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Il nostro matrimonio con il tempo

hans-selye-1974Parlare di matrimonio è certamente difficile. Parlare di matrimonio con il tempo diventa quasi impossibile, almeno all’apparenza. Se poi questa è una metafora per parlare della nostra vita e, in particolare, dello stress nella nostra vita, può diventare quasi bizzarro. Eppure l’intenzione è proprio questa.

Cos’è lo stress

La definizione più conosciuta di stress si deve a Hans Selye che iniziò le sue ricerche nel 1925 rimanendo colpito dal fatto che diverse malattie avevano tratti comuni. Si chiese quindi se, pur nella differenza, ci fossero elementi simili. Arrivò quindi a quella che inizialmente definì come Sindrome generale di adattamento, ossia alla definizione degli effetti che la tendenza ad adattarsi all’ambiente – anche se negativo – produceva nei topi. Si accorse ben presto che questa sindrome generale di adattamento era alla base anche degli elementi comuni di diverse malattie umane e che poteva essere distinta in tre fasi. La prima fase di allarme, che corrisponde a quando si verifica per la prima volta l’evento, la seconda fase detta di resistenza che si instaura se l’evento da acuto diventa cronico. Infine la terza fase detta di esaurimento che porta all’instaurarsi della patologia.

Fu Selye che per primo comprese che anche l’uomo soffre di questa sindrome generale di adattamento e che, per l’uomo, non esiste distinzione tra la minaccia reale e la minaccia emotiva.

Lo stress quindi è la nostra risposta, necessariamente flessibile, alle condizioni ambientali, che diventa foriera di malattia quando da acuto – ossia una risposta ad un singolo evento stressante che poi si attenua – diventa cronica.

Selye era un uomo di grande cultura, anche linguistica e così scoprì che l’ideogramma che rappresentava la parola stress, in cinese, era composto da due elementiideogramma stress. Il primo elemento, quello soprastante, significa “crisi”, il secondo elemento significa “opportunità”.

In effetti ogni situazione di crisi può diventare una fonte di nuove opportunità.

Quello che conta, dice Selye, non è l’eliminazione dello stress, che sarebbe come eliminare la vita, ma la sua gestione, «per la quale – scrive – non c’è una formula di successo uguale per tutti», anche se la strada da seguire è uguale per tutti:

«Vivere in armonia con le leggi della natura, stabilendo il proprio personale ritmo di marcia”.

Inizia così la prima connessione tra stress e tempo.

La connessione tra stress e tempo

Uno degli elementi tipici che contraddistinguono lo stress è un proliferare di pensieri orientati al futuro – ossia a ciò che dovremo fare – al passato – ossia a come avremmo dovuto fare diversamente qualcosa – o pensieri di fuga – che alimentano la modalità difensiva tipica delle reazioni di stress: l’attacco o la fuga per l’appunto!

pausa

Possiamo dire che proprio un alterato rapporto con il tempo può essere considerato uno dei nostri segnali più tipici di stress. Abbiamo sempre fretta; vorremmo delle giornate con 30 ore per fare tutto quello che abbiamo in mente. E un senso di irrequietezza e velocità che ci accompagna costantemente e che diventa poi improvvisamente un torpore e un senso di esaurimento. Se ti riconosci in questo breve profilo, forse anche tu stai commettendo adulterio nel tuo matrimonio con il tempo.

Commettere adulterio

“Nel passaggio della giornata sta il nostro matrimonio con il tempo. Un matrimonio essenziale per la felicità alla quale aspiriamo. Da questo punto di vista, lo stress e la stanchezza sono il risultato della nostra infedeltà al matrimonio con il tempo. Pretendiamo troppo o corriamo altrove. Se vogliamo comprendere la nostra realtà è necessario esplorare la relazione quotidiana con le ore che passano.” David White

David White è un consulente aziendale e dal suo punto di vista il nostro problema è che la vita ci propone sfide rispetto alle quali abbiamo una possibilità minima di controllo: non siamo padroni dell’economia globale, né delle logiche di lavoro, né tantomeno di alcune delle sfide che quotidianamente ci vengono incontro e delle quali faremmo volentieri a meno. Spesso affidiamo il nostro senso di identità alla nostra capacità di raccogliere tutte le sfide che la vita ci propone diventando così inseguiti dal tempo e inseguiti dagli dire la verità altri. Cosa possiamo fare? Per prima cosa possiamo diventare consapevoli di quanto spesso abbiamo pensieri sul passato, sul futuro, e pensieri di fuga: questo è un primo modo per prendere consapevolezza di quanto il tempo stia diventando un tema della nostra vita. Senza questo primo passaggio e senza la constatazione di quanto la nostra vita è una sfida in cui pretendiamo troppo da noi stessi, sarà veramente difficile portare avanti il secondo passaggio che è scegliere. Nella comunicazione agiamo anche un’altra infedeltà: spesso rispondiamo velocemente proprio per non sentire cosa vogliamo rispondere. Prendere del tempo prima di rispondere non è un lusso: spesso è una opportunità che abbiamo.

Poi possiamo prestare attenzione al senso di fretta e urgenza che a volte proviamo e chiederci se davvero è legato alla situazione. Dobbiamo andare veloci perché sta per passare l’autobus o andiamo veloci perché siamo stressati? Rallentare – o prendere uno spazio di respiro – può permetterci di rispondere a questa domanda.

Scegliere la fedeltà a se stessi

“Nelle ore sta il passaggio segreto verso la giornata lavorativa, e in ogni giornata di lavoro il carattere che assume il nostro matrimonio con le ore (e di conseguenza il nostro viaggio attraverso la giornata) è essenziale per la felicità alla quale aspiriamo” David White

Uno degli elementi base quindi, per poter davvero scegliere, è sentire. Sentire i propri limiti, la propria stanchezza e la propria motivazione. Tutti noi abbiamo un desiderio che tende verso qualcosa di non ancora realizzato. Ma quante volte ci poniamo la domanda se davvero quella realizzazione è alla nostra dimensione?Possiamo scegliere rispettando i nostri limiti, anche fisici, o dobbiamo necessariamente varcarli?

La fedeltà alla pratica di consapevolezza può aiutarci a dare una risposta a questa domanda: può aiutarci a comprendere qual è la nostra intenzione e cosa realizza: può aiutarci in questo piccolo passo – a volte incredibilmente difficile – di scegliere senza essere troppo identificati con ciò che facciamo. Come se la nostra stessa identità dipendesse dall’accettare tutte le sfide che quotidianamente ci vengono rivolte.

La relazione, la comunicazione e la scelta

la gentilezzaMolto spesso la nostra difficoltà a scegliere nasce dalla difficoltà a dire di no. Se è vero che per dire di no – o di sì – è necessario essere consapevoli – è anche vero che per dirlo abbiamo bisogno della capacità di esprimersi senza paura della reazione, del giudizio, della risposta, della delusione, che ciò che stiamo può comportare per l’altro. Spesso l’unico modo che abbiamo per comunicare è duro e tagliente e quindi preferiamo dire di si tranne che quando superiamo il limite di guardia. E allora spesso avviene in modo esplosivo.

Il piccolo no o si quotidiano, quello che fa la differenza nella qualità delle nostre giornate e del nostro tempo rimane quindi troppo raro e molto schiacciato. Prendere consapevolezza di come si svolgono le nostre comunicazioni può davvero farci “riacquistare tempo” e “riacquistare vita”. potremmo scoprire così quanto spesso interrompiamo e quanto spesso veniamo interrotti. Quanto ascoltiamo e quanto invece aspettiamo solo di prendere il nostro turno di parola. Potremmo prendere contatto con la nostra tendenza a distrarci – che forse sperimentiamo già nella pratica di meditazione – e con il nostro cambiare continuamente direzione senza rispettare la nostra intenzione primaria. Proprio come facciamo quando evitiamo di dire no, perché non lo sappiamo fare, o evitiamo di dire si a noi stessi, perché abbiamo paura di farlo.

Come possiamo scegliere davvero se ci rifiutiamo di ascoltare, se finiamo noi le frasi degli altri (perché abbiamo già capito dove vanno a finire), oppure se siamo inconsapevoli di ciò che facciamo o diciamo?

Riempire ogni momento

buttarsiUno dei momenti più critici del nostro matrimonio con il tempo sono gli spazi vuoti. Spazi che finiamo per riempire all’inverosimile. Così, anche il tempo libero, diventa una sorta di lavoro in cui esercitiamo una specie di obbligo al divertimento che è lontano dal piacere di essere vivi. Se prestiamo attenzione agli impulsi che ci fanno riempire il tempo libero ancora di più del tempo lavorativo, potremo accorgerci che siamo sostanzialmente impegnati a distrarci, a combattere la noia, a riempire il tempo che, poi, ci manca come l’aria.

” Per andare al sodo: anche se ci lamentiamo di non avere mai abbastanza tempo, può darsi che in realtà abbiamo paura di averne a disposizione. Forse abbiamo paura di quello che potrebbe accadere se non lo riempissimo, se smettessimo di interromperci e ci limitassimo ad istallarci nel presente, anche solo per pochi attimi” Jon Kabat Zinn

Che effetto farebbe non riempire 5 minuti ogni tanto? Lasciarli vuoti e dimorare nel respiro? Cosa accadrebbe al nostro matrimonio con il tempo e alla nostra sensazione di stress? Forse inizierebbero a comparire quelle emozioni che abbiamo lungamente nascosto ed evitato, che potremmo finalmente esplorare per riprenderci il tempo della nostra – breve – vita?

Una mamma insegnava al suo bambino piccolo a leggere l’orologio. “Vedi quando le lancette sono tutte e due sulle 12 facciamo il pranzo, e quando sono tutte e due sulle 6 la cena. Quando sono tutte e due sulle 3 giochiamo e quando sono tutte e due sulle 9 andiamo a dormire”. Il bambino chiese:”mamma dov’è che c’è tutto il tempo?

Lo stress come opportunità

Come dicevamo all’inizio, rendersi conto della presenza dello stress nella nostra vita non è solo un momento di crisi. E’ anche una grande opportunità di cambiamento. Quella opportunità che permette di cambiare – anche minimamente – direzione. Quella opportunità che permette di ridefinire la propria intenzione. Quella opportunità che ci permette di scoprire che forse non c’è nessun luogo diverso dove andare ma semplicemente c’è da abitare il presente della nostra vita.

gli unfinished businessPer farlo – per dimorare nel presente – non è necessario nessun cambiamento: ci serve solo rivolgere attenzione e consapevolezza, momento per momento, senza giudicare. Senza presumere di sapere prima di sperimentare. Ci basta dimorare davvero nell’esperienza in corso per uscire dallo stress della nostra vita.

Le contrazioni del corpo e della mente riducono il nostro spazio interno, a volte in maniera così sottile che non ci accorgiamo quasi quanto questo spazio è limitato. Spesso faccio l’esempio del sale. Se sciogliamo un cucchiaio di sale in un bicchiere d’acqua diventa imbevibile. Se lo sciogliamo in una vasca quasi non ce ne accorgiamo. Il sale rappresenta le difficoltà che, inevitabilmente, incontriamo. Né la mindfulness né la bioenergetica ci proteggono dall’incontrare le difficoltà. Chiaramente non possiamo pensare che il problema sia il sale, perchè le difficoltà sono inevitabili. Il problema è la dimensione del contenitore. Le nostre modalità abituali di risposta spesso sono un contenitore ristretto, limitato, adatto agli impegni ordinari ma inadeguato quando succede un imprevisto, o qualcosa che supera la nostra finestra di tolleranza. Più piccolo è il contenitore, più grande è l’esperienza di sofferenza

Quello che possiamo cambiare è lo spazio interno nel quale le difficoltà possono sciogliersi. In questo modo anche l’impatto che hanno su di noi può attenuarsi. La mindfulness e la bioenergetica offrono la possibilità di guardare al contenitore della propria vita e realizzare che sviluppare spazio permetterà di espandere il contenitore, di svuotarlo di cose inutili, di ampliare la prospettiva e comprendere che la sofferenza è solo uno degli elementi della ricchezza che ci circonda. E che il tempo della nostra vita è il presente. Il miglior modo per costruire un futuro che ci assomigli.

© Nicoletta Cinotti 2017

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