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Esistono delle fasi nella pratica di mindfulness?

Tutti noi siamo abituati a pensare all’apprendimento come ad un processo che procede per fasi: abbiamo iniziato dalle elementari e poi forse abbiamo proseguito oltre la scuola dell’obbligo.

Conosciamo più o meno come impariamo e qual è il nostro stile di apprendimento.

Sappiamo che ci sono progressi e abbandoni. Ma possiamo pensare ad uno sviluppo simile anche nella pratica di mindfulness?

Iniziare

Per molte persone la pratica di mindfulness inizia con la partecipazione ad uno dei protocolli. Le ragioni sono diverse: il desiderio di avere del tempo per se stessi, lo stress, le difficoltà emotive. A volte lo scoraggiamento verso altre forme di cura.

Iniziare comunque ha sempre qualche difficoltà; abbiamo bisogno di imparare a stare fermi, abbiamo bisogno di cambiare l’approccio mentale. Quindi, forse, la domanda se ci sono fasi nell’apprendimento della mindfulness non è tanto inutile.

Facciamo rispondere due maestri: Joseph Goldstein e Ezra Bayda. Il primo è uno dei fondatori dell’Insight Meditation Society, il secondo è un Roshi – ossia un maestro zen, molto noto, del Centro fondato fa Joko Beck a San Diego. Due voci molto autorevoli.

Joseph Goldstein e il processo della meditazione

Goldstein affronta l’argomento con eleganza ed essenzialità. Una volta superato il fatto che è necessario iniziare, è importante ricordare che la meditazione è un processo dinamico e che attraversa fasi che si ripetono sia nell’apprendimento che in ogni singola meditazione. Le definisce come diversi livelli di profondità

Primo livello: Iniziare e Osservare

La meditazione non è raggiungere uno stato particolare: è piuttosto cominciare ad avere una relazione autentica con i cambiamenti che avvengono nel corpo, nelle emozioni e nella mente. Perché la mente si stabilizzi in mezzo a tutti questi elementi di cambiamento è necessario sviluppare una concentrazione sufficiente che include l’attenzione precisa a ciò che accade. Questo primo passo permette di osservare quello che emerge senza attaccamento o avversione ma con consapevolezza ed equanimità.

Secondo livello: Aprire

Il secondo passo è aprire cioè portare la pratica al cuore. Significa entrare pienamente nel corpo, nei movimenti mentali, nei modelli di risposta psicologica che abbiamo osservato e aprire al processo stesso dell’essere vivi. Se l’osservazione può essere sufficiente per la percezione del corpo, l’apertura è necessaria per la percezione del cuore e della mente che funzionano spesso in modi che ci sono sconosciuti.

Terzo livello: Essere

Dimorare significa stare in ciò che abbiamo osservato e aperto, accogliendo tutti i momenti – piacevoli, spiacevoli o neutri – come espressione del processo in corso. Niente da preferire o da cambiare, solo lo svolgersi delle cose e la nostra saggia esplorazione di ciò che avviene. Significa essere nella fluidità anziché nella nostra tendenza a solidificare le cose, a stabilizzare ciò che è per sua natura in costante cambiamento.

Questi tre livelli possono essere visti come passaggi all’interno della stessa meditazione oppure come elementi del processo di crescita della pratica ovvero il suo approfondirsi.

Le tre fasi di Ezra Bayda

Ezra Bayda sottolinea che le tre fasi di cui ci parla sono continuamente in movimento tra di loro ma, nello stesso tempo, sono anche cronologicamente organizzate.

La prima fase è quella che chiama “Me“: è la fase in cui facciamo molto lavoro psicologico, per comprendere come funziona la nostra mente – intesa come corpo, emozioni, pensieri. Non è un lavoro di analisi ricostruttiva del nostro passato, ovviamente ma piuttosto una esplorazione delle nostre idee preconcette su di noi e sulla vita.

Un esempio. Forse ci diciamo spesso “la vita è dura!” Cosa significa: significa che ci sentiamo inadeguati o che siamo dei combattenti? Questi due significati non sono uguali e presuppongono diversi comportamenti pratici!

Queste idee preconcette sono importanti perché condizionano i nostri comportamenti, le nostre reazioni emotive, il significato che attribuiamo alle cose. Anche le reazioni emotive abituali funzionano nello stesso modo ed entrambe influenzano e riducono la nostra consapevolezza.

Questa fase può essere continuamente approfondita ma, seconda Bayda, è la porta di accesso per la pratica di meditazione di consapevolezza.

La seconda fase è “Essere consapevoli”

Avendo chiaro che, forse, la prima fase non è mai completa, possiamo dire che ad un certo punto è meno prominente e quindi avviene quell’espansione dell’esperienza tipico dell’essere consapevoli. L’essere consapevoli si esprime sia attraverso le pratiche formali che informali e ci offre il senso dell’essere qui e ora. Del portare la consapevolezza alla tessitura del presente.

Anche ciò che siamo abituati a considerare Io diventa piuttosto che un Me o un mio un “essere consapevole“, l’esperienza vivida della presenza nel mondo dell’esperienza anziché dei pensieri.

La terza fase è “Essere gentili”

Non esistono linee di demarcazione tra una fase e l’altra ma passaggi continui e delicati. La consapevolezza ci permette l’apertura del cuore e l’emergere di quelle qualità innate di gentilezza amorevole, capacità di condividere la gioia, equanimità, compassione che integrano anziché separare e dividere, l’esperienza in corso .

Sottolineano anche la connessione che condividiamo gli uni con gli altri e con ogni cosa.

Possiamo fare un esempio che illustra – insieme – le singole fasi di cui parla Bayda. Quando ci sentiamo rifiutati, o non apprezzati, il corpo si contrae, si manifesta un’emozione, la sensazione che ci sia qualcosa di sbagliato – una sensazione di insicurezza o di perdita di controllo – che solidifica il nostro senso di sé. Una risposta della fase Me. Praticare non significa sbarazzarsi di queste emozioni. Piuttosto esplorarle con consapevolezza non giudicante, questa è la fase dell’essere consapevoli.

E’ la consapevolezza e non la correzione che guarisce e quindi dimorando completamente nell’esperienza in corso possiamo sperimentare la pace che nasce dall’accogliere ciò che è presente in quel momento nella nostra esperienza. Questa è la terza fase: essere gentili.

Il processo della meditazione

Se è vero che la meditazione è un processo vitale poco etichettabile, è vero che sapere di muoversi in una rete, in un flusso definibile a volte può aiutare. A me – che vedo struttura anche dove non esiste – che organizzo anche dove c’è confusione, è stato utilissimo. Un ausilio per comprendere e imparare. Senza dimenticare che la mindfulness è passare dal contenuto – ossia dalle nostre storie sull’argomento vita – al processo, ossia a vivere pienamente il momento presente.

Il significato della vita è la vita stessa. Alexander Lowen

livelli di pratica mindfulness

© Nicoletta Cinotti 2015

 

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