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Il numero otto e i protocolli MBSR

Mindfulness: 56 giorni per la felicità

Il numero otto e i protocolli MBSR

Quando ho iniziato a praticare la mindfulness non mi sono preoccupata molto della sua origine. Venivo da vent’anni di meditazione, in particolare Siddha Yoga, e avevo avuto, nei confronti dell’origine culturale della meditazione, sempre qualche difficoltà. Nella mia permanenza negli ashram tradizionali indiani vedere me stessa e una lunga lista di occidentali di varie forme, indossare il sari, andava davvero al di là del mio senso estetico. Lo facevo per rispetto ma mantenevo una sorta di distacco e di critica verso quella che mi sembrava una im-possibile assimilazione tra due culture così diverse.

Alla fine avevo deciso di rispettare le regole senza entrare troppo nel dettaglio. Approfondire era una qualità dell’esperienza meditativa che mi faceva stare bene. Accanto a questo, per spontanea curiosità, trovavo continue assonanze tra la nostra tradizione spirituale e quella indiana. Così, tanto per sentirmi a casa.

Iniziando la mindfulness, il problema della sua origine, l’avevo completamente ignorato. Come se non avesse una sua storia e una sua tradizione. Questa ingenuità da principiante era durata poco: più facevo ritiri e più mi sembrava inevitabile capire da dove proveniva quella pratica che io sentivo così adatta alla mia mentalità pragmatica ed essenziale.

D’altra parte Jon Kabat Zinn aveva un background da scienziato e scientificamente aveva strutturato una validazione scientifica dell’efficacia di protocolli e questo mi confortava nell’andare avanti. Certo il ricorrere del numero otto era una bella fonte di curiosità: otto settimane la durata del protocollo, otto le caratteristiche della mindfulness. Chissà cosa voleva dire?

Full catastrophe living” ovvero vivere la catastrofe della propria vita

Il titolo del primo libro di Kabat Zinn, tradotto con “Vivere momento per momento”offriva una serie di elementi di comprensione molto lontani da parole come “dharma”, “buddismo” o “Ottuplice sentiero”. L’intenzione era implicita ma il linguaggio era teso a mettere in azione questi insegnamenti in modo da renderli accessibili alle persone che incontrano nella loro vita lo stress, il dolore e la sofferenza nelle sue varie forme, per condurle verso una felicità possibile e non ideale.

Come dice Kabat Zinn in un bellissimo articolo ” Quello che volevo era articolare il dharma che è sotteso al curriculum (MBSR), senza mai usare la parola dharma, senza invocare il pensiero buddista e la sua autorità, per l’ovvia ragione che non insegniamo l’MBSR in quel modo. La mia intenzione e speranza era che il libro (Full catastrophe living) potesse incarnare il più possibile l’essenza del dharma e degli insegnamenti del Buddha in azioni, per renderlo accessibile alla grande parte degli americani che incontravano lo stress, il dolore e la malattia…evitando il più possibile il rischio di essere classificati come buddisti, “New Age” o “Misticismo orientale”.

Il rischio dello stereotipo

Questa attenzione è insita nell’atteggiamento stesso della mindfulness: significa dare fiducia alla nostra personale capacità di esplorazione evitando di cadere in facili stereotipi. L’intenzione di Kabat Zinn era davvero nobile: offrire una possibilità di cura e di speranza per persone alle quali la scienza medica non sapeva più dare risposte adeguate per la loro sofferenza. Il protocollo MBSR nasceva infatti all’interno di una realtà ospedaliera anche attraverso colloqui e scambi con professionisti delle varie specialità che dichiaravano la loro impossibilità ad offrire quella pienezza di cure che la malattia richiede. Curare il corpo infatti, molto spesso, non è  sufficiente per curare la persona. La malattia porta con sé la necessità di accettare limiti che tolgono dignità, difficoltà che fiaccano lo spirito e domande che aprono una ricerca di senso che va al di là delle possibilità farmacologiche. E questo era il primo gruppo di pazienti che iniziavano ad utilizzare il protocollo MBSR.

Jon Kabat Zinn racconta spesso di questi inizi in uno scantinato dell’ospedale e del sostegno, generoso e pieno di fiducia, di quei colleghi medici che gli inviavano pazienti per i quali le cure non erano in grado di risolvere la loro sofferenza. Non poteva correre il rischio che questa nobile impresa venisse velocemente consumata da un’etichetta che dice tutto e non spiega niente.

La pubblicità materializza e commercializza ogni cosa, privando anche lo yoga e la meditazione del suo vero fine. Jon Kabat Zinn

Thich Nhat Hanh e Jon Kabat Zinn

Così quando Thich Nhat Hanh, a cui Jon aveva mandato il libro per avere un semplice parere, mandò un appoggio personale alla sua opera parlando di dharma, la sua reazione non fu semplice: non voleva rompere degli stereotipi creandone uno nuovo e, nello stesso tempo, pensò che forse era il momento, visto che il protocollo era ormai attivo da 9 anni, di espandere la comprensione della sua origine e della sua essenza.

Il Buddha stesso non era buddista, la parola Buddha non identifica una persona ma uno stato mentale accessibile a ciascuno di noi. Jon Kabat Zinn

Il protocollo e le qualità universali dell’essere umano

Quello che viene fatto nel protocollo non ha nulla a che vedere, in questo senso, con il buddismo ma ha molto a che vedere con le qualità universali di ogni persona, con la personale capacità e possibilità che ognuno di noi ha di sviluppare compassione, saggezza e presenza. Le sviluppiamo attraverso la pratica e l’esperienza delle otto caratteristiche della mindfulness che abbiamo percorso in questo viaggio di 56 giorni. Grazie a queste capacità innate possiamo vivere la nostra natura di persone risvegliate e non addormentate dal pilota automatico. Uno sviluppo e una comprensione che nascono primariamente dalla qualità della nostra relazione con le esperienze che incontriamo e, soprattutto, dalla qualità della nostra relazione con l’inevitabile sofferenza della vita. Quello che in termini buddisti vengono definite le quattro nobili verità.

Quattro nobili verità. E di quali quattro? Della nobile verità del dolore, della nobile verità dell’origine del dolore, della nobile verità della cessazione del dolore, della nobile verità della via che porta alla cessazione del dolore.Buddha Shakyamuni Saccavibhaṅga Sutta, Majjhima Nikāya, 141

La nostra tendenza a cercare di trattenere il piacere ed evitare il dolore diventa così una delle fonti più forti di disagio e stress e una delle ragioni principali dell’esilio da noi stessi e dalla relazione con gli altri, anziché una garanzia di benessere. Andare incontro alla nostra sofferenza è controintuitivo anche se non è estraneo nemmeno alla cultura cattolica dalla quale proveniamo. Per farlo abbiamo bisogno di due strumenti che la pratica ci porta ad affinare continuamente: l’attenzione e la presenza. E’ questo il breviario che ci fa incontrare la nostra naturale saggezza e compassione. L’attenzione ci aiuta ad andare in profondità. La consapevolezza sviluppa ed esprime le nostre 8 qualità di base. E diventa uno strumento per dare forma alla mente. Nella pratica infatti non solo andiamo incontro a queste qualità ma permettiamo che diano alla nostra mente una nuova struttura. Lo facciamo attraverso quelle che vengono definite le quattro dimore divine: gioia compartecipe, gentilezza amorevole, equanimità e compassione.

Le quattro dimore divine sono quattro attitudini positive della mente che vengono sviluppate e sostenute attraverso la pratica della presenza mentale e della meditazione. Amorevole gentilezza (metta), Compassione (karuna), Gioia compartecipe (mudita), Equanimità (upekkha). Il canone pali

La bellezza è che avviene perché lo scopriamo e non perché lo “sappiamo prima” o perché “l’abbiamo studiato”. Questo rischierebbe di farci percorrere la strada dell’ideale e quindi dello sforzarsi, del conformarsi ad un dover essere anziché a dimorare nell’essere.

Le otto vicissitudini

le otto vicissitudiniCi sono delle condizioni che incontreremo sempre nella nostra vita. Otto vicissitudini che porteranno gioia e dolore e che avvengono perché siamo vivi. Niente di personale anche se ci può essere molto di personale nel nostro modo di affrontarle.

Questi otto dharma mondani sono piacere e dolore; guadagno e perdita; lode e biasimo; onore e disonore. Sono delle fonti quotidiane di dolore ed è il nostro modo di entrare in relazione con esse che costruisce la nostra sofferenza. La nostra modalità di reazione, anziché di risposta, ci rende sempre più avvolti proprio in quella sofferenza che desideriamo evitare. Nelle otto settimane del protocollo, esplorando la nostra reazione allo stress, incontriamo queste otto vicissitudini e impariamo a prenderle in modo meno personale e meno identificato. La meditazione della montagna e la meditazione del lago ci aiutano a viverle in modo più equanime. Una equanimità che è approfondita dalla consapevolezza delle nostre modalità di risposta.

Lode e biasimo, guadagno e perdita, piacere e dolore, onore e disonore vanno e vengono come il vento. Per essere felice, dimora come un gigantesco albero in mezzo ad esse. Citazioni del Buddha

La differenza tra dolore e sofferenza

Come rispondiamo a queste vicissitudini disegna la differenza tra il dolore e la sofferenza: più riusciamo a dimorare nella consapevolezza senza attivare modalità reattive, più permettiamo il fluire naturale del dolore e delle emozioni ad esse associate. Le emozioni possono diventare potenti strumenti di trasformazione quando ci permettiamo di esplorarle in tutte le loro caratteristiche energetiche. Quando ci concediamo di esplorare il dolore come la gioia scopriamo che una parte della nostra sofferenza nasce dalla nostra stessa qualità umana. E’ la sofferenza di essere soggetti a delle necessità condizionanti di vita, che sperimentiamo nel lavoro e nei bisogni della sussistenza quotidiana, la sofferenza che proviene dall’inevitabilità del cambiamento che sperimentiamo nell’invecchiamento e nella caducità delle cose, e la sofferenza che proviene dalle condizioni fisiche e mentali che possono verificarsi. Non sono eventi “contro di noi“, spesso non sono nemmeno nostra responsabilità. Abbiamo però bisogno di venire a patti con questi momenti di difficoltà sia attraverso la stabilizzazione della pratica informale che della pratica formale.

Queste otto vicissitudini mi sembravano già una prima risposta alla mia domanda da detective sul numero otto nella mindfulness e mi sembrava che ognuna delle otto caratteristiche dell’esperienza mindfulness fosse uno strumento per affrontarle. Perfezionista per allontanare il dolore del biasimo e del disonore. Pronta a sforzarmi per incontrare lodi e onore. Pronta a giudicarmi per capire quanti passi mi allontanavano da una sicura felicità. Meditare su queste otto vicissitudini mi permetteva una storia della mia vita completamente diversa. Diventava la storia di una grande fuga dal dolore che costruiva una grande sofferenza quotidiana.

L’ottuplice sentiero

In fondo l’intreccio tra pratica formale e pratica informale ha un unico vero scopo: vivere una vita con presenza mentale. Abbiamo bisogno della pratica formale perché poi ci sia possibile essere presenti nello scorrere delle nostre giornate. La vera consapevolezza non è solo quella della meditazione – che è facilitata dalle condizioni della pratica – ma è anche quella che rende diverse le nostre giornate. Quella rotazione della prospettiva con cui guardiamo alle cose di cui parla tanto spesso Jon Kabat Zinn.

Lo facciamo con tre grandi processi educativi. Il primo è coltivare una posizione etica: non produrre danno agli altri o a noi stessi. Una posizione che per me è raccolta in quella piccola frase: assumiamo una posizione confortevole ma dignitosa. Non ci è richiesta la strada della rinuncia ma non possiamo sacrificare la nostra dignità al nostro comfort. Iniziare da qui mi sembra una posizione di massima onestà. Lo farei mettere nei giuramenti dei pubblici ufficiali, dei politici e di tutti coloro che hanno una funzione pubblica e sociale. Realizziamo questo attraverso una parola sincera e rispettosa, un’azione e un modo di vivere corretti (retta parola, retto stile di vita, retta azione). Se non partiamo da questa posizione i nostri sforzi verso la consapevolezza sono destinati ad essere vani. Perché l’inquietudine che porta la mancanza di moralità ci allontana dalla presenza mentale. Ci intossica e ci impedisce l’esplorazione.

Cos’è la Via di Mezzo, la conoscenza che il Buddha ha guadagnato, quella che conduce all’intuizione, alla saggezza, alla calma, alla conoscenza, al nirvana? E’ il Nobile ottuplice sentiero. William Johnston

Questo primo processo educativo si accompagna ad altri due grandi temi educativi: lo sviluppo degli strumenti che permettono la meditazione, ossia la giusta concentrazione, la giusta consapevolezza e il giusto sforzo. E lo sviluppo della saggezza che nasce da un retto pensiero e una retta visione.

Questi tre processi educativi – moralità, saggezza e meditazione – sono racchiusi nel Nobile Ottuplice Sentiero, e ci accompagnano verso quella felicità a cui aspiriamo. Ognuno di questi aspetti è attraversato più e più volte nel protocollo, senza nominarlo, incarnandolo nell’impegno ai compiti di pratica formali e informali, nell’esplorazione di ciò che è presente – così com’è – nella nostra vita. In quell’invito alla dignità della nostra posizione seduta, alla dignità della nostra colonna vertebrale, del nostro appoggio a terra, ricordiamo continuamente la nostra nobiltà. Una nobiltà che può essere velata ma mai eliminata dalla nostra vera natura.

Perché partire senza sapere?

Quando si inizia un protocollo, e durante il suo svolgimento, non parliamo di questi aspetti. E anche in questo viaggio di otto settimane attorno alla mindfulness ho aspettato la fine per aprire l’argomento.

Nell’MBSR o nell’MBCT parliamo dello stress del lavoro, della fatica nel trovare il tempo per la pratica, dei nostri pensieri e delle nostre emozioni o sensazioni. Proviamo e sperimentiamo e la parte teorica, in ogni protocollo, è minima rispetto alla parte di pratica. Ed è sempre radicata nell’esperienza.

Io personalmente non parlo mai di buddismo né di Ottuplice Sentiero.

Questa scelta è preventiva non solo rispetto alla creazione di facili stereotipi, come abbiamo visto poco sopra. E’ preventiva anche rispetto al rischio dell’intellettualizzazione, della razionalizzazione che ci portano a trasformare le idee e i concetti in oggetti solidi e non mutabili. Molti concetti sono estremamente radicati nella nostra mente e pre-formano la percezione dell’esperienza, creando una percezione verosimile ma non reale. I tre concetti che sono più limitativi della nostra esperienza sono quelli di spazio, tempo e Sè.

Time RestsSebbene il concetto di tempo sia un costrutto, molti di noi lo prendono molto seriamente. Etichettiamo le nostre esperienza come memorie e riflessioni sul passato e ci comportiamo come se questi pensieri costituissero qualcosa di solido che esiste continuamente dietro e dentro di noi. Questo atteggiamento mentale è stato rinforzato dall’importanza data alla ricostruzione autobiografica e alla memoria dei traumi passati. Consideriamo il nostro passato come una fonte di determinazione delle nostre possibilità e programmiamo un futuro in cui immaginiamo di realizzare aspettative basate su una estrapolazione di quel passato, con le conseguenti paure e speranze. Di fatto, sia passato che futuro sono in azione proprio adesso. Noi li rendiamo continuamente attuali. Quando li prendiamo per “veri” però rimaniamo incastrati nei nostri traumi passati e proiettiamo continuamente gli effetti di ciò che abbiamo vissuto nel futuro.

Anche il concetto di spazio è dato spesso per scontato. Molte delle tensioni e delle ostilità che proviamo, anche a livello personale, nascono dall’idea che esista uno spazio solido, un confine riconoscibile che non deve essere varcato. Nella pratica spostiamo l’attenzione all’interconnessione e in questo modo spesso arriviamo a ridefinire radicalmente il senso delle nostre relazioni e la ragione delle nostre emozioni, restituendo una speranza e una fiducia relazionale profonda e non condizionata da condizioni esterne, spesso poste fittiziamente.

Il concetto più persistente è quello di avere un Sé inteso come entità permanente con caratteristiche stabili e definite. Nessuno ha idea di quanto le persone si definiscano in maniera stabile anche sugli aspetti negativi. La pratica ci permette di modificare, senza quasi accorgercene, queste definizioni autolimitanti di “me”, “mio” e “io” a partire dall’identificazione con aspetti diversi del processo corpo-mente.

I concetti sono utili: anche i concetti di spazio, tempo e identità lo sono. Non fino al punto di sacrificare, in loro nome, la realtà della nostra esistenza e toglierci così la fiducia e la speranza in un cambiamento che, noi per primi, definiamo im-possibile. Per esplorare non possiamo partire da concetti già pronti. Così iniziamo con una domanda:”Come mai ricorre sempre il numero otto?” e alla fine troviamo la risposta. Che forse non è la vostra. Ma ha una sua verità.

La fiducia e la speranza

La fiducia e la speranzaProprio attraverso l’incontro con la verità delle cose definiamo in profondità il senso delle parole speranza e fiducia.

La speranza non è più un’illusione in una salvezza miracolosa ma qualcosa che costruiamo, giorno dopo giorno, con la fiducia nella pratica. Praticare è come seminare. Forse non tutti i semi germoglieranno e non sempre le condizioni atmosferiche saranno ottimali. Ma l’attenzione con cui abbiamo seminato; la cura con cui guardiamo al nostro orto e al nostro giardino; la saggezza con cui abbiamo scelto quali piante mettere a dimora renderà la nostra fioritura l’espressione del senso stesso della nostra vita. Non avremo paura dell’orto del nostro vicino e gioiremo della bellezza dei suoi frutti. Ci scambieremo perle di pratica e di coltivazione perché è più importante il frutto di chi l’ha seminato. E allora il risultato sperato e il risultato realizzato coincideranno come espressione della nostra presenza.

© Nicoletta Cinotti 2015

Questo capitolo è un estratto di Destinazione mindfulness 56 giorni per la felicità acquistabile – come ebook cliccando sulle parole in azzurro

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Se sei interessato a sperimentare la mindfulness ti segnalo i seguenti eventi:

Genova, 5 Ottobre ore 20, Serata mindfulness: il protocollo MBSR e MBCT. Il protocollo MBSR inizierà a Genova  il 19 Ottobre 2016 alle 19,30. Il protocollo MBCT inizierà a Genova il 20 Ottobre alle 19.30.

Chiavari 4 Ottobre 2016 alle 20, Serata di presentazione del Protocollo MBCT. Il protocollo MBCT inizierà a Chiavari il 18 Ottobre alle 20

Sede di Genova: Via I. Frugoni 15/2

Sede di Chiavari: Via Martiri della liberazione 67/1

Foto di  ©Daf_ne, ©lorenzodamelio, ©sgrazied

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