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I percorsi verso la heartfulness: cosa ho imparato dal ritiro

Quando ho iniziato a condurre i protocolli mindfulness provavo una specie di disagio nell’introdurre la pratica di Metta, o gentilezza amorevole.In questa pratica si rivolgono degli auguri di bene e di pace a partire da noi stessi fino ad includere gruppi sempre più ampi di persone, persone che amiamo, persone che ci sono estranee, persone che ci sono ostili, niente è escluso da questa pratica. Niente e nessuno visto che può includere qualsiasi essere vivente.

Un disagio che nasceva da due diverse fonti: da una parte la convinzione che la pratica di consapevolezza sia esplorare le cose così come sono. Dall’altra la sensazione – sottile ma persistente – che in questa pratica ci fosse una grandezza che non possedevo. Questa seconda sensazione non è certamente sconosciuta a molti di noi: l’idea che, per fare qualcosa che amiamo, sia prima necessario migliorare noi stessi. Nel tempo ho compreso che questa sensazione esprimeva una difficoltà comune, una sorta di stato mentale che Tara Brach chiama “la trance dell’inadeguatezza”.

E poi, mi dicevo, io sono solo una psicoterapeuta. Questa è una pratica da illuminati!

Le parole di Kabat Zinn

Così era stato di grande conforto leggere le parole di Kabat Zinn, sull’inserire la pratica di Metta nel protocollo MBSR: ” Sentivo che tutte le pratiche meditative sono fondamentalmente atti di gentilezza amorevole, e che insegnarle e praticarle in quanto tali rendeva superflua una pratica specifica rivolta a quell’orientamento…La riserva maggiore era che poteva confondere la gente agli inizi, a cui veniva presentato per la prima volta l’atteggiamento e la pratica del non-fare e del non-lottare…non volevo minare alla base quell’orientamento verso una modalità diretta, immediata e non reattiva…la ragione della mia esitazione era che le istruzioni che si offrono per la meditazione di Metta inevitabilmente danno l’impressione di un invito a fare qualcosa, ossia ad evocare determinati sentimenti e pensieri e generare stati d’animo desiderabili…“(Jon Kabat Zinn, pp.269-270). Queste erano esattamente le perplessità che sentivo anch’io: cosa fare se non si “sente” una vera adesione a ciò che le frasi di Metta invitano?

Nello stesso tempo mi rendevo conto che il rischio era ed è, con la mindfulness, di trasformarla in un esercizio cognitivo, mentre la sua vera direzione è tornare alla mente-cuore, quello spazio dove le nostre naturali capacità di comprensione e presenza si incontrano, per arrivare ad una comprensione compassionevole di noi stessi e del mondo.

La posizione di Saki Santorelli

Mi era quindi sembrato naturale seguire le indicazioni che offriva con generosità Saki Santorelli in Heal thy Self, da poco tradotto in italiano “Guarisci Te stesso”. Si può fare un percorso per arrivare a presentare la pratica di Metta: un percorso che nasce dallo sviluppare empatia e compassione verso noi stessi e verso gli altri.

D’altra parte questo tema era ed è particolarmente rilevante per me e per la mia professione, che chiede continuamente di vedere il mondo con la prospettiva che ci porta il nostro cliente. Questo incontrare in profondità la mente dell’altro è uno degli elementi di maggiore interesse del mio lavoro. Ogni giorno incontro mondi diversi dal mio e, nel desiderio di costruire un incontro, lascio che la nostra mente entri in contatto e ci cambi, reciprocamente. In quello che Edward Tronick- con meravigliosa chiarezza – definisce l’espansione diadica dello stato di coscienza.

Alla fine, questo percorso tra empatia e compassione mi sembrava che potesse fornire una buona risposta. Buona e non definitiva.

La struttura del protocollo

heartfulnessHo una passione per la struttura delle cose: è una passione istintiva e poco ragionata. Leggo un libro, vedo un programma, un progetto e, automaticamente, mi arrivano informazioni sulla struttura con cui è stato creato. A volte penso che vedo strutture che esistono e sono implicite. Altre volte credo che le vedo io ma non erano nemmeno lontanamente nella mente di chi ha prodotto quel lavoro. Tant’è, succede spontaneamente e la lascio accadere, come una delle stramberie della mia mente. Così, dentro di me, il protocollo mindfulness ha diverse strutture: strutture di contenuto, strutture di metodo e di processo. Una di queste strutture mi dice che all’inizio del protocollo lavoriamo per stabilizzare l’attenzione e ampliare progressivamente la consapevolezza e poi, dopo il quinto incontro, iniziamo ad espandere quelle che sono le qualità naturali della mente originaria: in particolare equanimità (con la meditazione della montagna), compassione e gentilezza amorevole con la pratica di metta. Aver disegnato questa struttura mi dava una certa spinta ad approfondire l’importanza della pratica di gentilezza amorevole.

Spazzare il cuore

Swami Muktananda diceva “Spazzate il vostro cuore. Ogni mattina, ogni giorno, prendete una scopa e spazzate il vostro cuore”. Questa frase mi ha accompagnato per molto tempo. Spazzare mi piace tantissimo, mi piace pulire il terrazzo e giocare con il vento che sposta quello che ho ordinato. Spazzare in casa e vedere la polvere sottile che si accumula in luoghi nascosti e forma oggetti morbidi come nuvole. Spazzare il cuore però cosa voleva dire? Muktananda faceva riferimento a quei sentimenti che si solidificano e diventano ostacoli nella nostra relazione con gli altri: risentimento, rancore, delusione. Sono sentimenti oscuranti che coprono le qualità della nostra mente originaria.

Il silenzio è l’essenza del cuore. Puoi essere nel tuo cuore solo se hai perdonato te stesso e gli altri. Paul Ferrini

Questi sentimenti emergono spesso durante la pratica di mindfulness: sei lì, ad occhi chiusi e una specie di repertorio morale della tua vita ti scorre davanti: le persone che hai amato, quelle che non hai saputo amare, gli errori che ti hanno fatto vergognare. Ha ragione Paul Ferrini, come possiamo stare nel silenzio se non spazziamo il nostro cuore?

Perdonare

heartfulnessPerdonare per me è una parola difficilissima. Cerco di evitarla, con molte altre a dire la verità, perché, di nuovo, mi pone una domanda di sincerità assoluta. Posso invitare al perdono se io non sono sicura di aver proprio perdonato tutti, anche me stessa? Alla fine mi sembra che non ci siano alternative: mi accontento di come so perdonare e inizio a praticare con la lama affilata del perdono. Lama affilata perché, per l’appunto, non permette insincerità o sbavature: ha regole in cui non puoi barare. Te ne accorgi subito e ti spinge a ricominciare. Così ho iniziato a praticare con il perdono: il perdono verso chi mi ha fatto male, chiedere perdono a chi ho ferito e poi perdonarmi, per la colpa più grande che mi riguarda. Aver sprecato. Ho sprecato tanto: ogni volta che non ho avuto il coraggio di rischiare. Ho sprecato amore, comprensione, compassione, gioia: ho sprecato come se la mia vita fosse infinita e mi dispiace davvero. Ma non posso che farci i conti e andare avanti. Per questo il perdono è così necessario.

Il cambiamento e la resistenza al cambiamento

Lavorare sul perdono è, prima di tutto, un percorso che esplora la nostra resistenza al cambiamento. Non riusciamo a perdonare perché solidifichiamo il dolore, le ferite e le lasciamo intatte, come calcoli renali, dentro il bacino del cuore. Possono passare anni e possiamo avere la stessa rabbia o lo stesso turbamento. Così per perdonare dobbiamo prima riconnetterci all’inevitabile fluire del cambiamento nella nostra vita. Non siamo più gli stessi e non saremo più come siamo ora. Per quanto possiamo cercare di solidificare il nostro dolore e congelarlo nel cuore, la vita ci porta avanti. E’ un’illusione quella del non perdono: noi non siamo più gli stessi e gli altri sono cambiati e il nostro respiro ci ha portato altrove. Perchè continuare a tenere qualcosa di pesante e vecchio? Forse perchè temiamo quel senso di inconsistenza che si incontra nell’attimo in cui cambiamo: quel groundlessness che è l’incertezza della nostra esistenza.

Se l’uomo non svanisse come le rugiade di Adashimo, se non si dileguasse come il fumo sopra
Toribeyama, ma rimanesse per sempre nel mondo, a che punto le cose perderebbero il loro potere di commuoverci! Yoshida Kenko

Il ritiro: la pratica della gentilezza

heartfulnessCosì con questo pacchetto sono partita per il ritiro. Un ritiro di Bioenergetica e Mindfulness che conducevo sulla pratica di gentilezza amorevole. Credo di averlo preparato da sempre. Da quando bambina, vivevo in Toscana, nella dissacrante ironia di quella lingua canterina come un ruscello e tagliente come un vento freddo.

Partendo mi sentivo con un bagaglio che non stava tutto nella valigia: strabordava qua e là. A volte il cuore lo sento così: come una valigia troppo piena. Di bello e di brutto. Intenzionata a camminare con gli strumenti che avevo scoperto nel percorso verso la pratica di Metta. Mettendo da parte l’idea di non essere abbastanza mi sono detta che ogni giorno è il giorno del Risveglio. Il risveglio alle qualità della nostra mente originaria.

E poi è successo un piccolo miracolo. Abbiamo praticato insieme, lavorato sul corpo e spazzato il cuore e quando finalmente abbiamo iniziato a fare Metta, alla fine della pratica nessuno si alzava, nessuno voleva andare via da quella meravigliosa sensazione di intimità e protezione che ci avvolgeva.

Muti e presenti alla qualità di connessione, insieme.

Puoi sentire che nel centro del tuo cuore ci sono comprensione e compassione? Paul Ferrini

Così i dubbi e le domande si sono sciolti, come al solito, di fronte alla semplicità della realtà. Si può, si può anche se non si è perfetti, si può anche se non si è tondi, si può anche da quadrati, si può dritti e anche storti, si può per come siamo, esattamente per come siamo. Basta permetterlo.

© Nicoletta Cinotti 2015

Foto di ©daniel southard, ©remash~ ©imTulips!!!

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