Seleziona una pagina

I segnali comunicativi: fermarsi, procedere, aspettare

Circa due anni fa mi è successo un episodio interessante. Entrando in un piccolo negozio del centro, trovo una cliente prima di me con un cane al guinzaglio. Mentre aspetto io e il cane ci scambiamo uno sguardo. Amore a prima vista. Mi avvicino affettuosa, le faccio due carezze e attorno a me sento un clima di stupore e paura.

La commessa smette di servire la padrona del cane e mi chiede di cosa ho bisogno. Le rispondo, vengo servita con efficienza e nel fondo mi rimane la curiosità per la sensazione che ho avvertito in precedenza nell’aria. Pago il mio conto e prima di uscire dal negozio, mi fermo per salutare di nuovo il mio amico cane. A quel punto s materializza la stessa sensazione: sto facendo qualcosa che gli altri giudicano pericolosa. Chiedo alla proprietaria la razza del cane. “Un rottwailer” mi risponde. Saluto e, uscendo, sento un brivido di paura che mi attraversa la schiena.

Questo piccolo episodio mi ha insegnato molte cose: la prima, e la più importante dal punto di vista della comunicazione, è che il mio atteggiamento aperto e amorevole mi aveva permesso di avvicinarmi e di essere accolta da un animale che, se ne avessi riconosciuto la razza, avrei ritenuto pericoloso. La seconda è che un’etichetta – rottwailer – è sufficiente per aprire un pregiudizio e una reazione emotiva che non era presente fino a quel momento e per cambiare la posizione comunicativa da aperta a ritirata e paurosa.

La nostra comunicazione funziona molto spesso così. Iniziamo un contatto comunicativo avendo già in mente una categoria che, inevitabilmente, influenza l’esito della nostra comunicazione. Quando invece riusciamo a porci al di là delle categorie, possiamo arrivare a luoghi che ritenevamo impensabili.

Rosso, giallo verde

narcisismo6L’esempio precedente mostra anche che non sempre siamo disponibili nello stesso modo a comunicare. Se fossi entrata frettolosamente nel negozio, o se non ci fossimo guardati negli occhi o se avessi avuto la testa persa in altri pensieri, forse non avrei nemmeno prestato attenzione alla presenza del cane.

Quando le nostre barriere difensive sono alzate tendiamo a bloccare il flusso delle informazioni che provengono dal nostro ambiente, sostituendole con una delle storie già scritte dalla nostra esperienza precedente, dalle nostre paure, proiezioni e reazioni. Possiamo dire che questa situazione è simile a quella che incontriamo quando il semaforo è rosso. E’ una situazione in cui, piuttosto che andare avanti e comunicare, sarebbe più opportuno fermarsi, proprio come quando il semaforo è rosso. Certamente non è detto che se passiamo con il rosso faremo un incidente ma il rischio che si verifichi – e che avvenga per una nostra responsabilità – è molto alto. Quando siamo chiusi prevalgono dei modelli comunicativi basati sulla sfiducia e il controllo. Vediamo gli altri sulla base di un pregiudizio, come se fossero oggetti congelati che hanno importanza solo nella misura in cui soddisfano i nostri bisogni. Il problema, con questo tipo di comunicazioni, è che aumentano il nostro stress, e, piuttosto che proteggerci dai problemi, li amplificano. In queste situazioni tendiamo ad ignorare l’impatto che le nostre parole hanno sui nostri interlocutori, e non notiamo quelle cose che rischiano di far peggiorare la situazione. In sintesi, quando siamo in una posizione difensiva, ci tagliamo fuori dal flusso della comunicazione e della reciprocità.

Quando ho iniziato a giocare con il cane il mio semaforo era verde: ossia ero in una situazione di apertura che permetteva il flusso reciproco della comunicazione. Io ero aperta, ma anche il cane lo era. Mi aveva – implicitamente – detto ” mi piaci, giochiamo insieme” e questo aveva aperto il dialogo. Non avevo deciso che era il momento di giocare ma avevo raccolto il mio desiderio, visto che corrispondeva allo stesso desiderio dall’altra parte, e iniziato a comunicare. Questo aspetto di necessaria reciprocità spesso è quello che manca da molte comunicazioni. Decidiamo di comunicare perché ci sentiamo in buona disposizione ma non verifichiamo qual è la disposizione del nostro interlocutore. Avevamo scambiato un segnale non verbale di accettazione reciproca che aveva messo entrambe – era una femmina – nella disposizione giusta.

Quando siamo aperti, non solo possiamo comunicare, ma siamo in grado di ascoltare noi, l’ambiente che ci circonda e le altre persone. Questa qualità di apertura si accompagna a tre elementi:

  • a) Il risveglio del corpo e della nostra abilità di consapevolezza corporea;
  • b) una tenerezza del cuore che ci permette di cogliere ed empatizzare con i segnali dell’altro;
  • c) una mente aperta, onesta e curiosa.

La metafora del semaforo

semaforoIl semaforo può essere una buona metafora su come funziona la comunicazione. La luce rossa indica quei momenti in cui siamo difesi – o il nostro interlocutore è difeso – ed è caratterizzata da una situazione di blocco del flusso della comunicazione. Sono momenti in cui è meglio rimandare le comunicazioni importanti perché rischiamo di aprire un conflitto, anziché un buono scambio.

Ci sono poi momenti in cui il semaforo è verde, siamo aperti, lo è anche il nostro interlocutore e possiamo osare anche oltre quello che facciamo di solito. Sono momenti in cui una mente aperta, un cuore tenero e un corpo presente e consapevole ci permettono di procedere bene nel flusso comunicativo.

Cosa possiamo fare quando la luce è gialla? Se osserviamo il comportamento di molti automobilisti al semaforo, possiamo vedere che le risposte al giallo possono essere diametralmente opposte: c’è chi accelera e chi si ferma. Sotto la superficie di questa reazione ci sono molte informazioni diverse. Alcune ambientali – da quanto tempo è scattato il giallo, per esempio – alcune caratteriali e altre personali. Ci sono persone che identificano il giallo con un segnale di stop e altre che lo identificano con l’invito a fare presto per passare comunque. Queste sono reazioni emotive legate al nostro carattere, alla nostra storia e alle nostre esperienze. In una parola tutti noi, comunicando, ci troviamo in situazioni di ambiguità e come siamo in grado di affrontare questa ambiguità è davvero rilevante rispetto alla nostra salute personale e relazionale.

Sono le comunicazioni che avvengono in condizioni di ambiguità quelle che hanno più bisogno delle nostre abilità mindful, della nostra consapevolezza.

gialloSpesso rivelano degli schemi abituali di risposta, automatici e non sempre costruttivi. Prestare attenzione a questi schemi, senza giudicarli, aumenta la nostra abilità comunicativa e la nostra capacità di mindfulness. Molto spesso siamo capaci di capire quando la luce è rossa – e quindi aspettare – di muoverci quando la luce è verde – e quindi procedere – ma entriamo nel caos di fronte alle comunicazioni ambigue, incerte. La mindfulness ci insegna come rimanere stabili quando veniamo feriti o rimaniamo delusi. E ci offre la possibilità di non peggiorare la situazione durante questi periodi di incertezza.

La crisi dell’incertezza

Nell’approccio mindfulness la luce gialla, che simbolicamente rappresenta l’incertezza, è una indicazione per rallentare e guardare con maggiore attenzione quello che sta accadendo. Accelerare ci fa perdere troppe informazioni e rischia di farci passare troppo velocemente dall’incertezza ad una posizione difensiva, contraddistinta dal rosso.

Molto spesso le situazioni di incertezza sono accompagnate da un sentimento di sorpresa, imbarazzo, disappunto oppure delusione. Spesso si accompagnano con un pò di vergogna e umiliazione perché ci aspettavamo accettazione e ci sembra di aver ricevuto un rifiuto. A volte un piccolo atto di gentilezza può creare una pausa che permette di comprendere meglio “cosa bolle in pentola”.

La lista degli atti di gentilezza può essere infinita ma è chiaro che devono avere un senso in quella specifica relazione. Ringraziare per qualcosa di piccolo che abbiamo ricevuto da quella persona, esprimere gratitudine per qualcosa che sta avvenendo nella nostra relazione e vedere cosa accade nell’altro, ci può far comprendere se stiamo virando verso una situazione difensiva o verso una apertura.

Se siamo propri armati di buona volontà possiamo spingerci addirittura verso un atto di empatia, che ci permetta di comprendere come sta l’altro e dare una frase di sostegno per le difficoltà che magari sta affrontando in quel momento della sua vita o della sua giornata. Dire semplicemente ” forse non è il momento giusto…” permette all’altro di prendere tempo oppure di ridefinire la sua intenzione di comunicare con noi in senso positivo.

“Io prima” o “noi prima”?

immagini-della-natura-forme-artisticheMolte delle nostre comunicazioni difficili prendono spunto da un profondo senso interno di esclusione ed isolamento. Una sensazione che è prodotta dal protrarsi dei nostri atteggiamenti difensivi. Raramente pensiamo che le nostre difese, proprio per svolgere la loro funzione, devono anche isolarci dall’ambiente. Se rimaniamo troppo a lungo in una posizione difensiva iniziamo ad avvertire una sensazione di soffocamento o isolamento che, basta poco, per diventare non tollerabile. Il poco è un rifiuto comunicativo – vero o presunto – come avviene in situazioni di incertezza.

Questo isolamento ci rende emozionalmente affamati e alla ricerca di qualcuno o qualcosa che ci “tolga la fame”. Ci comportiamo mettendo noi stessi prima di ogni altra cosa, anche dal punto di vista comunicativo. Il nostro interesse principale diventa il nostro bisogno, la nostra fame, e manchiamo di notare l’impatto delle nostre parole sugli altri e l’impatto peggiorativo di certe azioni. Quando diventiamo difensivi chiudiamo anche le nostre naturali capacità di comunicazione.

Questo approccio, che potremmo definire “io-prima di tutto”, ci difende come se fossimo individui isolati, tagliandoci fuori dal mondo circostante, anche se razionalmente siamo convinti di difendere solo, e legittimamente, i nostri interessi. In realtà in questi casi abbiamo 3 preoccupazioni dominanti:

  • ottenere soddisfazione per i nostri bisogni,
  • rifiutare o punire chi ci minaccia,
  • ignorare i segnali provenienti dall’esterno.

La percezione di noi che si accompagna a questo processo è quella di essere una solida roccia nel mezzo di un fiume che scorre veloce. Con il terrore di essere trascinati via e una sensazione crescente di isolamento e pericolo.

Questo paradigma di risposta necessita una modifica che può avvenire grazie al passaggio ad una modalità “noi prima di tutto”.

Un passaggio di paradigma

Il primo cambiamento che comporta questo passaggio di paradigma è quello di aprire, anziché chiudere, identificandoci con la relazione anziché con il nostro individualismo, cercando una soluzione che comporti la “vittoria” di entrambi, anziché solo la nostra.

Zemanta Related Posts Thumbnail

Ci vuole molto tempo per abbassare le nostre difese. Il primo passo per farlo è imparare ad amare noi stessi, smettendo di torturarci. Il secondo passo è comunicare con le persone, stabilendo relazioni in cui è previsto l’aiuto. E’ un processo che richiede tempo e una paziente disciplina. Se smettiamo di torturarci e ci aprimo agli altri, possiamo fare poi anche il terzo passo: l’aiuto altruistico”. Chøgyam Trungpa Rinpoche

 

Quando ci rendiamo conto dell’interdipendenza che regola la nostra vita, incominciamo a considerare un pazzia le strategie che promuovono noi a discapito degli altri. Se stiamo per “scagliare un’arma letale” nella nostra comunicazione proviamo a domandarci, “Voglio davvero causare un danno permanente a questa relazione?”

I legami relazionali

Le nostre relazioni sono costruite come le corde che si usano sulla barche: tanti fili intrecciati che sono uniti insieme e che insieme formano la robustezza della nostra corda.  Questi fili nascono dalla nostra storia relazionale: più abbiamo avuto momenti di reciproco piacere e benessere, più la nostra corda è solida, resistente e bene intrecciata. Ovviamente sono fili di diversa natura, a seconda della natura della relazione, ma la struttura finale è sempre quella: un legame con una solidità che è collegata alla storia passata.

fotocordaCerte liti, certe “armi letali” scagliate nella comunicazione rompono i fili che costruiscono la corda del nostro legame e, ad un certo punto, senza che lo vogliamo o ce ne rendiamo conto, arriva la rottura, come nella foto a fianco. Non è detto che sia la lite peggiore. Solo che le precedenti avevano rotto, volta dopo volta, i molti fili che la formavano. E una volta che la corda è rotta non è detto che sia possibile ripararla.

 

I problemi, diceva Einstein, non possono essere risolti allo stesso livello in cui sono stati creati”. 

Martin Buber, Carl Rogers, hanno parlato proprio dell’importanza di cambiare livello nella ricerca delle soluzioni. Se il problema è stato creato per un’eccessivo individualismo, abbiamo bisogno di identificarci con i bisogni della relazione, piuttosto che con i nostri esclusivi bisogni personali. Buber diceva che l’individualismo deumanizza la relazione, trasformando le persone in oggetti da manipolare per il nostro interesse. Questo può anche funzionare qualche volta, ma che segno lascia nei nostri rapporti e nella prospettiva della relazione? Quando ci disconnettiamo riduciamo tutto ad un oggetto, tagliandoci fuori e costruendo un sistema di pensiero basato sulla paura.

mani-e-chiave-300x206Fermarsi (luce rossa), procedere(luce verde), aspettare(luce gialla) possono diventare uno slogan per la nostra comunicazione. L’attesa rappresentata dalla luce gialla non è un’attesa passiva ma, in realtà è l’apertura – attraverso la consapevolezza – che ci aiuta a focalizzarci sui bisogni della relazione anziché sui nostri bisogni personali, permettendo all’esplorazione e al riconoscimento degli elementi emotivi sottostanti alla nostra e altrui posizione , di incontrare ascolto, accoglienza  e spazio. Comprendere questo processo è la prima chiave della comunicazione mindful che significa, prima di tutto, anziché forzarsi a fare qualcosa di diverso, comprendere cosa sta avvenendo, riconoscere le risorse e le abilità che già possediamo e procedere, gentilmente, a richiamare quelle parti di noi che sono state rifiutate. Includerle ci permetterà, progressivamente, di includere anche gli altri, passando così dall’identificazione esclusiva con i propri bisogni, all’identificazione con i bisogni relazionali.

UN ESERCIZIO Quali sono le persone che ti hanno insegnato a comunicare bene nella tua vita? Come potresti riassumere con un titolo quello che ti hanno insegnato?

Prosegui con “Svegliare il corpo, ammorbidire il cuore, aprire la mente

a cura di Nicoletta Cinotti 2016 ed. riv.

 

Condividere questo articolo?