Seleziona una pagina

Equanimità: la quiete spaziosa della mente

L’equanimità è pervasa di gentilezza amorevole, di cura per tutti gli esseri viventi. L’equanimità è l’ultima dei 10 Piramita, le “perfezioni” del Buddismo Theravada. E’ il culmine della pratica e Sharon Salzberg, nel suo libro “LovingKindness”, la descrive meravigliosamente:

L’equanimità è uno spazioso silenzio della mente, una calma splendente che ci permette di essere pienamente presenti, con tutte le mutevoli esperienze che formano il nostro mondo e le nostre vite. Sharon Salzberg

Questa definizione mi piace per diversi motivi.

Innanzitutto, c’è l’espressione “silenzio spazioso”. Quando siamo in una condizione di equanimità le nostre menti sono in silenzio, e c’è spazio per tutto quello che viene fuori; niente è rifiutato.

Un’altra definizione di equanimità, questa di Rebecca Bradshaw, evidenzia questo aspetto della mente, e i suoi vantaggi:

Equanimità è offrire continuamente una casa alla verità del momento presente. Rebecca Bradshaw

Una mente/cuore equanime può connettersi al mondo e a tutti i suoi cambiamenti con equilibrio, portamento, grazia, flessibilità. Con l’equanimità, impariamo a fidarci profondamente della nostra capacità di scorrere nel fiume del cambiamento, a rilassarci in esso.

C’è anche un altro aspetto significativo della definizione di Sharon: l’espressione “calma splendente”.

Non solo le nostre menti sono concentrate e tranquille, ma diventiamo letteralmente fonte di questo stato mentale sano per gli altri intorno a noi; emaniamo questa energia potente. Ecco dove ci porta la pratica.

Molte persone pensano che la pratica della meditazione sia egoista, che invece di star lì seduti si dovrebbe fare qualcosa di utile. Ma cosa potrebbe essere più utile del dar vita a un’atmosfera di calma e tranquillità tutto intorno a noi? Di cosa ha bisogno il mondo più di questo?

Infine c’è la frase “essere pienamente presenti con tutte le diverse e mutevoli esperienze”. Questa potrebbe essere una definizione per la “non sofferenza”.

Soffriamo perché restiamo ancorati alle cose che emergono che troviamo piacevoli e cerchiamo di evitare, o scacciamo vi,a le cose che emergono e che troviamo spiacevoli. Non scorriamo insieme al fiume del cambiamento. Non capiamo né accettiamo che ogni cosa è temporanea, continuamente mutevole. Se siamo equanimi non soffriamo più!

Come la gentilezza affettuosa, l’equanimità ha un “nemico vicino ”, uno stato mentale che si traveste da equanimità. E’ l’indifferenza.

Sfortunatamente, molti testi e maestri traducono il Pali upekka e il Sanscrito upeksham usando questa parola. Queste traduzioni sono scorrette.Esternamente l’indifferenza può sembrare uguale, una calma apparente. Ma l’indifferenza è un rifiuto del mondo, un forte senso di “non interesse”. Non è per niente spaziosa. E’ di fatto stretta ed egocentrica. Non ospita il momento presente, lo ignora.

L’equanimità è pervasa di gentilezza affettuosa, un senso di cura per tutti gli esseri viventi. C’è un altro insegnamento nel Buddismo che include l’equanimità: il Bramha Viharas, la dimora celeste –i quattro stati mentali salutari interconnessi che Buddha invitava a coltivare.

Il primo di questi è la gentilezza amorevole che è anche la nona paramita. Quando un cuore riempito di gentilezza affettuosa incontra il dolore compassionevole, il secondo Brahma Vihara, si rivela. Quando quello stesso cuore incontra la felicità si riempie di gioia compartecipe, il terzo Brahma Vihara.

L’equanimità è l’equilibrio tra le altre tre. Ci impedisce di cadere nell’eccesso, ci mantiene saldi. L’equanimità lega le altre tre insieme.

L’equanimità è il punto finale delle Piramita.

Sulla terra si parte semplicemente con generosità e virtù. Con la rinuncia ci lasciamo andare a qualcos’altro per trovare tempo nelle nostre vite per la pratica. Praticando la saggezza si rivela e iniziamo ad avere comprensione nella vera natura della realtà.Questo ci ispira ad applicare più energia alla pratica, compensata dalla pazienza, con la consapevolezza che niente è immediato. Iniziamo a interagire in una dimensione di veridicità con gli altri, e soprattutto con noi stessi, guardando con onestà le nostre colpe e i nostri aspetti positivi.

Diventiamo decisi, determinati a portare la pratica, prima nelle nostre vite. Siamo colmi di gentilezza affettuosa per tutti gli esseri. Raggiungiamo l’equanimità, uno spazioso silenzio della mente.

©Barry H. Gillespie per Elephant Journal Traduzione di Silvia Cappuccio per www.nicolettacinotti.net

Foto di ©h.koppdelaney

Per approfondire:

The Importance of Sangha

Radiating Kindness Over the Entire World

Resolve: Determined to Achieve the Greater Happiness

Truthfulness: Much More Than Not Telling Lies

Patience: When Practice Seems Difficult

Viryia: Effort in Practice

Wisdom: The Fruit of Practice

Renunciation: The Art of Letting Go

Sila & What It Means to Be Virtuous

Condividere questo articolo?