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Il labirinto e le soluzioni divergenti

Forse avrai fatto anche tu, molte volte, il gioco del labirinto. Con una matita devi segnare il percorso che conduce fuori da un labirinto. Alcuni anni fa (nel 2001 per l’esattezza) questo gioco fu usato da due ricercatori dell’università del Maryland. Con una piccola ma significativa variante.

Il gioco veniva sottoposto a due gruppi di studenti, simili per caratteristiche. Dovevano fare uscire da un labirinto non particolarmente complicato, un topolino. Il labirinto era lo stesso per entrambi i gruppi di studenti solo che, in un gruppo, un pezzetto di formaggio aspettava il topolino all’uscita del labirinto. Nell’altro gruppo il topolino che voleva uscire dal labirinto era sotto la minaccia di una civetta che sorvolava la scena. Ovviamente si trattava in entrambi i casi di simulazioni. Tutti gli studenti risolsero velocemente il gioco in un paio di minuti.  All’uscita dall’esperimento, senza che sapessero che si trattava ancora di un test, a tutti gli studenti vennero poste delle semplici domande che richiedevano una risposta creativa. Non era assolutamente una risposta difficile ma richiedeva apertura mentale. Gli studenti avevano risolto tutti il test del labirinto e quindi erano, sulla carta, nella stessa situazione. Quelli che avevano fatto il test con il topolino sottoposto alla minaccia della civetta ebbero risultati del 50% meno positivi del gruppo che aveva fatto il labirinto con la ricompensa del pezzettino di formaggio. Eppure erano prove semplici, e tutti avevano avuto un risultato positivo riuscendo a portare a termine il test precedente. Erano stanchi? No, erano spaventati.

Come mai a volte ci sembrano impossibili cose semplici?

I ragazzi che avevano fatto il test sotto la minaccia, fittizia, della civetta, si erano identificati con il rischio che correva il topolino e avevano attivato una sorta di evitamento del pericolo, dettato dalla paura. L’insieme di emozioni di paura ed evitamento era stato sufficiente per “bloccare” il loro modo di ragionare e ridurre la loro creatività o, se vogliamo, il loro pensiero divergente. Una ulteriore conferma che può bastare un pensiero per creare un clima emotivo di pericolo ed entrare in una modalità di funzionamento ridotto. Siamo sicuri che questo non ci riguardi?

Avere i freni tirati

Qualche giorno fa, in uno dei miei post quotidiani ho raccontato una storia, vera, successa a Camogli tempo fa. Camogli è un paese di mare su tre livelli. Per passare da un livello all’altro ci sono sue possibilità: le scale o una salita. Se hai un passeggino rimane una possibilità: la salita. Salita che, in alcuni punti, può essere abbastanza ripida.

Stavo tornando dal mare e vedo di fronte a me una giovane signora che spingeva, con molto sforzo, un passeggino. Incuriosita, mentre mi avvicino, osservo con attenzione per capire come mai tanta fatica e scopro che il freno del passeggino, che blocca le ruote, era tirato. Glielo faccio notare, accostandomi e lei, gentilmente, affranta dallo sforzo, mi risponde che era una misura preventiva, nel caso si fosse distratta per qualche motivo, non avrebbe corso il rischio di vederle sfuggire il passeggino e l’amato contenuto. La situazione era francamente un po’ paradossale vista dall’esterno ma non dal suo punto di vista. Per lei quel rischio valeva la pena di fare quella fatica. Perché? Perché aveva paura e questo la spingeva a quella prudenza che ci fa avanzare a freni tirati. Non solo lei ma credo tutti noi, quando abbiamo finalmente raggiunto qualche cosa che ci è caro, non vogliamo correre rischi e procediamo a freni tirati. Vale la pena?

Vale la pena aver paura?

Malgrado io sia stata una madre piuttosto spartana e poco ansiosa, non ho sentito estranea quella giovane donna. Affatto. Mi sono ricordata di come mi sentivo imbranata i primi tempi dopo la nascita di mio figlio. Insicura in un mondo in cui tutti sembrava sapessero cosa fare. Mi sono riconosciuta nella sua paura di sbagliare e, soprattutto, mi sono riconosciuta nella tendenza a procedere a freno tirato quando in gioco c’è qualcosa che amo molto. Per una sola paura – forse una delle più grandi – la paura di perdere, per un proprio errore, qualcosa per cui abbiamo tanto faticato. Qualcosa che amiamo.

Forse la maggior parte di noi è, in questo senso, simile a quella giovane mamma. Ci giustifichiamo dicendo che sono tempi difficili, che è meglio non rischiare, che è meglio poco ma sicuro che l’incertezza. In realtà cerchiamo di scendere a patti e di evitare un sentimento che è inevitabile: quello della paura. Ce l’abbiamo scritto nel DNA ed è una delle emozioni di base, presente fin dalla nascita in tutte le culture del mondo. Nasciamo sapendo cos’è la paura.

Accettare la paura può sembrare contro-intuitivo. Eppure, poiché la paura è una parte intrinseca della vita, resistere alla paura significa resistere alla vita. Tara Brach

Un’epidemia di freni e di paura

Sicuramente la vita è cosparsa di pericoli. In questi ultimi anni abbiamo conosciuto nuove forme di pericolo ma, anche, francamente, nuove forme di sicurezza. Come mai, spesso, molto spesso, la paura e l’effettivo pericolo nella nostra vita non vanno a braccetto? Abbiamo paura di eventualità remote e non prendiamo in considerazione rischi reali. Perché? Perché la paura di basa sul nostro personale e insindacabile giudizio. Non abbiamo paura conoscendo percentualmente il rischio (e anche se lo conosciamo non diminuisce la nostra paura): abbiamo paura perché abbiamo paura e, spesso, non sentiamo paura quando siamo di fronte ad un pericolo reale ma ad una minaccia di pericolo. Un mio paziente, gravemente ipocondriaco, ha affrontato con un coraggio ammirevole una malattia oncologica. Finalmente, mi disse, sapeva contro cosa doveva lottare mentre prima viveva nell’ansia e sotto la minaccia continua di ammalarsi. Non liquidare questa affermazione con superiorità: funzioniamo abbastanza così.

Evitare o fare spazio?

Quello che facciamo, abitualmente, con la paura, è evitare. Cerchiamo di evitare quello che ci spaventa: peccato che l’evitamento è come una macchia d’olio. Tende ad allargarsi. Non ci basta più evitare gli ascensori, le api, evitare le salite (o le discese), evitare quello che una volta ci ha fatto male perché potrebbe farci di nuovo male. Ad un certo punto, a forza di evitare, riduciamo la nostra vita ad un francobollo di sicurezza: ne valeva la pena? Siamo sicuri che davvero non saremmo in grado di rischiare di più, di tollerare più incertezza? E, soprattutto, siamo più sereni o più braccati dall’ansia, siamo più felici o più insoddisfatti e che cosa stiamo davvero evitando? A che cosa evitiamo di dare spazio? È la paura il problema oppure, semplicemente, non vogliamo perdere il controllo, non vogliamo che accada qualcosa di indesiderabile perché temiamo la nostra reazione, la nostra voce critica, il nostro personale senso di fallimento?

L’altra faccia del resistere alla paura è la libertà. Tara Brach

La paura di sentire

Evitando cerchiamo di sbarazzarci delle sensazioni invece che allenarci a gestirle, le tratteniamo e solidifichiamo in tensione cronica. Invece che reagire tempestivamente di fronte ad un pericolo costruiamo una armatura permanente; proprio come quella giovane mamma, costruiamo una corazza a difesa della nostra esistenza, tanto intima che finiamo per sentirla una parte, ineliminabile, di noi. E, come i ragazzi dell’esperimento del labirinto sotto la minaccia della civetta, finiamo per limitare le nostre possibilità espressive, creative, Finiamo per limitare l’accesso alle nostre risorse. Il fatto stesso che proviamo paura ci sembra una prova della nostra incapacità o dei nostri difetti. Così finiamo per definirci inadeguati perché proviamo paura, costruendo un circolo vizioso in cui il senso di inadeguatezza alimenta solo nuove paure. Finiamo per rinunciare, progressivamente, a metterci alla prova perché quando siamo nella trance della paura vogliamo solo una cosa: stare tranquilli.

E se la strada fosse l’opposto? Invece che ritirarsi sempre di più, se la strada fosse affrontare il drago, corrergli incontro. guardarlo negli occhi? E se, facendo così, il drago si rivelasse invece un topolino, ingigantito solo dalla nostra fantasia? Se smettessimo di scegliere cosa fare sulla base delle nostre idee e cominciassimo a scegliere cosa fare sulla base della crescita?

La paura e la storia dei bambini

Molte delle nostre paure non sono attuali: sono ingigantite dalle radici che hanno nel nostro passato, quando, effettivamente, avevamo meno possibilità di fronteggiarle. La paura è una emozione a ritroso: ci fa ritirare e, ci fa guardare alle spalle più che davanti. Sembra riferita al futuro ma è quello che è successo nel passato che ci spaventa davvero. E spesso si esprime proprio come impossibilità ad andare avanti e senso di solitudine. Ti senti solo perché ti vergogni di aver paura. Ti senti solo perché non sai di chi puoi davvero fidarti. Ma non abbiamo bisogno di evitare: abbiamo bisogno di trovare una protezione, una sicurezza. Abbiamo bisogno di allargare lo spazio e non di rimpicciolirlo. È questo che ci fa riacquistare fiducia, che ci fa uscire dalla paura: invertire l’evitamento e iniziare a guardare in faccia quello che ci spaventa. Da bambini avevamo un peluche, un genitore, un luogo dove ci sentivamo al sicuro. Da grandi noi stessi possiamo essere un rifugio sicuro senza trasformare la nostra vita in un francobollo.

Ancora una tazza di te?

Non possiamo sbarazzarci delle nostre paure, come dice la vignetta di Alex Noriega, qui a fianco. Possiamo provare a invitarle, con cautela, a sederci accanto, possiamo provare a conoscerle un po’ meglio. Provare a cambiare la relazione con loro e passare dalla fuga all’intimità. Da soli? Se la paura non è troppo forte la pratica può essere un buon aiuto. Possiamo chiamarle a rassegna rimanendo radicati nel respiro. O nei suoni. Se è forte abbiamo bisogno di un aiuto esterno che ci faccia da guida. In alcuni casi possiamo anche aver bisogno, temporaneamente, di un aiuto farmacologico. Temporaneo, quel tanto che ci permette di trovare il modo per invitarle in salotto, offrigli un  tè, capire come funzionano e saperle guardare con un po’ di distanza, in modo che, quando torneranno, non ci trascinino più. Perché torneranno: è normale. Non è un fallimento. È normale aver paura e non vuol dire che siamo in pericolo. Forse alcuni di noi vorrebbero essere più coraggiosi. Altri più cauti. Il punto però, nell’invitare a prendere il tè, è iniziare ad accettare come siamo. Perché senza accettazione non c’è amore e, se non ci amiamo, così come siamo, avremo sempre paura. È la non accettazione che coltiva la paura dentro di noi. È solo se accettiamo la nostra storia, la nostra vita, per come è che possiamo dichiarare pace alla paura. Altrimenti rimarremo dei fuggitivi. Vittime di ombre che fanno sembrare draghi dei semplici topolini.

Uscire dal labirinto

Come diceva Mark Twain “nella mia vita ho incontrato ogni sorta di pericolo. Molti dei quali non sono mai esistiti”. Possiamo immaginare che, all’uscita del labirinto, ad aspettarci, ci sia un premio. Oppure vivere come se fossimo continuamente sotto la minaccia della civetta. Basta ricordarsi che non ci sono uccelli del malaugurio: è la nostra paura che ingigantisce la realtà. E la risposta nasce dal pensiero divergente: andare incontro anziché evitare è contro-intuitivo eppure funziona. Alla fine quello che conterà davvero sarà poter dire che abbiamo vissuto, non che abbiamo evitato tanti pericoli mai esistiti. Possiamo pensare che sarebbe stato meglio essere diversi. Alla fine però conterà chi siamo davvero. Come siamo riusciti a fare spazio a noi stessi. Invece che rimanere intrappolati dalle nostre esperienze possiamo riconoscerne la loro potenzialità di cambiamento e, riconoscendolo, nutrirle di consapevolezza e compassione.

© Nicoletta Cinotti 2017 Verso un’accettazione radicale

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