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Desiderare la felicità: il carattere masochista

Ci sono molte riflessioni che questo viaggio sulla diagnosi caratterologica può portarci a fare. La prima, più volte ripetuta, è che il carattere non individua una persona ma piuttosto una organizzazione difensiva attuale che dice qualcosa della storia passata della persona. Una rete che prende vita nell’unicità dei gesti, dei movimenti e delle emozioni di chi ci sta di fronte e che non deve assolutamente essere sottovalutata a favore di un aspetto caratteriale. Per questa ragione presento ogni carattere con il tema emotivo dominante. Il ritiro per lo schizoide, l’amore per il carattere orale e la felicità per il masochista.
Essere in grado di cogliere elementi della mappa caratteriale può aiutarci a comprendere la direzione del percorso di sviluppo e le alterne vicende del tema emotivo dominante:in questo caso la felicità.

L’ideale del genitore: la felicità del figlio

Figlio di un genitore che desiderava per lui/lei il massimo e che, per realizzarlo, lo ha invaso con i suoi sforzi, le sue cure, le sue attenzioni e apprensioni, lo sviluppo della struttura masochistica rivela quanto sia importante che la cura rispetti sempre il principio dell’autoregolazione, i processi di sviluppo e la loro direzione.
Nel caso del carattere masochista possiamo immaginarlo figlio di un genitore che ha desiderato troppo ardentemente “il suo bene”, sottovalutando la sua possibilità di raggiungerlo autonomamente. Un genitore che non ha saputo arretrare e lasciare che la personalità in nuce si sviluppasse ma che ha pensato di dover fare di tutto per rendere felice e, possibilmente, perfettamente felice, il figlio. E’ questo troppo che ha strutturato la difesa masochistica. La ripetuta invasione e disattenzione nei confronti dei suoi impulsi, molto spesso soverchiati dalle generose attenzioni del genitore, lo hanno messo di fronte ad un dilemma straziante: crescere diventa tradire chi ha fatto tutto per lui, crescere significa affrontare il dubbio, profondamente radicato, se la felicità può realizzarsi nella libertà . Crescere in autonomia significa tradire e confrontarsi con il senso di colpa, significa “uccidere” metaforicamente il genitore e allora diventa quasi inevitabile che il movimento verso l’autonomia si accompagni con un sabotaggio che realizza contemporaneamente la punizione e la profezia del senso di colpa. Da qui nasce la sensazione di essere continuamente sotto pressione, frequentemente riportata. L’inerzia del masochista non è uguale quella del carattere orale. Se in quest’ultimo la sensazione è quella di “non farcela” – una sensazione che nasce dalla realtà di aver ricevuto troppo poco – per il masochista la stasi nasce da una sorta di pantano: ha ricevuto troppo e non sa se essere se stesso o soddisfare il desiderio altrui.

Sottomissione e ribellione

Questo dilemma spesso si esprime con un atteggiamento sottomesso che, a livello profondo è invece un sentimento di astio o ribellione, quando non addirittura superiorità. In questo caso infatti la struttura energetica è stata nutrita e molto accudita e quindi siamo in presenza di una persona che non ha vissuto le carenze e le deprivazioni che contraddistinguono i due caratteri precedentemente delineati. E’ una struttura energeticamente carica ma questa carica è trattenuta all’interno, in parte proprio perché lo sviluppo dei suoi movimenti autonomi è stato tanto ostacolato.
Il trattenimento può diventare così forte da provocare una scarsa vitalità degli arti e una compressione e un crollo dell’organismo, un crollo che spesso avviene all’altezza del diaframma, mostrando una decisa differenza tra la struttura della parte alta del corpo e quella della parte bassa. Altro elemento di grande tensione è il collo. Queste due aree di forte tensione – diaframma e collo – insieme alle braccia poco cariche sottolineano i due elementi caratteristici delineati poc’anzi: la forte compressione e la difficoltà a protendersi. Una difficoltà facilmente comprensibile dal punto di vista relazionale: non ha mai avuto bisogno di chiedere perché aveva tutto già imposto e preparato prima ancora che nascesse un impulso verso il protendersi.

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Se guardiamo diagramma a stella con cui Lowen rappresenta i caratteri,comprendiamo visivamente come queste tensioni si realizzano: il corpo è compresso, con un nucleo centrale grande e carico, che non viene lasciato libero dalla compressione. La colonna vertebrale agisce la compressione assumendo la caratteristica struttura a C, che viene illustrata nel disegno sottostante, con una postura da “coda tra le gambe” nella zona del bacino e un accentuarsi della curva dorsale. Anche qui, come nell’oralità , il recupero percettivo e motorio della colonna vertebrale è importante, pur essendone diverse le ragioni. Nell’orale la colonna è usata come sostegno sostitutivo delle gambe, nel masochismo come morsa per esercitare maggiore pressione nel trattenere gli impulsi. Anche il quadro di Botero, all’inizio della pagina, ci aiuta visivamente a comprendere questa struttura. Le natiche strette dei bambini, la loro aria felicemente immobile, l’imponenza soddisfatta della madre, enorme e rassicurante, e la disposizione ravvicinata delle figure, colgono perfettamente un altro elemento: è tutto centripeto ed è difficile allontanarsi. Cosa che, dal punto di vista della teoria dell’attaccamento è tipico dell’attaccamento ambivalente.

Le parole di Reich

IIl carattere masochista è stato quello che ha permesso a Reich di fondare la teoria espressa nell’Analisi del carattere e nel descriverlo usa queste parole:”…soggettivamente c’è una sensazione cronica di sofferenza, che si esprime come tendenza a lamentarsi; tendenze croniche all’auto – lesione e all’auto – umiliazione e una intensa mania di tormentare gli altri, che fa soffrire l’individuo in questione non meno del suo oggetto. È comune a tutti i caratteri masochisti un comportamento maldestro, senza tatto,di tipo particolare, nel modo di presentarsi e di trattare gli altri…(pag.274)”.Questo tormento è alimentato dal desiderio inesauribile e immenso di felicità, e dall’associazione di tensione interiore e angoscia incombente, tanto da diventare un pensiero persecutorio espresso attraverso ostinazione e provocazione. La provocazione è un modo, indiretto, di protestare e anche l’espressione del senso di rivolta. Naturalmente questo tentativo non può che fallire e, in qualche modo, vuole che fallisca, sia perché così sente giustificata la sua inadeguatezza, sia perché così può spostare il suo biasimo sugli altri e dimostrarsi che in fondo , non sono migliori di lui. Esprime in questo modo il suo timore del successo, un successo che lo porterebbe a quell’autonomia vissuta così conflittualmente. Questa ricerca di felicità può rendere la struttura masochista disponibile a “piaceri” umilianti o distruttivi. Ma il piacere, che identifica come precursore della felicità, è spesso un desiderio così forte da soggiogarlo e spingerlo ad accettare situazioni limite.

La struttura corporea

Il carattere masochista presenta una struttura tipica dei piedi e delle gambe, di cui sottolineo gli elementi rilevanti: l’arco plantare fortemente contratto non offre stabilità, una stabilità che viene raggiunta attraverso uno sviluppo eccessivo dei muscoli del polpaccio e dei quadricipiti. I quadricipiti sviluppati hanno anche la funzione di trattenerlo nella sua autonomia di movimento e bloccano la spinta pelvica e la possibilità di oscillazione del bacino. Il movimento, in senso letterale e metaforico, è sacrificato a favore della sicurezza.
Poiché, come dice Lowen…”la terapia bioenergetica è fondamentalmente una procedura analitica. L’analisi è condotta sia a livello psichico che somatico. L’espressione del sentimento, verbalmente e nel movimento, è utilizzata per produrre una liberazione dell’affetto bloccato” (Lowen, 1958,p.181) è necessario comprendere come ,anche la più rigorosa analisi caratteriale, debba tendere ad individuare e liberare l’affetto che è rimasto bloccato dalla tensione muscolare. Il tema della soddisfazione, del piacere e della libertà, affetti bloccati in questa struttura, sono percepiti dalla persona ma non espressi nella propria vita. Questo conflitto tra percezione, consapevolezza ed espressione, ci permette di introdurre un’altra valutazione diagnostica, tipicamente bioenergetica, che è quella relativa alle tre colonne del Sé corporeo.

Il Sé corporeo

Per Lowen la formazione del nostro Sè corporeo è alla base della nascita del Sè e i tre elementi base che lo strutturano sono laconsapevolezza di sé, la padronanza e la capacità di autoespressione. Un percorso diagnostico in bioenergetica può percorrere, oltre che la strada caratteriale, anche questa strada diagnostica. Possiamo così domandarci come la persona che abbiamo di fronte realizza questi tre aspetti e imparare a distinguere le diverse funzioni che esprimono.
Nel caso dei caratteri orale e schizoide la consapevolezza è spesso l’elemento più deficitario, mentre ci può essere un eccesso di espressività, agita senza una vera padronanza.
Nella situazione masochistica invece spesso la consapevolezza è buona, anche particolarmente acuta, tanto che può maturare in un eccessivo ripiegamento ipocondriaco, ma sia l’aspetto espressivo che la padronanza sono molto deficitari. Come può esprimere i suoi veri sentimenti se è continuamente diviso in un conflitto interiore? A quale voce dare la priorità : alla propria o a quella del genitore?
Anche la padronanza non è una vera padronanza: sa infatti esercitare un grandissimo controllo, aiutato anche dalla sua muscolatura particolarmente sviluppata e dalla sua capacità di sopportare anche grandi tensioni, ma non si può proprio dire che sia padrone di Sè. Anzi possiamo dire che la sua terapia termina nel momento in cui riacquista la sua padronanza e, quindi, la sua libertà.

Nel concludere vorrei riportare la consueta poesia.
Se il carattere vive a pieno il conflitto, non può che sentirsi diviso tra il suo slancio alla felicità e lo slancio per realizzare la felicità che l’altro ha pensato per lui. Un conflitto che non può sciogliersi fino a che non accetta di essere responsabile solo della sua vita.

L’indiviso
di Mario Luzi
A volte si tocca il punto fermo e impensabile
dove nulla da nulla è più diviso,

né morte da vita
né innocenza da colpa,
e dove anche il dolore è gioia piena.

Sono cose, queste, che si dicono per noi soltanto.
Altri ne riderebbero.
Ma dire si devono. Le annoto
per te che le sai bene e per testimonianza dell’amore eterno.

© Nicoletta Cinotti 2014

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