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Dall’essere appesi al grounding:la paura di cadere

fotocorpo

Un mio paziente, un brillante avvocato sotto i quarant’anni che lavora dalle 50 alle 60 ore la settimana, quando passa un fine settimana – in genere per lui è sabato pomeriggio e domenica – senza lavorare arriva all’appuntamento del lunedì e, sinceramente spaventato, mi guarda e dice: “Non è che sto prendendo una brutta piega?” Questa, per me, è l’immagine più convincente della paura di cadere.
Mio nipote mi guarda, sorride e appoggiato con una sola mano alla libreria, gioca, dondola e sceglie se staccarsi e fare due passi oppure rimanere aggrappato e farsi prendere in braccio…è questo il passaggio che entrambi devono fare: stare sulle loro gambe e non aggrapparsi a qualcosa di esterno: il denaro e il lavoro, per il primo, la libreria per il secondo.
Sole se mio nipote verrà lasciato libero di sperimentare questa meravigliosa esplorazione potrà fidarsi delle sue gambe. Se dovrà staccarsi troppo presto per poter raggiungere sua madre – o i desideri di sua madre – o se dovrà rimanere troppo a lungo aggrappato alla libreria perché non c’è nessuno da cui andare, la sua fiducia in sé avrà una macchia, forse cancellabile, forse no.
La terapia è la stessa cosa: tu e un paziente, aggrappato alle sue difese, quelle difese che gli hanno salvato la vita, e la possibilità di esplorare un’alternativa. Mai forzare, mai trattenere e, in mezzo, la paura di cadere. Il paziente che teme di lasciare ciò a cui è stato aggrappato fino ad allora e il terapeuta che cerca di sintonizzarsi. Ma la linea è spesso disturbata…prove ed errori prima di incontrarsi. Perché poi, ad un certo punto, il paziente si stacca dalle sue difese e ti viene incontro…contando sulle proprie gambe.
Lowen propone un esercizio specifico proprio per esplorare la paura di cadere. Questa transizione tra l’affidarsi alle proprie difese per rimanere su e lo stare flessibilmente sulle proprie gambe è, simbolicamente, anche il luogo dell’incontro terapeutico. È qui, infatti, che la sintonizzazione affettiva7può permettere, nella diade terapeuta – paziente di esplorare e modificare il modello percettivo, emotivo e comportamentale.
Malgrado il fatto che la difesa esplorata sia “storica”è la comunicazione del suo impatto nel qui e ora che ne permette la elaborazione e la trasformazione, sostenuta dal riconoscimento del processo che sperimenta il paziente.
È questa esplorazione, tanto simile al dondolare del bambino che sta verificando se può staccarsi dal sostegno, che permette una nuova esperienza di sé.
Questo staccarsi diventa simbolo del processo di individuazione. Staccarsi, elaborando la paura di cadere, staccarsi, accettando di cadere e sperimentarsi interi.

La terra e la sicurezza

La terra è simbolo della madre, la fonte della nostra forza, cadere rappresenta quindi il lasciarsi andare nelle braccia della madre. Se questo lasciarsi andare è fonte di ansia anche il nostro appoggio a terra ne risulterà influenzato. L’esecuzione dell’esercizio della caduta fa riemergere il conflitto con la madre che può essere analizzato ed elaborato consentendo alla persona di lasciarsi andare o di cadere con un senso di sicurezza.

Paura di cadere

Riassumendo possiamo affermare che chiunque non sia grounded utilizza, in maniera inevitabilmente distorta, qualche altra parte del corpo per sostenersi. Nella mia esperienza è molto tipico anche l’uso dello sguardo come un modo per tenersi su, oppure, come succede con molti pazienti orali, l’aggrapparsi a delle situazioni, magari estremamente frustranti, non confidando nella propria capacità di tenersi in piedi da soli.

Il ristabilimento del grounding, passa da un intenso lavoro sul cavalletto appoggiando la parte dorsale per mobilizzare la rabbia e la paura trattenute nelle spalle e nella mandibola e aprire il respiro e con l’arco disteso per dare ancora maggiore libertà al respiro. Questo lavoro è sempre accompagnato dal lavoro in grounding e in bend over. Lowen parla della paura di cadere come una fase di transizione tra l’essere appesi e lo stare sulle proprie gambe. Questo è l’eterno dilemma che affrontiamo in terapia: rimanere aggrappati alle proprie difese o cambiare?

© Nicoletta Cinotti 2014


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