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Cosa mi succede? La diagnosi vista dal paziente

Quando ci ammaliamo è abbastanza normale che partecipiamo alla diagnosi con le nostre ipotesi. A volte non è necessario molto di più . Sappiamo bene che quello che ci affligge è tristezza, o raffreddore oppure uno dei tanti disagi che possono colpirci. In questi casi molto spesso iniziamo a curarci da soli e nel giro di poco tempo risolviamo il problema.

Ma cosa succede se da soli non basta?1eae4305bacb1867e0ce8bf45ec00453

In alcuni casi però l’auto cura – che è un elemento importante – non basta e dobbiamo quindi farci aiutare. Questo passaggio non è mai nè semplice ne indolore perché significa riconoscere che abbiamo bisogno e significa anche che dobbiamo affidarci

Bisogno e fiducia

Purtroppo tutti noi abbiamo sperimentato situazioni in cui avevamo bisogno e non siamo stati aiutati. Queste esperienze negative passate diventano, molto spesso, un velo di sfiducia che copre anche i nuovi rapporti. Avere bisogno poi coincide con una condizione di vulnerabilità che nessuno di noi ama troppo. Essere vulnerabili vuol dire confrontarci con la paura e la perdita di potere e di controllo. In queste condizioni quindi inizia il primo contatto e la ricerca di un curante.

Malattia fisica e disagio psichico

Quando abbiamo un problema, indipendentemente dalla natura del nostro disagio, è inevitabile che si formi in noi una spiegazione e anche un’idea. Perché avviene questo? Perché il disagio produce una dis-regolazione emotiva che abbiamo bisogno di sistemare. Lo facciamo essenzialmente in due modi: o ci rassicuriamo – confortandoci all’idea che sia un malessere passeggero – o ci attiviamo – cercando cure e soluzioni. In ogni caso abbiamo bisogno di dare un significato – positivo, negativo e neutro – a ciò che stiamo sperimentando. Queste idee sull’origine del nostro disagio spesso rimangono inespresse ma condizionano fortemente la nostra aspettativa rispetto alla risoluzione della nostra problematica. Spesso diventano delle vere e proprie credenze che rimangono segrete, implicite e che usiamo come una specie di “prova” per capire di chi dobbiamo fidarci: spesso ci fidiamo del curante che più si avvicina alla nostra idea o che la trasforma in modo creativo.

Le credenze

Per questa ragione è abbastanza interessante vedere come arriviamo a formarci un’idea, una credenza, sull’origine del nostro disagio. Se ci formiamo l’idea che la nostra malattia o il nostro disagio sia gestibile, molto spesso attiviamo una serie di azioni volte alla risoluzione del disturbo: visite, consulti, esami e così via. Ma se ci formiamo l’idea che il nostro problema sia difficile da risolvere o che comporti cambiamenti durevoli nella nostra vita, i processi di pensiero vengono fortemente influenzati da emozioni negative che formano una serie di aspettative – altrettanto negative – e che possono farci arrivare, paradossalmente, ad una serie di azioni controproducenti rispetto alla guarigione. Per esempio possono farci provare molta sfiducia nei curanti, oppure scegliere sistemi di autocura fantasiosi e così via…

Il tempo

Queste idee si formano molto presto rispetto all’insorgenza della malattia e possono condizionare fortemente la nostra accettazione delle cure che ci vengono offerte. Il problema fondamentale è che nessuno si prende il tempo per chiedere alla persona qual è la sua spiegazione di ciò che è avvenuto e come percepisce la sua malattia. Questo accade perché l’evento morboso viene percepito come se fosse un corpo isolato ed estraneo da “estirpare”. In realtà la malattia – fisica o psichica che sia – è un evento vivo, che fa parte della storia di una persona, che nasce da quella persona e da quella persona non può essere separato.

La consapevolezza corporea del paziente può essere un forte aiuto per il curante nella definizione della diagnosi e, anche quando ci troviamo in presenza di credenze malsane nei confronti della malattia, solo se ci prendiamo il tempo di ascoltarle, potremo avere la possibilità di intervenire eventualmente per modificarle. Altrimenti rimaniamo – noi curanti – soli nella nostra battaglia contro un evento morboso che erroneamente vediamo isolato dalla persona e dalla relazione della persona con il mondo. E mentre noi facciamo la nostra battaglia solitaria, il paziente prosegue con la sua ininterrotta valutazione diagnostica e prognostica.

E se la malattia è un disagio psichico?

Quando il disturbo è un disturbo di tipo psichico spesso le cose sono solo apparentemente diverse. Sono diverse perché indubbiamente ci è più chiaro che il problema è parte integrante della vita della persona e per questa ragione cerchiamo di esplorare molto le idee della persona che abbiamo di fronte. Nello stesso tempo però cerchiamo di avere una sorta di “neutralità affettiva” rispetto alla diagnosi e cerchiamo di arrivare ad una diagnosi che sia poco o nulla influenzata dalle idee della persona e basata invece sulle idee della nostra scuola di psicoterapia. Questo potrebbe essere un buon sistema se la diagnosi fosse qualcosa di stabile ed immutabile fino alla fine della psicoterapia. Momento in cui “diplomiamo” il paziente con una nuova diagnosi o, un pò ironicamente, un “nuovo carattere”. Ma la diagnosi, assomiglia di più ad un film, con tante parti in progressione, come dico in “Diagnosi in movimento” che non ad una fotografia.

La diagnosi in dialogo

Allora perché non iniziare a fare il lavoro, solo apparentemente più lungo, di mettere la nostra diagnosi, il nostro filmato, alla luce delle idee del paziente, lasciando che alla fine le idee di entrambi – paziente e psicoterapeuta- siano trasformate da questo dialogo? In questo modo potremo utilizzare la straordinaria risorsa costituita dalla consapevolezza della persona. Anziché cercare di portarla noi alla nostra luce, potremmo così vedere il suo processo di cambiamento illuminato dalla luce della sua consapevolezza. Questo sposterebbe il potere da noi – i curanti – a lui – il paziente. Ma d’altronde per curarsi non abbiamo anche bisogno di uscire dalla situazione di impotenza per recuperare la nostra forza vitale?

Le difficoltà della democrazia

Certamente questo modo di procedere nella diagnosi comporta un frequente confronto e una frequente negoziazione. Comporta anche la necessaria sospensione di certi atti terapeutici che non sono ancora accettabili alla consapevolezza del paziente – e che forse non lo saranno mai – Comporta il riconoscere, momento per momento, l’impotenza dei curanti e il potere – costituito dalla compliance – dei pazienti. Comporta in fondo percorrere il difficile percorso della democrazia. Un percorso che si basa sul dialogo, sull’infinito e affascinante processo delle microregolazioni reciproche di cui parla Tronick.

a cura di nicoletta cinotti

 

 

 

 

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