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La compassione, il perfezionismo e altre storie

Mindfulness:56 giorni per la felicità

La compassione il perfezionismo e altre storie

Ho avuto una grande passione per la lettura da sempre. In una casa in cui non entravano molti libri e in un paese in cui non c’era né una libreria né una biblioteca. Mio padre coltivava questa mia passione e cercava – lui stesso – di imparare leggendo. Così, da uomo semplice com’era, aveva fatto l’abbonamento a Selezione del Readers Digest. Nella campagna toscana degli anni ’50 era come avere un drone prima della commercializzazione. L’unica informazione di lettura che circolava era L’Unità, quotidiano comunista, venduto la domenica porta a porta. A mio padre non suonavano. Malgrado fossimo stati una famiglia partigiana – con tutto quello che aveva voluto dire – il suo abbonamento “americano” suonava come un tradimento. E questo malgrado il fatto che mio zio si fosse – in polemica con mio padre, suo fratello – abbonato alla Pravda, in russo (Come avesse fatto mi sfugge tutt’oggi!).

Alla fine, quell’abbonamento a Selezione, come la chiamavamo in famiglia, ha fatto si che io abbia avuto la stessa formazione culturale di Pam, la mia insegnante di inglese americana, coetanea. Leggevo tutto il numero di Selezione e qualche volta mio padre comprava anche gli approfondimenti. Dal suo punto di vista era un’offerta speciale: non avendo soldi per comprare tutti quei libri, compravamo i riassunti e, nelle occasioni speciali, anche dei libri interi. Mia madre osteggiava fieramente quei “soldi buttati via” e quelle teste “immerse altrove” che erano quelle mie e di mio papà, anzi del mio babbo. Il massimo era leggere in braccio a lui. Lui leggeva il numero del mese e io rileggevo quello del mese precedente. E siccome ero molto più veloce di lui, in genere leggevo un numero in un giorno, massimo due e poi, il resto del mese, rileggevo. Rileggevo anche i pochi libri di casa. Così Anna Karenina la sapevo quasi a memoria. E d’estate mi piazzavo a leggere sugli alberi dell’orto come pensavo sarebbe piaciuto al mio amico Tolstoj. Ma cosa c’entra con la compassione, direte voi? C’entra molto.

L’innocenza della gioventù è sempre necessaria per varcare la soglia della vita, indipendentemente dalla nostra età cronologica. David Whyte

La cultura americana della s-compassione ovvero la logica dell’autostima

La cultura che passava attraverso Selezione del Readers Digest era semplice: bisogna farsi da soli, avere un sogno grande e lottare, senza incertezze e quotidianamente, per migliorarsi. Alla fine vincerà il migliore. E tutti lo ameranno. Queste poche affermazioni erano dette e ridette in tutte le sfumature e corredate da così tanti esempi di successo e di riuscita che sembrava evidente che la strada funzionava.

Peccato che tutte queste affermazioni nutrivano una logica efficientissima e tendevano a contrarre al minimo qualsiasi senso di compassione per le difficoltà, l’errore o il fallimento.

Così noi tre figli eravamo continuamente spinti a gareggiare, tra di noi e con gli altri. Continuamente spronati a migliorarsi e ad essere al di sopra degli altri. Continuamente nutriti a sogni grandi, grandissimi. Oggi comprendo il desiderio dei miei genitori di fare il meglio per i loro bambini. Il loro desiderio di essere unici e diversi da quella realtà di paese che appiattiva tutto con il pettegolezzo, con il vino, con il sesso. La pressione però che esercitavano su di me era grandissima e aveva un primo e devastante effetto: la perdita rapida e dolorosa del sentimento di compassione nei confronti di me stessa. Se sbagliavo, se mancavo in qualcosa, diventavo dura e inflessibile. Ero una piccola bambina con le ginocchia continuamente sbucciate e il cuore continuamente rimproverato.

Chiederci di non sbagliare è chiederci di non vivere. Non c’è nulla di male nello sbagliare. Piuttosto ciò che ci distrugge e ci fa soffrire è la paura di sbagliare, non l’errore in sé. Entrando in confidenza con questa paura, senza riserve e senza giudizi, possiamo permetterle di essere presente e contemporaneamente di non lasciarci guidare da lei. E forse possiamo anche fare delle scoperte interessanti sulla sua natura. Bianca Pescatori

Moltissimi anni dopo, quando ho letto il libro di Kristin Neff sulla compassione – anche lei americana e della mia generazione – ho capito che un’intera generazione, da una parte all’altra dell’oceano, era stata affetta da questa cultura che rende la compassione verso se stessi un sentimento estraneo e alieno. Una cultura centrata sull’autostima che non sa offrire strumenti per la riparazione del danno, della perdita e del fallimento se non attuando nuove e più complesse modalità performative. Una cultura che è cresciuta a cortisolo e stress, nel pieno del sogno (e del delirio) della crescita economica post bellica, che faceva credere che tutto fosse possibile e che l’America, o l’Unione Sovietica, fossero il Paradiso.

Forse il più grande nemico della compassione è la conformità: una sorta di prontezza a prendere le cose come fanno tutti, qualche volta per paura, qualche volta per compiacenza e qualche volta perché facciamo quello che i nostri leader ci dicono di fare. Paul Gilbert

La decrescita: felicità o infelicità?

Il sogno americano e quello sovietico si sono infranti e ridefiniti. Il miracolo della crescita economica non si è realizzato nei termini ininterrotti a cui credevamo. E la guerra si è rivelata spesso un propulsore della ripresa economica, una sorta di agnello sacrificale per i nostri sogni espansionistici. Oggi non parliamo più in termini di crescita esponenziale ma parliamo della necessità di pensare ad una decrescita e in questo quadro il costrutto dell’autostima diventa un peso e una difficoltà in più.

Fino a non molto tempo fa l’autostima è stata considerata una misura prioritaria del benessere psicologico. L’autostima però nasce e si sviluppa da una serie di giudizi comparativi su di sé e sugli altri e presuppone delle autovalutazioni sulla bontà della propria performance e della propria importanza. L’autostima coinvolge inoltre anche quelli che sono i pensieri e le valutazioni che supponiamo gli altri abbiano su di noi. I programmi condotti su larga scala negli Stati Uniti per migliorare l’autostima degli studenti non hanno dato i risultati sperati, perché se è vero che una bassa autostima si accompagna spesso a disturbi psichici anche seri, è anche vero che è un costrutto interno difficile da cambiare, se non a fronte di una serie di risultati positivi che possono sfuggire proprio a coloro che si trovano in una situazione di bassa autostima.

Molta infelicità è legata al mancato raggiungimento di obiettivi impossibili: e se la felicità fosse ridefinire la logica degli obiettivi?

Molte persone si pongono obiettivi irrealizzabili e vivono in un costante stato di disperazione nel tentativo di realizzarli. Alexander Lowen

L’autostima

L’autostima inoltre ha un profondo effetto collaterale: attiva la nostra modalità del fare, quella modalità – fatta di performance e obiettivi – che ci serve per raggiungere un risultato definito.

Questa modalità è innescata da una sorta di rilevatore di discrepanza, di perfetto utilizzo nella logica dell’autostima. Il rilevatore di discrepanza ci permette di verificare la distanza tra dove siamo e dove vorremmo essere. Se questa distanza supera una soglia significativa attiviamo una serie di azioni e soluzioni per compensare il divario. E’ una modalità utilissima in molte occasioni: se dobbiamo fare il cambio dell’armadio, se dobbiamo fare la spesa al supermercato, se dobbiamo fare un progetto di ricerca, se dobbiamo inventare il tergicristallo e così via. Si basa sulla stessa logica comparativa che utilizziamo nell’autostima – “mi stimo perché sono superiore alla maggior parte delle persone in questo campo” – ma è assolutamente distruttiva se viene applicata in campo emotivo perché le nostre emozioni non sono manufatti che possono diventare prodotti fatti e finiti ma informazioni dotate di significato personale e non standard.

L’amore non è come una pietra fatta e finita; è come il pane. Va fatto e rifatto ogni giorno. Ursula Le Guin

Le emozioni non possono essere modificate perché sono scomode: possono essere comprese, possono essere riconosciute, nominate, esplorate ma sono come sono. Applicare il rilevatore di discrepanza alle nostre emozioni significa attivare un processo di ruminazione che non può che portare a sentirci sbagliati: non perché siamo sbagliati ma perché pretendiamo di ottenere un risultato perfetto e, in più, con uno strumento sbagliato.

Le emozioni e la modalità dell’essere

Le emozioni hanno bisogno di tempo, spazio, consapevolezza, disordine e ordine, caos e struttura, fluidità e contenimento: tutte qualità che appartengono al dominio del contatto con il Sè e non al dominio dell’azione. E’ in questa dimensione, semplicemente umana, che possiamo veder sorgere il sentimento della compassione, che altro non è che il riconoscimento della nostra comune umanità, il riconoscimento della nostra più autentica intenzione, che ha un valore di gran lunga superiore al nostro risultato atteso.

Eppure dietro a questa confusione tra autostima e compassione ho visto le persone più intelligenti, sensibili e umanamente ricche distruggersi per la depressione perfezionistica che nasce dall’incessante rovello di non essere abbastanza e di non  fare abbastanza. Il loro patrimonio è così prezioso che – confondendo la modalità del fare con la modalità dell’essere – diventano preda di una depressione sottile e profonda caratterizzata da un perenne senso di insoddisfazione verso se stessi. Una depressione resistente ai farmaci perché non  è legata ad una carenza di serotonina: è legata ad una profonda incapacità a darsi amore e rispetto, al di là dei propri risultati. Perché il semplice fatto di essere meravigliosamente umani non gli sembra sufficiente a dar loro il diritto di esistere così come sono.

Se sviluppiamo uno stile di auto-critica stimoliamo costantemente il nostro sistema difensivo e, comprensibilmente, ci sentiremo sempre sotto minaccia. L’autocritica stimola il sistema della minaccia. Paul Gilbert

La compassione

La compassione, che non è un costrutto ma un sentimento che nasce spontaneamente, significa invece qualcosa di diverso: significa provare affetto per le proprie difficoltà e un’attenzione affettuosa per le difficoltà degli altri. Significa riconoscere la propria comune umanità e riconoscere che i nostri risultati non dipendono solo da noi e dal nostro impegno.

Significa percorrere una strada di decrescita in senso psicologico: se l’autostima e la logica performativa gonfiano il nostro Io e il nostro senso dei confini e del valore personale, la compassione e la modalità dell’essere li fanno sgonfiare per accrescere il senso di un sé condiviso e interdipendente con tutte le persone, indipendentemente dai loro risultati. Accrescere il Sé significa dare valore a quelle emozioni essenziali e a quella cura primaria del Sé centrale per ogni essere umano: significa muoversi nella direzione  dell’essere pienamente umani, prima ancora che pienamente di successo.

Compassione non è pietà

la compassioneNoi italiani siamo più indisciplinati e quindi la cultura performativa americana ha radicato con maggiore lentezza e qualche difficoltà. Siamo anche abituati ad associare alcuni sentimenti ad uno spirito religioso anziché ad una emozione semplicemente umana e la compassione è una di quelle emozioni che può essere confusa con un aspetto più divino che umano. In parte si basa sulla confusione, non solo terminologica, che facciamo tra pietà e compassione.

Il sentimento della pietà nasce da una sensazione di superiorità e separazione nei confronti di chi prova dolore, mentre la compassione ha proprio la capacità di aumentare il senso di interconnessione permettendo un positivo influsso della regolazione interattiva.
Spesso la pietà nei confronti di se stessi è anche caratterizzata da una eccessiva identificazione con le proprie ragioni e le proprie motivazioni tanto da diventare inaccessibili alle ragioni degli altri.

La differenza fondamentale tra pietà e compassione sta però nel punto di origine: la compassione è una emozione che nasce dall’interno e si muove verso l’esterno e può essere rivolta a noi o agli altri. La pietà, nella sua accezione classica come la pietas romana o la pietas di Enea, è un seguire, con devozione, delle leggi etiche e morali, che provengono da valori più alti e nobili di quelli personali. Può quindi essere seguita anche se non personalmente percepita. Nella compassione invece non è possibile seguire il movimento di apertura se non a partire dal sentirlo profondamente. Questo fa sì che la componente cognitiva sia dominante nella pietà a scapito della componente emotiva, mentre nella compassione è esattamente l’opposto.

La depressione e la perdita di compassione

Vero è che spesso perdiamo questo sentimento e che nella depressione è uno dei sentimenti più difficili da recuperare, mentre le persone sono spesso inflazionate da un pericoloso senso di pietà nei propri confronti che non fa altro che alimentare una sensazione di indegnità.

In parte questo accade perché, come dicevo poco sopra, cerchiamo di utilizzare la modalità del fare e quindi attiviamo moltissimo le emozioni comparative, come l’invidia, la gelosia, la competitività, la vergogna, l’umiliazione e il senso di colpa. Tutte quelle emozioni che, con efficace sintesi, in inglese vengono definite self conscious. Le emozioni self conscious sono quelle emozioni che proviamo quando ci vediamo con gli occhi degli altri o ci compariamo con gli altri. E sono le emozioni prevalenti nella depressione.

La depressione non è una nostra colpa. E non c’è niente che non va in noi. Paul Gilbert

Quando attiviamo la modalità del fare disattiviamo la modalità dell’essere perché sono due registri autoescludentisi: se funziona l’uno, l’altro riduce la sua attività. Abbiamo bisogno di entrambi: è necessario utilizzarli per le azioni appropriate. Negli interventi basati sulla mindfulness – ossia nei diversi protocolli mindfulness – riattiviamo la compassione semplicemente perché ridiamo spazio alla modalità dell’essere. Allora è come ridare acqua ad una pianta: le sue foglie riprendono lucidità e turgore, noi riacquistiamo vitalità e speranza corporea, la capacità di confidare nelle emozioni riflessive, quelle emozioni che nascono dentro di noi e si rivolgono all’esterno proprio come le piante che cercano la luce per orientare la loro crescita.

Possiamo vedere l’estremizzazione della perdita di compassione che accompagna gli episodi depressivi maggiori nei tentativi di suicidio, di mutilazione o addirittura nel terribile suicidio/omicidio a cui assistiamo spesso nelle cronache dei quotidiani.

La compassione e le difese

La compassione però viene limitata anche dall’insieme delle nostre modalità difensive. Le difese infatti nascono per proteggere e, proteggendo, chiudono e dichiarano guerra. Non consideriamo a sufficienza questo problema.

Spesso le persone vengono da me dopo un’attenta lettura del bugiardino dei farmaci che prendono: lo fanno per convincersi che è meglio non prenderli (peccato che spesso questo sia uno dei modi in cui tentano di non curarsi). Sono pochissime però le persone che vengono da me a dirmi quanti sono gli effetti collaterali delle loro difese emotive. Come se fosse gratis difendersi emotivamente. Non lo è. Per mantenere attiva una difesa emotiva abbiamo bisogno di un enorme impiego di energia – ecco perché a volte siamo molto stanchi a prescindere da quanto abbiamo fatto – abbiamo bisogno di una contrazione, un collasso o una frammentazione dello schema corporeo – a seconda della nostra struttura caratteriale – e, soprattutto, abbiamo bisogno di tenere attive le emozioni di difesa: rabbia, paura, senso di allerta, pericolo, evitamento, fuga e così via, in un complesso intreccio di risposte fisiche, emotive e cognitive che esaurisce la nostra vitalità.

Non possiamo difenderci e contemporaneamente provare compassione perché questo abbasserebbe le nostre difese. Ci farebbe stare meglio ma non ci fidiamo e questo dipende dal nostro rapporto con il dolore.

La cosa centrale con le emozioni è comprenderle e trasformarle, senza cercare di purificarle o cancellarle, in parte perché alcune delle nostre emozioni sono strutturate nel nostro cervello – e noi siamo disegnati per provarle. Non possiamo semplicemente sbarazzarcene. Paul Gilbert

Cambiare il rapporto con il dolore

Il dolore è una componente inevitabile dell’esperienza umana: non è solo un danno. Spesso è anche un segnale e una informazione importante. Il problema però è il nostro rapporto con il dolore e soprattutto il processo cognitivo che accompagna la sensazione stessa. Quando proviamo dolore è molto facile che emergano le etichette cognitive di “male”, “sbagliato”, “pericolo” : sono reazioni di allarme su base fisiologica che hanno una funzione protettiva. Anche qui però il problema è se esageriamo ed estendiamo queste etichette a tutto il dolore e sempre, ogni volta che proviamo dolore, in modo automatico. Perché in questo caso attiviamo il sistema difensivo – sia a livello corporeo che emotivo – e finiremo, prima o poi, in esaurimento. Cambiare il rapporto con il dolore significa entrare in una modalità di osservazione non giudicante e non – identificata, tipica della pratica mindfulness, osservando, insieme alla sensazione fisica di dolore, il processo mentale che l’accompagna e che, come tutti i processi mentali, è suscettibile di errori e storture cognitive piuttosto rilevanti.

Riconosciamo di avere in comune la stessa vulnerabilità al cambiamento e alla sofferenza che suscita un sentimento di cura. Far si che questo prendersi cura diventi qualcosa di accessibile per noi stessi, può mitigare il senso di biasimo e di rifiuto verso di sé che accompagna i momenti di fallimento o di rinuncia. Segal, Williams, Teasdale

Potremmo così accorgerci che spesso associamo il dolore alla sensazione che durerà per sempre mentre invece il dolore è, come tutte le sensazioni, una esperienza impermanente anche quando si tratta di dolore cronico. Allora se guardiamo al dolore nelle sue diverse componenti, percettive, emotive e cognitive, esplorandolo e non soltanto reagendo, possiamo veder fiorire la compassione proprio come abbiamo visto fiorire i primi bulbi nel nostro giardino. La compassione incoraggia ad affrontare tutte le esperienze con gentilezza e apertura, quella gentilezza ed apertura che sono ingredienti fondamentali di qualsiasi sincero processo di autoesplorazione.

La qualità di presenza consapevole non è vuota o neutrale. La vera consapevolezza è permeata di calore, compassione e interesse. Christina Feldman citata in Segal, Williams, Teasdale

Alla fine

Alla fine posso dire che tutto il mio percorso nella mindfulness, così come l’ho disegnato finora, nei sei capitoli che hanno preceduto, non è stato altro che un percorso per arrivare alla compassione, che si è svolto in parte proprio come la successione dei diversi capitoli. Un modo per arrivare alla compassione nei confronti di me stessa prima di tutto. Perché per tanto tempo riuscivo a provare compassione solo per il dolore degli altri e non per il mio. Il mio dolore rimaneva sempre un po’ distante, poco percepito. Questa leggera distanza dal dolore mi ha protetta da un eccesso difensivo che forse sarebbe stato pericoloso ma mi ha esposto ad una crudeltà insapore. La crudeltà insapore che mi faceva essere disattenta a dei bisogni essenziali, con semplice leggerezza. Il corpo tira le somme e forse mi farà ancora pagare qualche conto della mia insipienza ma oggi arriva, insieme alla speranza corporea, una gentile compassione che mi fa dire: adesso basta così. Per oggi ho fatto abbastanza.

E quello è un momento di vera, semplice e leggera felicità.

Solo ciò che avviene ora avverrà poi. Se non esistono compassione, consapevolezza ed equanimità ora, nell’unico momento in cui possiamo usufruirne e nutrirci, quante probabilità vi sono che appaiano in seguito, in condizioni di stress o difficoltà? Jon Kabat Zinn

© Nicoletta Cinotti 2015

Questo capitolo è un estratto di Destinazione mindfulness 56 giorni per la felicità acquistabile – come ebook  cliccando sulle parole in azzurro

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Foto di ©Tracey Tilson Photography, ©zensquared

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