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Spesso quando proviamo avversione per qualcosa che sta avvenendo finiamo per assumere una posizione rigida: contraiamo la mandibola o stringiamo le mani o tratteniamo il respiro. Lottiamo contro l’espressione dell’avversione ma siamo consapevoli che proviamo avversione. Più o meno consapevoli che c’è una tensione nel corpo. Un conflitto tra quello che sentiamo e quello che riteniamo opportuno esprimere. Perché, molte volte, non abbiamo dubbi sull’opportunità della nostra sensazione ma abbiamo dubbi sulla possibilità di esprimere la nostra sensazione. Così tratteniamo, irrigidendolo, il corpo. E se proprio non riusciamo a trattenere diciamo quello che pensiamo, senza preoccuparci troppo dell’effetto sull’altro. Siamo tanto arrabbiati che sentiamo solo noi stessi.

Non sempre però trattiamo così la nostra avversione. Se amiamo molto la persona che produce la situazione che rifiutiamo, possiamo, quasi impercettibilmente, coprire la nostra avversione con una accondiscendenza gentile. Una iperflessibilità all’adattamento. Perché la cosa più importante è non perdere l’amore di quella persona, anche se ci propone cose che non vogliamo. Anche se siamo costretti ad subire condizioni che non accetteremmo. Sostituiamo la protesta con la resa. Tutto pur di essere vicini. Tutto purché l’altro sia fiero di noi. E noi fieri di riflesso.

Dal punto di vista relazionale l’accondiscendenza è una posizione meno sfidante: si tratta di chinare la testa, di guardare le cose con pazienza, di cercare, velocemente, molto velocemente, il positivo della situazione. Ma l’avversione rimane. Sta nascosta dentro di noi e ci confonde. Non capiamo più cosa vogliamo e cosa non vogliamo. Prendiamo l’abitudine a rispondere ma quel non è accettazione. È un piegare, con lacrime senza suono, la testa. Un dire e dirsi che l’amore che proviamo per l’altro è più importante dell’amore che possiamo avere per noi. Senza condizioni. Siamo tanto spaventati che sentiamo solo le ragioni di chi amiamo.

In mezzo, tra la rigidità e l’iper-flessibilità, sta l’ascolto. E il coraggio e la fiducia di scegliere se dire sì o no.

Non esistono parole più chiare del linguaggio del corpo, una volta che si è imparato a leggerlo. Alexander Lowen

Pratica del giorno: La classe del mattino

© Nicoletta Cinotti 2017 Il protocollo MBSR a Chiavari e a Genova

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