Seleziona una pagina

Il corpo nelle pratiche di meditazione e cura

DSCN4144 Nelle ultime decadi, grazie alle neuroscienze cognitive, il corpo e i processi embodied hanno arricchito la nostra visione della mente, non più descritta come un computer ma piuttosto come una rete. Le funzioni mentali, infatti, non possono essere pienamente comprese a partire da un punto di vista che escluda in corpo e le sue funzioni incarnate.

Nella scienza contemplative l’attenzione al ruolo del corpo è stata ampiamente declinata dalla pratica mindfulness anche se l’attenzione al corpo è presente anche in tradizioni come lo Yoga, il Tai Chi o il Qigong. Il corpo – inteso come consapevolezza corporea, cinestetica, interocettiva e propriocettiva, gioca un ruolo chiave anche in psicoterapie corporee come la bioenergetica o in tecniche come il metodo Feldenkrais e nella tecnica Alexander.

Il corpo “altro”

Se paragoniamo la mole di ricerche sui protocolli mindfulness con le ricerche che hanno valutato l’efficacia delle psicoterapie corporee ci rendiamo ben presto conto di una notevole sproporzione. Sappiamo che ci sono risultati nella riduzione dello stress, nella modulazione dell’attenzione e nell’alleviare i sintomi di diverse patologie cliniche (Jahnke et al., 2010; Wren et al., 2011Lee et al., 2004; West et al., 2004) ma manca una validazione scientifica dell’efficacia delle psicoterapie corporee, che si trovano, quindi, a beneficiare dei risultati delle ricerche neuroscientifiche o delle evidenze scientifiche sull’efficacia dei protocolli mindfulness.

Una sfida importante

Una sfida importante è senz’altro quella di espandere la nostra comprensione dei meccanismi psicofisiologici che queste pratiche contemplative/corporee attivano, per arrivare a riconoscere gli elementi che contraddistinguono le pratiche contemplative che si basano su aspetti corporei.

Movimenti definibili come contemplativi esistono praticamente in tutte le tradizioni spirituali: dallo sciamanesimo, alla liturgia cristiana, alle pratiche orientali, per arrivare infine agli approcci psicorporei della psicoterapia occidentale.

Una mente incarnata

Francisco_Varela L’idea che la mente sia un insieme di processi paragonabili al funzionamento di un computer, è stata abbandonata ormai da diverse decine di anni. Una parte delle ragioni di questo abbandono si deve al lavoro di Francisco Varela, neuroscienziato cognitivo, che per primo introdusse il concetto di una mente “incarnata” considerando la relazione tra corpo, ambiente e processi mentali.

Il suo approccio, definito enattivo (Thompson and Varela, 2001; Thompson, 2005; Di Paolo and Thompson, 2014), considera gli esseri viventi come agenti autonomi nel generare e mantenere una identità fisica e psicologica attraverso la comprensione cognitiva delle loro attività sensomotorie. Si tratta quindi di un “apprendere dall’esperienza” che è promosso e mantenuto dal corpo e dai suoi movimenti.

In questa prospettiva le funzioni mentali non possono essere pienamente comprese senza fare riferimento al corpo fisico e all’ambiente in cui il corpo si muove ed entra in relazione.(Varela et al., 1991; Thompson, 2007).

La psicoterapia corporea

Gli approcci corporei alla psicoterapia, in accordo con questa posizione, considerano la risposta sensoriale alla base del primo sviluppo e ritengono che giochi un ruolo fondamentale nella formazione di un senso di Sè. Le funzioni cognitive diventano quindi il risultato di un complesso emergere dell’esperienza personale nell’intreccio dell’attività neurale, corporea e ambientale in una integrazione della consapevolezza interocettiva, propriocettiva, cinestetica, tattile e spaziale. (Sheets-Johnstone, 1999).  (Ehrsson, 2007; Haselager et al., 2012; Ionta et al., 2011).

Le scienze contemplative

Nel campo delle scienze contemplative la capacità di diventare riflessivamente attenti alle sensazioni del corpo e all’esperienze sensoriali è al centro di molte diverse tradizioni, dalla mindfulness all’Hatha Yoga, Qigong, Tai Chi, la tecnica Alexander, e il metodo Feldenkrais. Il punto centrale e comune è l’attenzione alla consapevolezza corporea nelle sue diverse componenti. (Didonna, 2009). Una esperienza che potremmo definire come “essere nel proprio corpo” o come poeticamente afferma Alexander Lowen “Arrendersi al corpo”, incoraggiando una esperienza incarnata del proprio Sé.

Basarsi sul movimento

meditazioneL’attenzione al movimento, per le ragioni sopra esposte, diventa quindi centrale poichè il movimento realizza in pieno l’intreccio che forma la mente e che si basa sull’esperienza e il movimento. Inoltre, ogni attività incarnata, includendo i processi cognitivi, prende una forma sensomotoria (Maturana and Varela, 1987).

Il movimento, come affermava il premio Nobel Sperry, è la funzione principale del sistema nervoso e delle funzioni più evolute della corteccia che possono essere viste come una elaborazione del bisogno fondamentale di muoversi verso o ritirarsi da uno stimolo ambientale. In poche parole l’ipotesi che la pulsazione tra espansione e ritiro – espressa dalle amebe reichiane – sia il movimento primario, viene ampiamente confermata.D’altra parte la parola “emozione” viene dal latino ex-movere e in questo senso sentirsi attratti o provare avversione verso qualcosa non è altro che una forma sottile di movimento. (Day, 1964; Sheets-Johnstone, 1999).

Il movimento che si realizza in quelle che potremmo genericamente definire “pratiche corporee” , è un movimento intenzionale guidato e regolato sulla base dei sottili feedback che provengono dalle articolazioni e dai muscoli. Questo tipo di movimento si distingue da altre forme motorie proprio per la centralità dell’aspetto di padronanza o self-efficacy, basilare nello sviluppo di un pieno senso di Sé (Thelen and Fogel, 1989).Si può presupporre che questa padronanza sia uno degli elementi centrali degli aspetti curativi poichè offre uno strumento di modificazione personale del proprio senso di identità ed è centrale nella formazione di un senso di sé.

Ci sono anche pratiche che non riguardano il movimento intenzionale come il Qigong spontaneo, Shaktipat o la Kundalini.

Queste pratiche riguardano di più il mettersi in uno stato di recettività abbandonandosi ai movimenti spontanei che possono emergere. Sono movimenti che possono ricordare i movimenti di animali e ricordare le mudra (posizioni delle mani) o alcune asana (posizioni yoga). In altri casi ancora il movimento è puramente interno e riguarda sensazioni di calore, vibrazioni, correnti energetiche e così via.

Durante lo sviluppo del bambino i movimenti involontari precedono il controllo volontario e contribuiscono anch’essi allo sviluppo di un senso di padronanza. Il bambino passa dall’esperienza “accade un movimento che non controllo” all’esperienza “io mi muovo” (Haselager et al., 2012). Una ipotesi potrebbe essere che questi movimenti involontari facilitino una regressione costruttiva a stadi dello sviluppo precedenti il controllo muscolare volontario.

Cosa abbiamo bisogno di muovere e quanto?

A questo punto potremmo chiederci cosa abbiamo bisogno di muovere e quanto dobbiamo muoverci per affermare che stiamo utilizzando il movimento in maniera centrale e per beneficiare dei suoi effetti.

calmoDovremmo sapere che un grande movimento non è buono come un piccolo movimento, che un piccolo movimento non è buono come la quiete. Dovremmo sapere che solo la quiete è un movimento senza fine“(Wang, 2005). Nel Qigong, come in molte arti marziali, avviene proprio questa regressione dai grandi movimenti al movimento puramente interno o puramente ideato. Avviene qualcosa di simile in bioenergetica dove lo scopo del lavoro sulle tensioni muscolari è proprio quella di riportare un movimento sottile, vibratorio, che restituisca la primaria vitalità muscolare ed energetica.

Alcuni autori suggeriscono di includere anche il movimento immaginato, visto che ogni movimento è preceduto da una attivazione nelle aree premotorie. Questa fase preparatoria avrebbe lo scopo di organizzare la postura, il tono muscolare e il sistema nervoso autonomo permettendo l’integrazione delle informazioni provenienti da altre regioni della corteccia. Immaginare il movimento potrebbe aiutare a migliorare le abilità fisiche e anche la forza fisica (Yue and Cole, 1992; Sharma et al., 2006; Schuster et al., 2011).

Portare l’attenzione al corpo e al movimento

Portare l’attenzione al corpo e al movimento a questo punto sembra essere l’elemento comune sia nelle pratiche contemplative “embodied” che nella psicoterapia corporea. Lo scopo è quello di creare una sensazione di flusso energetico. Possiamo ipotizzare, anche sulla base dei risultati della ricerca neuroscientifica, che l’effetto sia quello di ri-programmare modelli controproducenti di intenzioni e azioni attraverso un processo consapevole. L’intensità e l’ampiezza del movimento sembra un fattore secondario visto che anche la pratica di meditazione seduta coinvolge l’attenzione costante ai sottili movimenti del ritmo del respiro, disinibendo la percezione delle sensazioni interne di movimento.

Meditazione o contemplazione?

Nelle recenti esplorazioni scientifiche ci sono state poche distinzioni tra il termine contemplazione e meditazione. Entrambe possono avere un significato sia religioso che secolare e riguardano pratiche in cui l’oggetto d’interesse è sostenuto da una profonda attenzione. Nella parola contemplazione si trova la parola  “tempio” inteso come luogo di approfondimento mentre la parola meditazione ha la radice in med che significa misurare, considerare o pensare.

L’approccio enattivo, legato al lavoro di Varela ed esposto sopra, ha un ruolo fondamentale nel dare base scientifica alla ricerca sulle pratiche di meditazione e contemplazione (Varela, 1996; Lutz and Thompson, 2003). La neurofenomenologia che ne deriva sottolinea l’importanza dell’esperienza in prima persona e dei processi riflessivi e collega queste attività all’analisi dell’attività cerebrale.

L’importanza dell’esperienza in prima persona, che sia legata alla meditazione o alla psicoterapia, è quella di incrementare la sensibilità individuale all’esperienza momento per momento. Come risultato gli aspetti “enattivi” (cioè connessi all’azione), pre-verbali e pre-riflessivi dell’esperienza diventano accessibili e centrali, anziché essere semplicemente vissuti e arricchiscono le abilità di consapevolezza. Questa “epochè”, ossia questo diventare riflessivi rispetto all’esperienza (Husserl, 2012), è descritto come l’intreccio di tre elementi dinamici che consistono nella sospensione dal pensiero abituale, il radicamento dell’attenzione nell’esperienza e la ricettività verso ciò che emerge (Depraz et al., 2000). Nelle pratiche di meditazione l’attenzione è primariamente diretta alla consapevolezza corporea e propriocettiva.

La ricerca focalizzata sulla mindfulness ha evidenziato che la pratica attiva aree cerebrali specificatamente coinvolte con l’attenzione, la consapevolezza corporea e la regolazione delle emozioni e del senso di Sé (Hölzel et al., 2011; Kerr et al., 2013).Inoltre è risultato evidente che la pratica di meditazione attiva il cosiddetto Network di default (DMN) (Raichle et al., 2001), migliorando l’integrazione delle informazioni tra le regioni corticali implicate nel  self-monitoring e il controllo cognitivo. Questo network contribuisce alla costruzione di un Sé autobiografico.

Conclusioni

Non è necessario sottolineare ulteriormente l’importanza della consapevolezza corporea, sia nelle pratiche meditative che nella psicoterapia, come elemento di trasformazione e crescita autoregolato. Questo elemento sembra essere alla base dei tre processi dinamici che consentono di diventare riflessivi rispetto all’esperienza, ossia i già citati aspetti di ricettività verso ciò che emerge, sospensione dal giudizio e attenzione all’esperienza in corso. Molte delle pratiche citate hanno già un corpus teorico, che la ricerca neuroscientifica sta convalidando su altre basi, offrendo così una nuova spiegazione dei processi di cura e cambiamento, permettendo di ampliare la prospettiva terapeutica.

Questo articolo è stato tratto da Schmalzl et al.,”Movement-based_embodied_contem_practices_2014-libre (1)“, Frontiers in Human Neuroscience April 2014 | Volume 8 | Article 205 | 3, www.frontiersin.org. Ulteriore materiale può essere trovato su http://www.frontiersin.org/journal/10.3389/fnhum. 2014.00205/abstract

© Nicoletta Cinotti 2014

 

Condividere questo articolo?