in formato kindle)

A Settembre, organizzato dall’Istituto di Scienze cognitive ci sarà il convegno Attaccamento e Trauma: Relazioni e compassione 23-25 Settembre 2016 Roma (Congresso-Roma-2016-ITA pdf)

Foto di ©f/71 ©Utah Guy

 

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