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Il contatto, l’intimità e la relazione

Parlare di contatto e intimità sembra un argomento abbastanza scontato. Ci sono però una serie di ragioni che mi spingono a rischiare la banalità su questo argomento.

La prima ragione è che il contatto e l’intimità vengono spesso visti come elementi delle relazioni affettive e raramente come strumenti di conoscenza in generale e come strumenti di conoscenza della qualità della relazione in particolare: mi piacerebbe aprire uno spazio di riflessione su questo tema.

La seconda ragione è che mi sono accorta che è aumentata tantissimo la fame di contatto e, nello stesso tempo, è diminuito il numero di persone che si sentono di correre il rischio di andare oltre nel contatto passando così alla relazione intima. Tanta paura, mi sono detta, deve avere una buona ragione e vorrei capire quale può essere.
La terza ragione è che la capacità di contatto e la capacità di intimità mettono in relazione diversa la durata e la fine di un incontro. Questo argomento mi è sembrato molto interessante, visto che tutto sembra procedere ad una maggiore velocità da vent’anni a questa parte.

Proverò a rispondere senza grosse pretese di dire una parola conclusiva. Forse con la speranza di aprire un’area di confronto.

Contatto e intimità come strumenti di conoscenza

contattoPerché qualcosa che ci accade diventi una fonte di conoscenza abbiamo bisogno di “farci contatto” per un tempo sufficiente a raccogliere le informazioni sensoriali e di comprensione che produce. Il contatto è un elemento basilare della conoscenza: perché avvenga un qualunque processo di conoscenza è necessario che ci sia una forma di contatto con uno stimolo.

Alcuni esempi basilari si possono trarre dalla relazione madre – bambino: è attraverso il contatto che il bambino conosce la madre e che entra in relazione con il suo stato interno. Dalla qualità del contatto può comprendere com’è lo stato materno interno e può sperimentare la propria reazione allo stato materno. Può essere calmato, attivato o iperstimolato dal contatto che riceve dalla madre. Inoltre è attraverso il contatto che “comprende” se ciò che sta avvenendo nel mondo attorno a lui è sicuro o pericoloso. Nel famoso esperimento di Campos sull’abisso visivo (Visual Cliff: clicca per vedere il video!) il bambino “sceglie” cosa fare perché si affida alle informazioni che il contatto visivo con la madre gli comunica.

La qualità, quantità e intensità dei contatti che riceve definiscono inoltre l’area di intimità della relazione. E’ solo attraverso il ripetersi e il prolungarsi dei momenti di contatto che madre e bambino imparano a conoscersi e a fidarsi reciprocamente della relazione. E’ l’intimità che si è formata che permette di accedere alle risorse di consolazione e di attivazione, regolando così lo stato di arousal in maniera crescente. Solo attraverso questa regolazione implicita dell’attivazione il bambino arriva progressivamente a modificare ed estendere i momenti di presenza mentali, necessari perché arrivi a formarsi uno sviluppo emotivo e cognitivo adeguato alle sue risorse.

Contatto e intimità come regolatori della presenza

contatto 2Il sentirsi sicuro permette al bambino di tollerare stati crescenti di presenza mentale nei quali sperimenta ed esplora il mondo circostante arrivando quindi a formarsi una mappa mentale ed emotiva della realtà. E’ la sensazione di sicurezza e il conseguente giusto livello di attivazione che permette al bambino di rimanere intimo con quelli che Daniel Stern chiama stati nascenti, ossia con il presentarsi di quelle esperienze che consentiranno il formarsi del senso del Se e del senso dell’Io.

Questa stessa base rimane attiva durante tutta la nostra vita. Perché una persona possa sentire di essere in uno stato di presenza mentale caratterizzato da un adeguato livello di attivazione necessita di sentirsi al sicuro e questo senso di sicurezza è mediato dalla qualità e quantità di contatto che riesce a stabilire e a mantenere rispetto al proprio mondo interno e rispetto al mondo esterno.

Possiamo però aggiungere un altro elemento. Tutti noi maturiamo uno stile di contatto e, conseguentemente uno stile di intimità e questo stile di contatto e intimità saranno poi centrali in tutti i processi di conoscenza, sia del mondo interiore – attivando la capacità di riflessione metacognitiva – che esterno, attivando il grado di concentrazione e comprensione necessario per studiare con profondità gli argomenti teorici e astratti.

Se questo stile rimane superficiale perché si attivano delle reazioni avversative nel momento del contatto – reazioni dell’area della rabbia o della paura – anche i processi di conoscenza ne risulteranno condizionati. In senso relazionale avremo un prevalere dei comportamenti di ricerca del contatto a scapito dei comportamenti di consolidamento della relazione che presuppongono il formarsi di una intimità. In senso cognitivo avremo un prevalere dei processi di memorizzazione a scapito dei processi di comprensione profonda.

Il rischio del contatto

Veniamo adesso alla seconda delle domande aperte su questo tema: il contatto non è solo una esperienza di conforto ma può essere anche una esperienza “rischiosa”. Comporta infatti tutta l’area di rischio relazionale e tutti gli incerti che una relazione prevede.

Se temiamo il dolore della relazione, l’unico modo che abbiamo per procurarci quella quantità di contatto di cui abbiamo bisogno – perché l’uomo è indubbiamente un essere sociale – sarà quello di frammentare il contatto in moltissime aree diverse, stabilendo modalità di controllo rispetto alla sicurezza. Facciamo un esempio: un contatto virtuale è più “sicuro” di un contatto reale. Oltre ad essere anche più molteplice e sfaccettato, è un contatto in cui il tempo può essere brevissimo e la sensazione invece molto intensa.

Il diffondersi della socialità virtuale non è però a mio parere una causa della frammentazione della qualità del contatto, è piuttosto una conseguenza di questa frammentazione: temiamo di più il fallimento relazionale, temiamo di più il rischio di emarginazione e ci rivolgiamo quindi ad un contatto in cui l’esplorazione possa essere anche attraverso un avatar, una persona che ha alcune delle nostre caratteristiche ma non siamo noi.

Come possiamo far crescere la nostra capacità di contatto e intimità

intimitàIl punto è che un contatto così frammentato rischia di non arrivare mai a produrre situazioni di intimità relazionale. Rischia di riprodurre quella frammentazione che Lowen riporta ne “Il piacere” tra divertimento e piacere. Molto spesso – dice Lowen – inseguiamo il divertimento proprio perché nella nostra vita non siamo in grado di provare piacere. Diventiamo ossessionati dall’idea del divertimento tanto che

La cosa importante oggi è divertirsi o sembrare che tu ti stia divertendo, o, almeno, far credere che tu ti stia divertendo.

La stessa cosa succede con il contatto: aumentiamo il numero di brevi contatti provando divertimento e interrompendo il contatto appena nasce una sensazione avversativa e in questo modo non arriviamo mai a sperimentare il piacere della relazione. Un piacere che nasce dall’intimità e una intimità che si sviluppa dalla sicurezza che sappiamo come superare insieme le difficoltà, arrivando così “naturalmente” alla consolazione e alla intimità.

Il nostro desiderio di evitare il dolore, la nostra illusione che possa esserci un contatto relazionale in cui sperimentare solo piacere ci rende quindi inibiti rispetto alla costruzione dell’intimità. Ecco perché la strada, paradossalmente, è quella di affrontare la durata naturale delle cose.

La durata naturale delle cose

la parola fineIl nostro desiderio di evitare il dolore e prolungare il piacere si realizza principalmente nel nostro mettere la parola “fine” o la parola “inizio” in modo assolutamente egotistico. Decidiamo noi quando iniziare e decidiamo noi quando finire. In questo modo pensiamo di evitare il rischio che l’imprevedibilità delle relazioni comporta. In realtà facendo così perdiamo diverse cose: perdiamo la possibilità che si sviluppi un clima di intimità relazionale in grado di assicurarci un vero conforto e un vero sostegno. Perdiamo la consapevolezza dell’impermanenza inevitabile di tutti gli elementi vitali. Poniamo un movimento aspro – nel porre la parola fine – o uno sforzo eccessivo – nell’imporre la parola inizio. E non ci diamo la possibilità di comprendere – davvero intimamente – le cose del mondo interno ed esterno. Perché perdendo la capacità di essere intimi perdiamo la possibilità di conoscere davvero.

© Nicoletta Cinotti 2016 ed. riv.

 

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