Imparare a parlare, imparare ad amare

Questo articolo è la trascrizione dell’intervento che ho fatto a That’silence.

Una giornata dedicata al silenzio e alla nascita della comunicazione attraverso il linguaggio del corpo. Una giornata che aveva – attraverso la condivisione dell’esperienza del silenzio – l’obiettivo di mettere in comunicazione sordi e udenti. È stata un’esperienza ricca, della quale sono particolarmente grata a Silvia Cappuccio, e che spero sia l’inizio di uno shock culturale: lo shock culturale di portare consapevolezza alla comunicazione attraverso il corpo, attraverso il silenzio, condividendo l’esperienza dei diversi modi che abbiamo di sperimentarlo. Ringrazio la traduttrice oralista che ha trascritto tutti gli interventi e i traduttori LIS (lingua del segni) che hanno permesso la piena condivisione di quanto espresso dai relatori. Alcuni relatori hanno comunicato direttamente in LIS.La conferenza che è stata accompagnata da una presentazione consultabile su Slideshare (Clicca sulle parole in azzurro per andare alla presentazione).12304204_445991002255250_8219096055964796338_o

Iniziare a parlare

Anche se diamo molta attenzione alle parole, in realtà il linguaggio inizia con un gesto: il gesto dell’indicazione, che esprime la volontà e l’intenzione del bambino verso il mondo esterno. Indicare è un gesto che viene penalizzato nella nostra educazione. Ci viene detto che è maleducato indicare eppure chi, come me, si è occupato dei prerequisiti dello sviluppo comunicativo e linguistico in bambini al di sotto dei due anni di vita, sa che la prima cosa da cercare è proprio questo gesto. Se questo gesto è presente significa che, il bambino, ha, cognitivamente maturato la struttura che permette un apprendimento linguistico. Qualunque sia la lingua che poi, effettivamente, parlerà. L’immagine de La creazione di Adamo, un meraviglioso gesto di indicazione che troviamo nella cappella Sistina è proprio un gesto di indicazione. Il segno che quel processo di distanziamento che permette la creazione delle parole è iniziato, e simbolicamente, è il gesto che inizia la creazione del mondo.

Vediamo come avviene

Dire che iniziamo a parlare con un gesto, significa che dobbiamo spostare l’attenzione dall’intelligenza verbale al momento in cui inizia l’intelligenza motoria, ben prima dell’inizio dell’intelligenza verbale.

come impariamo a parlare come impariamo ad amareL’intelligenza motoria è già presente nella vita intrauterina. Attorno alla 22° settimana il feto è già in grado di compiere un gesto intenzionale, come quello di succhiarsi il pollice. Un gesto solo apparentemente semplice visto che presuppone l’esistenza di uno schema corporeo, di una intenzionalità primitiva, e di una spinta all’azione. Solo poche settimane dopo cominciano a comparire espressioni emotive come il sorriso o il segno del disgusto relativo al sapore del liquido amniotico che, come sapete, viene regolarmente ingerito dal bambino. Anche queste espressioni manifestano la presenza di uno schema corporeo che è già orientato alla comunicazione e alla risposta. Rispetto all’intelligenza motoria c’è un altro dato importante: l’area motoria è ricchissima di neuroni sensoriali per fare sì che il nostro movimento non venga percepito come un atto meccanico ma come una espressione del sé. Un felt sense che ci offre l’esperienza dell’essere me. Abbiamo bisogno di questo aspetto per poter dire io, me, tu, te.

A 10 settimane di vita

A 10 settimane dopo la nascita il bambino è già in grado di fare una protoconversazione con un adulto di riferimento, imitando le sue espressioni visive, com’è possibile vedere il questo video di Colwyn Trevarthen. In questo caso parliamo di protoconversazione perché la comunicazione non è verbale – tramite le parole – ma è il prerequisito corporeo – relazionale perché si sviluppi il linguaggio verbale.

In realtà i bambini iniziano ad usare i gesti come segnali comunicativi, già nella vita intrauterina. Cioè iniziano a “segnare” – questo è il termine che usiamo e che assomiglia alla LIS – attraverso i movimenti che fanno in utero. Segnando comunicano con la madre, la loro comodità/scomodità e lo stato interno che sperimentano. È così che sviluppiamo quell’intelligenza sociale che è alla base della nostra successiva capacità di coinvolgimento relazionale. Se non segnassimo, avremmo molta difficoltà a sviluppare questa capacità comunicativa dopo la nascita. Nel video si osserva la bambina che imita le espressioni del volto della madre e le commenta con dei suoni. Questi segnali comunicativi sono fondamentali allo stabilirsi della relazione. Nemmeno la mamma parla, anche lei fa piccoli suoni ed espressioni mimiche. I bambini hanno bisogno di trovare un adulto responsivo a livello non verbale, capace di espressioni emotive. E questo è ciò che avviene nelle protoconversazioni.

La qualità della nostra comunicazione è affidata agli aspetti paraverbali che, per alcuni autori, influiscono per l’80% sulla nostra comunicazione. Il significato che attribuiamo ad una conversazione è connesso con questi aspetti. Possiamo vedere molto bene cosa accade nella perdita di responsività emotiva nei bambini grazie al paradigma della Still Face visibile in questo breve filmato (Clicca sulle parole in azzurro). Il paradigma della Still Face prevede tre diversi momenti. Una prima fase di gioco e protoconversazione. Una seconda fase di rottura della comunicazione emotiva, una terza fase di riparazione e consolazione.

La Still Face

Questo paradigma di ricerca, ideato da Edward Tronick, ricercatore della Massachusetts University, sul finire degli anni ’70, consiste in una interazione madre-bambino (attorno ai 4 mesi di vita) che viene interrotta, lasciando il bambino di fronte ad una madre presente ma emotivamente inespressiva. In questo caso si tratta di una bambina e, come vediamo nel filmato, fa di tutto per attrarre l’attenzione materna e ristabilire il contatto, incluso guardare alle sue spalle per verificare se la madre stia vedendo qualcosa che le sfugge. Questo paradigma è stato fondamentale nella ricerca evolutiva come strumento di valutazione della relazione di attaccamento. Tanto meno è il tempo necessario per consolarlo e ristabilire la comunicazione, tanto più parliamo di una relazione d’attaccamento sicura.

Un altro esperimento che sottolinea l’importanza della comunicazione emotiva è il Visual Cliff, ideato da Joseph Campos, dell’università di Berkley, in California. In questo video (Clicca sulle parole in azzurro) è evidente come il rispecchiamento emotivo sia fondamentale. Nell’esperimento il bambino è posto su un tavolo con dei bordi che, per un’illusione ottica, sembra avere un abisso. La madre e un giocattolo sono posti dalla parte opposta del tavolo. Il bambino decide se andare verso la madre o meno, grazie all’espressione che lei manifesta sul volto. Si ferma, se la madre mostra paura, va avanti se la madre lo rassicura. Tutto questo, ovviamente, senza parole.

La nascita delle parole

come impariamo a parlare come impariamo ad amareWerner e Kaplan, due linguisti molto importanti, autori de “La formazione del simbolo” sostengono che i bambini iniziano a parlare perché somatizzano la forma degli oggetti e la qualità dell’esperienza che ne hanno. Per questo la conoscenza delle cose è così tattile e i bambini esplorano anche con la bocca. Nel loro lavoro riportano, per esempio, come uno dei bambini oggetto di osservazione sia arrivato a dire arancia. Prima ha iniziato ad imitare la rotondità del frutto e solo dopo averla indicata è passato alla pronuncia della parola. In questo caso la LIS, la lingua dei segni, non fa altro che continuare questo lungo percorso dei segni che nasce con la vita intrauterina, e che accompagna tutta la nostra vita adulta

Noi diciamo che parliamo con le parole ma se le nostre parole non fossero accompagnate da una tessitura emotiva e comunicativa non funzionerebbero. I genitori si sforzano di insegnare a parlare ai loro bambini, invitandoli, per esempio, a ripetere le parole e sottovalutano che quello che il bambino recepisce non è solo il suono della parola ma il carico emotivo che la parola comporta, come la parola viene presentata. Non a caso il motherese, questa lingua strana che usiamo con i bambini piccoli, funziona perché cambia il ritmo, il suono e dà un’esperienza corporea della parola.

Lo sviluppo comunicativo e linguistico

Lo sviluppo comunicativo e linguistico non sono identici. Possiamo imparare a parlare ma abbiamo bisogno di uno sviluppo comunicativo che passa dalla capacità dei genitori di riconoscere le emozioni dei propri bambini.

Negli anni ’70 del secolo scorso Paul Ekman iniziò a studiare l’universalità delle emozioni. Lo fece mostrando agli abitanti di una tribù della Nuova Guinea – che non avevano mai incontrato altre etnie – delle foto che esprimevano emozioni per valutare l’universalità o meno delle nostre espressioni emotive. Gli abitanti riuscirono ad attribuire correttamente l’emozione corrispondente. Da lì nacque un lungo filone di ricerca sull’espressione emotiva che ha ampiamente dimostrato l’universalità delle nostre emozioni di base che sonoimparare a parlare imparare ad amare: rabbia, disgusto, paura, gioia, sorpresa, tristezza. Emozioni che regolano la qualità delle parole. Espressioni che nascono dal corpo, dai gesti, dal silenzio.

Quindi non solo le parole nascono dai gesti ma vengono comprese attraverso il corpo. Lo dimentichiamo perché, con l’inizio dello sviluppo linguistico, i genitori scoraggiano l’uso dei gesti: temono che interferiscano con lo sviluppo linguistico e cognitivo. Siamo tradizionalmente abituati a considerare la mente superiore al corpo, e questa, forse, è la ragione principale della sottovalutazione degli aspetti gestuali del linguaggio.

Lo sviluppo cognitivo

Quello che sappiamo è che lo sviluppo cognitivo è regolato dalle emozioni. Panksepp – un neuroscienziato – ha dimostrato che il nostro sviluppo cognitivo è regolato dalla qualità, quantità e intensità delle emozioni che sperimentiamo nella nostra infanzia. Le emozioni afferiscano a tre sistemi: affiliativo, di ricerca e difensivo e, a seconda di quali dei tre sistemi è attivo, limitano o aprono le nostre possibilità comunicative. È abbastanza ovvio che se abbiamo emozioni difensive sapremo comunicare paura o minaccia ma non saremo molto disponibili per una comunicazione allargata. Quando siamo in questo sistema perdiamo certi gesti di prossimità a vantaggio di gesti di ritiro e protezione, tanto per fare un esempio.

La consapevolezza delle emozioni

La consapevolezza delle emozioni è fondamentale per la nostra possibilità di comunicare perché, altrimenti, diciamo delle parole ma non le confermiamo o sosteniamo con il linguaggio del corpo.E la nostra comunicazione si basa sulla nostra capacità di tollerare il silenzio, perché, senza silenzio, non si sviluppa intimità.

Ci chiediamo spesso come impariamo a parlare ma se non sappiamo comunicare potremo anche parlare molto bene ma non è detto che avremo imparato a connetterci con gli altri e a stabilire una relazione in cui esprimere il nostro essere umani e la nostra capacità di amore.

Questo è il passaggio che è necessario fare.

Non è il mio silenzio e non è il silenzio di qualcun altro ma incontrarsi a fare insieme silenzio fa nascere qualcosa. Qualcosa che resta. Chandra Livia Candiani

© Nicoletta Cinotti 2015

Share This

Condividere questo articolo?