Seleziona una pagina

Jon Kabat Zinn, le poesie e la declinazione al singolare

Non so francamente quando sia nata la passione di Jon Kabat Zinn per le poesie. E non so nemmeno se di passione possa trattarsi. Nella nuova edizione di Vivere momento per momento – traduzione italiana del suo libro Full catastrophe Living – Kabat Zinn afferma che la consapevolezza ha una sua logica e poesia interna. E questa, forse, è una delle poche affermazioni esplicite che si possono incontrare sulla poesia nei suoi libri.

Poesie però ne cita molte, anzi moltissime. E in Riprendere i sensi le poesie accompagnano e fanno da corredo al testo per permettere una lettura che non sia solo mentale ma anche affettiva. Così, fino dai primi capitoli compare Kabir, il poeta indiano dell’estasi selvaggia, amato da indù e musulmani. Forse Jon ama Kabir per una delle sue affermazioni chiave:

È lo spirito di ricerca che aiuta. Io sono schiavo di questo spirito di ricerca. Kabir

Questo stesso spirito è quello che mi ha spinto verso la poesia

Perchè la poesia?

Jon Kabat zinn le poesia e la declinazione al singolareCome molti professionisti ho passato la maggior parte della mia vita adulta a leggere saggi. La narrativa non riusciva a competere con le storie dei miei pazienti. Raramente qualche autore mi dava più emozione delle loro vite e così, raramente, leggevo qualche libro di narrativa. Nel tempo mi sono accorta però che le parole avevano una loro carica ed energia e, soprattutto che certe parole avevano il potere di toccare molto profondamente le persone. Lavorando con il corpo – come analista bioenergetica – le parole assumono una funzione di coscienza. Diventa necessario cercare quelle poche parole giuste che esprimano la sensazione che le persone vivono. E questo, nel tempo, ha affinato il mio desiderio di trovare poche parole ma esatte, per parlare con le persone con la precisione dell’amore.

L’impiego delle parole giuste è una funzione energetica perchè è una funzione della coscienza. È la consapevolezza dell’esatta corrispondenza tra una parola (o una frase) e una sensazione, fra un’idea e un sentimento. Quando le parole sono connesse o combaciano con le sensazioni, il flusso energetico che ne risulta fa aumentare il livello di eccitazione della mente e del corpo, elevando il livello di coscienza e la messa a fuoco. Alexander Lowen

Come vedete parlo di parole e non di storie. Le storie infatti, nel mio lavoro, spesso sono solo ripetizioni di copioni di emozioni e comportamenti che si ripetono e raramente introducono elementi di novità. Mentre la psicoterapia non è solo cura ma anche ricerca di cambiamento. La ricerca per portare la novità nella nostra vita.

Ecco così che il ricorso alla poesia – non lirica – sembrava inevitabile.

La poesia declina al singolare pur parlando al plurale

tumblr_ltzuofdBrI1qds4bko1_1280Così quando ho comprato il primo libro di Kabat Zinn, scienziato americano ideatore del protocollo MBSR, non sono rimasta molto stupita nell’accorgermi che, nella sua ricchissima bibliografia, c’era una intera sezione dedicata ai libri di poesie. Un po’ più stupita sono stata quando ho visto che erano parte integrante del materiale didattico. Per la prima volta mi sembrava che due mondi che in genere parlano lingue diverse, si incontrassero.

Così mi sono accorta che un certo genere poetico contemporaneo e la poesia degli haiku di antica tradizione giapponese – lontani dalla tradizione lirica – era esattamente il luogo delle parole che cercavo. Parole che descrivono un’esperienza. Parole che parlano al presente, parole che esprimono la condivisione della nostra comune umanità. A me è sembrata un rivoluzione: far entrare nella cura parole che curano, risvegliano, toccano luoghi che nessuna mano può raggiungere.

Perchè farlo? Per il rispetto dell’unicità Alcuni vorrebbero che sacrificassimo uniformemente all’altare dell’unicità, utilizzando l’idea dell’unità, più che il costante confronto con essa, come un rullo compressore che appiattisce tutte le differenze. ma è proprio nelle qualità uniche di questo e quello, nelle particolari individualità e proprietà che risiedono poesia e arte, scienza e vita, magia, grazia e ricchezza. Jon Kabat Zinn 

Dice Hokusai (che non era un poeta)

Dice che ognuno di noi è un bambino,

ognuno di noi è antico,

ognuno di noi ha un corpo.

Dice che ognuno di noi è spaventato.

Dice che ognuno di noi deve trovare un modo per convivere con la paura.

Dice che ogni cosa è viva (…)

Dice: non importa se disegni o scrivi libri.

Non importa se seghi alberi o peschi pesci,

non importa se stai seduto a casa

a fissare le formiche in veranda o l’ombra degli alberi

e le erbe che ti crescono in giardino.

Quel che importa è che ti importi.

Importa che tu senta.

Importa che tu noti.

Importa che la vita viva attraverso di te (…)

Dice: non avere paura

Non avere paura.

Guarda, senti, lascia che la vita ti prenda per mano.

Lascia che la vita viva per tuo tramite.

Katsushika Hokusai

A volte la poesia coglie lo spirito di un’idea meglio di qualunque spiegazione, per quanto estesa.

La poesia e la pratica della meditazione

Il legame tra poesia e meditazione è, invece, molto più consolidato: la meditazione è l’arte di sospendere temporaneamente il pensiero verbale e simbolico, un po’ come un pubblico beneducato interrompe le conversazioni quando sta per iniziare un concerto. Così è normale che ci sia una poesia che nasce proprio dalla pratica di meditazione vipassana: una pratica in cui lavoriamo per sospendere, essere consapevoli, esplorare, il pensiero narrativo e andare al di sotto del pensiero, prima che nascano i pensieri, alla nostra mente originaria.

Mi è stato domandato quale ruolo possa avere la poesia nell’itinerario di un praticante buddista. Attraverso la poesia potete trovare il vostro stato mentale. Il concetto di haiku è esattamente questo: scrivere la mente. Non si dovrebbe avere troppe velleità dilettantistiche o artistiche ma si dovrebbe scrivere il proprio stato mentale su un pezzo di carta. Questo è il significato dell’espressione “il primo pensiero è il miglior pensiero”. Occorre essere molto attenti a non mettere troppi cosmetici sul nostro pensiero. I pensieri non hanno bisogno di rossetto o cipria. Chogyam Trungpa

Non tutte le pratiche di meditazione sono uguali. Nella meditazione vipassana theravada, da cui derivano i protocolli mindfulness, le istruzioni sono essenziali: tornare al corpo, tornare al respiro e alla sua porta ritmica. Queste semplici istruzioni diventano un po’ come tornare a casa: a casa nel corpo, a casa nell’intimità con se stessi e in quello strano insieme di misteriosa vicinanza e di tenera distanza che sperimentiamo quando riusciamo a stare con l’attenzione al respiro. Non è una pratica trascendente ma assolutamente immanente: non ci chiede di elevarci, migliorarci trasformarci. La trasformazione è tornare ad essere chi siamo veramente, abbandonando la lotta e il conflitto con noi stessi. È dichiarare pace. Questa dichiarazione di pace è aperta dalla porta ritmica del respiro, quell’esperienza poetica ma non lirica, che facciamo con ogni respiro. Il respiro è poetico perchè – per esistere – richiede flessibilità, vulnerabilità, cambiamento. Nulla di rigido respira. E ogni respiro è diverso dall’altro.

Cos’è la pratica: la pratica è vita quotidiana, non stato speciale della mente, non solo solitudine, silenzio. E’ lavare i piatti, fare il tè, parlare con qualcuno, correre nella neve, avere paura di sbagliare a cucinare per la comunità, per errore suonare l’allarme in tutto il monastero, interrompere i canti con una domanda inutile e vedere l’abate che ride tranquillo e continua a cantare. La pratica è accogliere la vita così com’è, noi stessi come siamo, senza migliorarci, allora la trasformazione ha luogo. Chandra Livia Candiani

La poesia è quindi mappa per l’ascolto

Così alla fine, la poesia non è solo parlare ma ci offre una specie di mappa per l’ascolto di noi stessi. Diventa la conseguenza del raccoglimento e, contemporaneamente, dell’essere esposti al mondo. Come dice ancora Chandra Livia Candiani più che altro la poesia usa immagini, si nasconde dietro visioni lievi per dire cose grandi, cerca parole per non buttarla nuda nel mondo la verità d’essere, per sfiorarla. E d’altra parte forse la meditazione è invece la più grande delle metafore, non è affatto letterale. Ogni volta che sto senza aggiungere e senza togliere niente con quello che il momento mi offre non è un’assoluta metafora di come vivere senza mettersi a discutere con la vita? La pratica non è tutta una metafora per insegnarci a rinunciare al sogno che ci vede sempre al centro dell’universo?

La lama del congedo

Ogni momento diventa così poetico, quando è investito dalla nostra consapevolezza perchè alla fine, tutta la poesia dichiara il continuo processo di cambiamento al quale siamo soggetti che fa sì che la nostra vita sia un susseguirsi di attimi. ognuno dei quali è significativo perchè vissuto. Così il momento del saluto, alla fine del protocollo, può far nascere una poesia.

Cosa mi resta? Niente se non un’emozione, un piccolo dolore al cuore e la felicità dentro. E ormai è notte. Francesco Crenna

Il tempo del congedo

è coltello giusto

la sua lama più evidente

della mia pelle –

rotta –

simile all’amore

introvabile:

un adulto di spalle

ti fa vedere l’anima. Chandra Livia Candiani

La parola meditata 12 giugno 2016 ore 18, sala del Munizioniere, palazzo ducale

© Nicoletta Cinotti 2016

 

 

Share This

Condividere questo articolo?