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I trucchi della distanza

A volte sembra che le nostre difese assomiglino ai trucchi di un prestigiatore: sono illusioni, che fanno sembrare vere cose che, in realtà non lo sono. E che ci allontanano da noi e degli altri.

Le difese, infatti, hanno due scopi principali: il primo scopo è quello di metterci al sicuro. Per farlo – il secondo scopo – ci tengono distanti da ciò che temiamo. E, come effetto collaterale indesiderato, ci allontanano da come siamo davvero

Ma cosa e come avviene?

I trucchi della distanza

I trucchi della distanza sono sempre trucchi corpo – mente, in cui quello che succede nella mente ha un correlato nel corpo. Sono principalmente tre: negazione/distrazione; intellettualizzazione, proiezione. Il corrispettivo corporeo può essere letto dal punto di vista percettivo e dal punto di vista delle tensioni muscolari. Piccoli esempi qua e là vi permetteranno di comprendere meglio cosa significa che ciò che sta nel corpo corrisponde a quello che si trova nella mente.

La negazione

Dal punto di vista percettivo la negazione/distrazione funziona come assenza di percezione. Ci sono intere parti del corpo che non vengono percepite o rimangono lontane, sullo sfondo. E intere parti della nostra vita che non vengono viste. Questa perdita si produce con il permanere della contrazione. Qualunque sia la parte del corpo coinvolta, quando la contrazione diventa cronica, non percepiamo più realisticamente la parte contratta.E quindi possiamo non sentire più, in senso letterale, una zona piuttosto che un’altra. O sentirla amplificata dalla tensione.

Molto spesso ci accorgiamo di questa perdita quando portiamo l’attenzione al corpo in posizione di immobilità. Il movimento, infatti, offre una percezione in se e per se. Durante la pratica del Body Scan, giusto per fare un’esempio, questa è una delle prime scoperte: mancano zone, a volte anche molto estese, del corpo. Nel recuperare questa percezione può accadere che la memoria corporea riporti alla mente vecchi episodi traumatici che sembravano dimenticati. A quel punto possono riemergere percezioni – anche dolorose – della zona corporea negata.

Contrariamente alla nostra associazione dolore = male questo è un elemento positivo perché la patologia – anche psicosomatica – si insedia in queste aree di non percezione. Mentre la percezione, anche se dolente, permette il recupero della consapevolezza. La nostra associazione dolore = male = pericolo si fonda su schemi reattivi di risposta di natura ancestrale. Fermarsi e prendere consapevolezza del dolore è necessario per comprendere che tipo di risposta è necessario attivare. Passare immediatamente alla reazione d’allarme produce solo cortisolo e stress!

Ogni percezione sensoriale ha inizio con una percezione del sé, cioè del proprio corpo. Per mezzo di questo si percepisce ciò che accade nell’ambiente poiché l’ambiente investe i corpi e i sensi. Più vitali si è, più acute sono le percezioni. Avete mai notato quanto tutto appare più chiaro e distinto allorché ci si sente bene? Analogamente, quando si è depressi, tutto appare grigio e confuso. Alexander Lowen

Il re nudo

Questa perdita di percezione corporea diventa facilmente una perdita di consapevolezza che limita il nostro bagaglio espressivo e ci rende più difficile comprendere le risposte degli altri perché loro continuano a vedere ciò che noi neghiamo, e si comportano di conseguenza. Mentre noi, avvolti dalla negazione, continuiamo su una strada che che visibile solo a noi.

Come nella favola di Andersen “I vestiti nuovi dell’imperatore”, il re è nudo ma nessuno ha il coraggio di dirglielo. Quando siamo vittima della nostra negazione succede proprio questo e nessuno ha il coraggio di dirci che cosa sta succedendo. Fino a che qualche evento fa precipitare tutto. E ci accorgiamo di cosa abbiamo negato e dei danni che questo ha prodotto, tutto insieme. Se fossimo rimasti aperti alla consapevolezza – anche dolorosa – di noi stessi e della situazione, questa negazione non avrebbe avuto ragione di esistere.

La correlazione corpo – mente quindi è anche una correlazione che si estende sempre alle nostre relazioni. Perdiamo il corpo, in senso simbolico, questo cambia il nostro modo di pensare e si riflette sulle nostre relazioni.

L’intellettualizzazione

L’intellettualizzazione nasce dalla più classica delle correlazioni corpo – mente: la scissione. C’è una scissione tra ciò che percepiamo nel corpo e dove si trova la nostra mente. La percepiamo come attenzione divisa. Pretendiamo di capire senza stare nell’esperienza reale ma solo attraverso dei processi cognitivi. Anzi a volte questa la consideriamo una precondizione. “Se una cosa non la capisco non la faccio” è l’affermazione tipica che nasce da un pregiudizio – ormai dimostratosi ampiamente  falso – che la mente sia solo nei processi razionali. In realtà ormai parliamo di embodied mind perché sappiamo quanto – ciò che percepiamo – contribuisce alla formazione delle nostre idee. Quindi se pretendiamo di capire solo con il pensiero in realtà stiamo limitando le funzioni della nostra mente: bel paradosso vero?

Sappiamo che i pensieri hanno un terreno fisico ed emotivo dal quale nascono e che danno il motore alle nostre idee. Molto spesso infatti, la spinta all’azione che le accompagna è connessa all’emozione che nascondono ed esprimono. Se non riconosciamo l’emozione nascosta potremo pensare che stiamo facendo qualcosa di giusto, mentre il realtà stiamo compensando, attraverso la rivalsa, la vendetta, o l’ipercompensazione quello che ritenevamo un nostro diritto emotivo rimasto offeso.

I sentimenti sorgono come impulsi o movimenti spontanei dal centro vitale dell’individuo. Per reprimere un sentimento bisogna smorzare e limitare la vitalità e motilità del corpo. Così lo sforzo per reprimere un sentimento diminuisce necessariamente tutto il sentire. Alexander Lowen

L’intellettualizzazione ci tiene lontani da quell’arrendersi al corpo che tanto abbiamo bisogno di ascoltare: non sono le nostre idee che ci portano fuori dalla stagnazione. È, piuttosto, il darci nuove occasioni di esperienza che ci cambia!

Arrendersi al corpo significa sentirlo completamente dalla testa ai piedi. Significa sentire le tensioni muscolari croniche nel corpo, capire la loro storia e la loro funzione nel presente. Significa sentire il proprio dolore, la tristezza e il pianto. Significa essere capaci di protestare per la perdita di innocenza e di gioia e la capacità di essere arrabbiati per questo. Infine significa accettare il fallimento di tutti gli sforzi per superare i propri problemi, per farcela, per riuscirci. Significa aver fede nel corpo perché è la dimora di Dio e fidarsi delle sue sensazioni perché esprimono la nostra verità. Alexander Lowen

Cosa succede nelle relazioni tra noi intellettuali?

Questo meccanismo difensivo trasforma la relazione in un insieme di ideali – standard da raggiungere o comportamenti da tenere – che sono però lontani dalla realtà dei fatti. Bravissimi a parole, lontani nella sostanza, priviamo i nostri interlocutori dell’ingrediente essenziale di ogni relazione: il contatto. E da lì non può che derivarne una sofferenza relazionale. Esserci con il corpo ma non con il cuore e la mente ci tiene distanti anche nella realtà dei nostri rapporti.

Una delle caratteristiche della vitalità è il fatto di essere in contatto. Potrete chiedervi: in contatto con che cosa?In contatto con tutto ciò che si trova nel raggio e alla portata delle percezioni sensoriali. Essere  in contatto significa essere consapevoli di ciò che accade dentro di voi e intorno a voi. E’ qualcosa di completamente differente dal conoscere, che è un’attività più intellettuale che percettiva. Alexander Lowen

La proiezione

La proiezione è un meccanismo difensivo classico che ci fa vedere all’esterno ciò che è, invece, dentro di noi, come intenzione o come paura. Si basa su un blocco corporeo arcaico: quello oculare. E crea davvero tanti guai perché spesso si esprime attraverso la convinzione tossica che ciò che vediamo sia vero.

Ha una caratteristica fondamentale: siamo totalmente identificati con quello che pensiamo. Inzuppati in quello che pensiamo come biscotti nel caffellatte!

Un esercizio

A volte per lavorare sulla proiezione suggerisco un semplice esercizio. Suggerisco di immaginare quello che crediamo vero come se fosse un film con noi tra gli attori: anzi siamo il protagonista! Poi, lo stesso film, lo vediamo dalla platea: prima fila. Poi dalla platea: centro sala. E infine dal fondo della sala. Cosa cambia man mano che cambia la distanza con cui guardiamo le cose? Quali aspetti cogliamo di questo film che ci siamo fatti? Aspetti che ci sembrano marginali possono acquistare una grande importanza ed elementi che – quando eravamo dentro il film – erano centrali diventano secondari. E, infine, cosa cambia se nella nostra prospettiva inseriamo anche il punto di vista dell’altro? Prendendo le distanza vediamo infatti meglio tutti gli altri attori coinvolti.

Distanza dai pensieri e vicinanza a noi stessi

i trucchi della distanzaLa distanza di cui abbiamo bisogno è la distanza – intesa come dis-identificazione – dai nostri pensieri. Abbiamo bisogno di dis-identificarci dai pensieri per tornare ad identificarci con la nostra esperienza. Perché i pensieri, staccati dall’esperienza reale, possono condurci anche molto lontano da noi.

Come lo dimostra la situazione che viviamo quando siamo fisicamente presenti ma emotivamente lontani. In quel momento tutte le nostre relazioni soffrono. Perché, per essere vere, le relazioni hanno bisogno della nostra presenza fisica, concreta, percepibile. Non dei nostri pensieri.

Inoltre, quando ci identifichiamo con i pensieri, ci allontaniamo dalla nostra esperienza ma anche dalla nostra vera natura. Dalle nostre qualità originarie. Dalle nostre intuizioni di base.

Un orientamento alla realtà: i pensieri non son fatti

I pensieri non sono fatti: sono prodotti della mente suscettibili di varie vicende atmosferiche. Umori, malumori, ricordi, desideri e aspettative. Per sapere chi siamo davvero e cosa desideriamo davvero abbiamo bisogno di un orientamento alla realtà che non è né scontato né banale.

Cosa significa? Quando nasciamo il nostro orientamento primario è verso il piacere – più possibile – e verso l’evitamento del dolore – più possibile. I neonati segnalano immediatamente, con il pianto, qualsiasi tipo di dolore. E i genitori consolano, più o meno bene, questo dolore. E questo è il primo passo.

Il secondo passo però è quanto il neonato è consolabile. Questo diventa, in molto casi, un criterio diagnostico. Perché? Perché sappiamo che l’inconsolabilità del neonato è spesso segnale di un disturbo fisico che può essere importante. Ma anche perché la consolabilità è, dal punto di vista psicologico, l’indice dell’orientamento alla realtà che il neonato svilupperà a partire dalla sua dotazione iniziale di orientamento al piacere.

L’orientamento alla realtà significa essenzialmente tre cose: accettare che il dolore passa (1), che il piacere finisce (2) e che, molte volte le cose sono neutre (3). Sembrano tre passaggi facili ma non lo sono affatto. Ci sbattiamo la testa per quasi tutta la vita.

Le illusioni: aggrapparci al piacere, scacciare il dolore

Quando il nostro orientamento al piacere non si integra bene con il nostro orientamento alla realtà sorgono le illusioni, nella mente e l’ansia nel cuore. Emozioni travestite da pensieri. Pensieri travestiti da emozioni. Un punto centrale della teoria bioenergetica. Un punto centrale della mindfulness.

Una ferma conoscenza dei desideri fa ricondurre ogni scelta o rifiuto al benessere del corpo e alla perfetta serenità dell’animo, perché questo è il compito della vita felice, a questo noi indirizziamo ogni nostra azione, al fine di allontanarci dalla sofferenza e dall’ansia. Una volta raggiunto questo stato ogni bufera interna cessa, perché il nostro organismo vitale non è più bisognoso di alcuna cosa, altro non deve cercare per il bene dell’animo e del corpo. Infatti proviamo bisogno del piacere quando soffriamo per la mancanza di esso. Quando invece non soffriamo non ne abbiamo bisogno. Epicuro, Lettera sulla felicità

Lowen le identifica in 5 gruppi, una per carattere:l’illusione di essere superiori; l’illusione che alterna esaltazione e crollo; l’illusione di essere importanti; l’illusione di essere inferiori; l’illusione della severità. In effetti queste sono le più frequenti ma non sono esaustive: nelle nostre illusioni siamo molto creativi.

Le illusioni sono pericolose non solo per il dolore che ci procurano ma anche perché ci mettono in un’arena emotiva con emozioni che ci allontanano sempre di più dalle nostre emozioni di base, dalle qualità della nostra mente originaria.

Imparare a riconoscerle quindi significa ridurre i trucchi della distanza dall’esperienza. I trucchi che ci rendono estranei a noi stessi. E percorrere una strada che è davvero un tornare a casa.

Le relazioni e tornare a casa

i trucchi della distanzaQuesto articolo, insieme a Cambiare e nello stesso tempo essere autentici, e Il piacere, l’ansia e le difese, è una tessera del puzzle che ci condurrà al ritiro di Primavera “Tornare a casa ovvero le qualità della mente originaria”. Ma vorrei spendere due parole proprio sull’azione che è definita dal Tornare a casa.

Una azione relazionale che facciamo, fisicamente, tutte le sere. Relazionale anche se viviamo soli, perché tornare a casa è tornare a noi e a quello che c’è nella nostra vita, popolata o solitaria che sia.  Non sempre arriviamo davvero a casa. Perché portiamo una parte di noi e non tutti noi stessi. Oppure perché, come Ulisse, molti ostacoli si frappongono al nostro ritorno. E magari quando arriviamo la troviamo invasa dai Proci – le nostre emozioni distruttive – e dobbiamo riconquistarla. In fondo l’odissea è il racconto di quello che accade quando ci allontaniamo da noi stessi. I pericoli che incontriamo e le alterne vicende della nostra vita relazionale. Il ritorno di Ulisse a casa è davvero un esempio della sofferenza che si produce nella nostra vita relazionale quando siamo attirati troppo lontano, o per troppo tempo, lontano da noi stessi. E le imprese che compie per essere riconosciuto e riconquistare il suo posto sono metafora di quello che dobbiamo fare noi per riconquistare il posto che ci spetta di diritto.

Le relazioni sono grandi Maestri: ci costringono a capire dove siamo. A volte ci danno la motivazione al cambiamento. E, ognuno di noi, dentro di sé, ha una Penelope che magnificamente l’aspetta. È la parte di noi che ha pazienza e fiducia.

Se hai letto fino a qui …grazie! Mi hai fatto davvero compagnia e, in fondo, ho scritto proprio per te e proprio per questo: la compagnia.

© Nicoletta Cinotti 2016 Cambiare diventando se stessi

Foto di ©max tuta noronha, ©blu69, ©il.aria_m

 

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