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Il movimento spontaneo

ameba col 2010623111743 ameba colBreve filmato sul movimento dell’ameba(clicca sulle parole sottolineate per vederlo)Il movimento è uno dei segnali base della vitalità di un organismo fin dalla nascita. Ma che funzione hanno i movimenti spontanei di un neonato e come strutturano una modalità matura di movimento?
Queste due domande, apparentemente banali, sono il cuore del cuore della analisi bioenergetica e affondano le loro radici nelle osservazioni condotte da Wilhelm Reich sui movimenti primari delle amebe.

I movimenti di base

Le amebe, organismi semplici che possono raggiungere anche notevoli dimensioni, permettono l’osservazione chiara, del movimento primario: in condizioni favorevoli si muovono, mentre in condizioni avverse si ritirano, tanto che a volte, possono rimanere in uno stato di ritiro anche per lunghissimi periodi di tempo.
Questi due movimenti base – l’espansione e il ritiro- sono i movimenti spontanei di un neonato. Il neonato compie prevalentemente gesti di protensione verso l’ambiente – piange per richiamare l’attenzione, muove le mani per raggiungere, ruota la testa per esplorare l’ambiente. A questi gesti di protensione alterna movimenti di ritiro in cui dorme o mantiene uno stato di coscienza poco interattivo. L’alternanza di protensione e ritiro è fondamentale per imparare nuove cose e consolidare, attraverso il riposo, ciò che ha imparato.

“Muoversi verso” e ritirarsi

Questi stessi movimenti, di protensione e ritiro, sono alla base del linguaggio del corpo in analisi bioenergetica e qualificano i nostri processi di autoregolazione e regolazione interattiva. Quando ci ritiriamo, entriamo in riposo. Ciò che ci tiene in vita e ci permette di crescere e imparare però non è il ritiro ma l’apertura e la ricerca di contatto. In questo modo espandiamo le nostre esperienze e il nostro universo di significati. Il bambino è, prima di ogni cosa, alla ricerca di questo contatto, come ci ricordano gli esperimenti sulle scimmie di Harlow.

Il legame costruito dal contatto

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La vecchia idea che sia la ricerca di cibo che costruisce il legame madre-bambino fu definitivamente scossa da un esperimento condotto negli anni 50 da Harlow con degli scimpanzé. I cuccioli di scimpanzé, posti in una gabbia con due pupazzi materni, uno con cibo e l’altro con pelliccia e arti accoglienti, passavano tutto il tempo tra le braccia della madre sprovvista di cibo ma fornita di calore e andavano dall’altra “madre” solo per il tempo strettamente necessario alla nutrizione. Una conferma che la costruzione del legame passa dalla ricerca di contatto e sicurezza più che dal bisogno di alimentarsi.

Autoregolazione e regolazione relazionale

Ma cos’è che spinge a muoversi verso l’altro, cosa motiva la nostra ricerca di contatto? Le ragioni , come afferma la teoria della regolazione degli affetti, sono essenzialmente due: crescere, attribuendo significato alle cose del mondo e confortarci o attivarci, cioè trovare un modo per regolare le nostre emozioni.
Alla nascita la nostra capacità di autoregolazione è limitata e dipendiamo dagli altri per la maggior parte del tempo. Ma questa dipendenza, attraverso i momenti di riposo, di ritiro riparativo e di relazione, strutturano nuove e sempre più complesse capacità di stare al mondo e amplia la nostra capacita di autoregolazione.

Cosa c’entrano i gesti e il movimento?

Questa ricerca dell’altro per la regolazione interattiva è sempre, e non potrebbe che essere così, mediata dai movimenti verso, da quell’infinita serie di gesti, grandi e piccoli, attraverso i quali esprimiamo il nostro antico desiderio di compagnia. Gesti che rimangono scritti nel nostro corpo e ripetuti ogni giorno. Gesti che strutturano il nostro carattere e il nostro modo di dare significato a noi stessi e al mondo. Gesti che rimangono, come tracce di memoria, in ogni movimento di avvicinamento e di allontanamento.

I movimenti spontanei

Questi gesti si esprimono attraverso i nostri movimenti spontanei e spesso sono al di fuori della consapevolezza. Sono gesti espressivi del nostro umore e del nostro desiderio o della nostra paura di compagnia. Sono gesti essenziali che esprimono lo stato di benessere/malessere, il calore o la freddezza, la solitudine o la condivisione, la paura o l’amore. Riportare questi gesti alla consapevolezza permette di entrare da protagonisti nella nostra vita e nella storia della nostra vita. Sono gesti che desiderano tempo, attenzione e sensibilità come la cura che si ha per un neonato. Per questo ogni classe può essere una poesia o essere accompagnata da una poesia: perché il corpo ha bisogno del tempo lento del respiro, delle parole gentili di una poesia, per cedere e ritrovare la spontaneità della propria esistenza.

Grounding e relazione.

Una delle esperienze corporee in cui autoregolazione e regolazione interattiva si integrano in maniera simbolica e reale è l’esperienza del grounding. Grounding significa radicarsi a terra, nella realtà e sviluppare la capacità di stare sulle proprie gambe. Nello stesso tempo è impensabile immaginare un bambino che inizi a camminare senza avere qualcuno, che ama, da raggiungere. In questo senso, ciò che ci tiene appesi non è solo una ragione autoregolatoria o difensiva ma anche una ragione relazionale. Ecco perché il senso della classe è il contesto di gruppo: perché il corpo integra l’autoregolazione in un contesto relazionale. Un corpo senza altri corpi con cui entrare in relazione, perde senso e scopo di vivere, come ricordano le ricerche post belliche di Spitz sui bambini in orfanotrofio.

Leggere i movimenti spontanei

È nel contesto relazionale allargato che i movimenti spontanei vengono attivati e che si frangono nelle nostre contratture difensive originando l’esperienza delle emozioni che sono rimaste trattenute nell’incontro con l’altro. Per questo spesso l’emozione della vergogna e dell’imbarazzo emerge nel lavoro corporeo. Un segno che siamo più consapevoli dello sguardo dell’altro che della nostra percezione di noi.

Il senso degli esercizi bioenergetici

Gli esercizi della classe recuperano i movimenti spontanei della nostra infanzia, le parole di base della formazione della nostra personalità – No, Io, Basta – parole che forse oggi non ricordiamo più ma che possiamo facilmente ascoltare dai nostri bambini piccoli e piccolissimi. Non è un modo per scatenare il bambino prepotente che è in noi: è piuttosto un modo per lasciare che il nostro movimento recuperi quella forza e quell’autenticità che, per molti di noi, è rimasta prigioniera della nostra infanzia.

A cura di © Nicoletta Cinotti

 

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