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La compassione verso se stessi

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Cosa significa provare compassione verso se stessi e cosa attiva il processo che ci porta a comprendere profondamente le nostre ragioni? Lo scopo è quello di chiarire ed esplorare la relazione potenziale che può esserci tra la compassione di se e altri aspetti del nostro funzionamento psichico.
Intanto guardiamo come possiamo definirla.

Cos’è la compassione verso se stessi?

Questa definizione è collegata alla più generale definizione di compassione. Provare compassione significa essere toccati dalla sofferenza degli altri, senza evitare il contatto e senza distaccarsi in modo da lasciar emergere un sentimento di comprensione, gentilezza e desiderio di cura. Provare compassione significa anche offrire un atteggiamento di comprensione non-giudicante nei confronti degli errori che vengono visti nel contesto della condivisione dell’umana fallibilità.
Di converso provare compassione nei confronti di se stessi significa essere aperti nei confronti della propria sofferenza, senza evitarla o senza disconnetterci, con il desiderio di alleviarla e di curarci con gentilezza. La compassione verso se stessi comprende anche il guardare con un atteggiamento di non giudizio per le proprie inadeguatezze e i propri fallimenti in modo da comprendere la propria fallibilità nel più largo contesto dell’esperienza umana.
Anche se molte teorie psicologiche mettono in guardia nei confronti dei pericoli derivanti da un atteggiamento eccessivamente egocentrico, in realtà spesso, anche proprio coloro i quali soffrono di egocentrismo, sono accompagnati da un dialogo interiore aspro e aggressivo nei confronti di se stessi. Essere capaci di provare compassione nei confronti di se stessi migliora anche la capacità di provare compassione nei confronti degli altri. Essere meno giudicanti nei confronti di se stessi permette di esserlo meno anche nei confronti degli altri. Proprio perché porta a riconoscere la propria interconnessione e uguaglianza nei confronti degli altri.
Il sentimento di compassione nei confronti di se stessi è simile al sentimento di perdono nei confronti degli altri e ci rende simili, vittime e carnefici,nella reciproca esperienza di fallimento.
Il timore che un atteggiamento di autocompassione possa condurre ad una sorta di passività può essere ridimensionata dalla constatazione che una vera compassione nasce dal pieno riconoscimento della propria fallibilità e dei propri errori: non siamo autoindulgenti ma piuttosto ci perdoniamo e comprendiamo profondamente noi stessi e il dolore che il nostro comportamento può aver causato. Inoltre quando il nostro Sè viene duramente autogiudicato in una sorta di autoflagellazione che vuole spingerci al cambiamento e al miglioramento, la funzione protettiva dell’ego spesso agisce come un schermo protettivo che riduce la consapevolezza, portando così, come effetto negativo, una perdita di consapevolezza di sé e uno strutturarsi di possibili ripetizioni non consapevoli del comportamento disfunzionale. L’autocritica può condurre ad intense reazioni avversative legate alla resistenza al dolore. Questo tipo di risposta si accompagna ad un proliferare di pensieri ruminativi e ad un proliferare di affetti negativi come ansia, depressione, angoscia.
Dando compassione a se stessi ci forniamo quindi di quella base sicura che ci è necessaria perché il processo di cambiamento possa svolgersi in modo autoregolato. Nessun cambiamento infatti è possibile se prima non ci sentiamo sicuri, come dimostrano con efficace sintesi le ricerche di Porges e il trattamento sul trauma di Pat Ogden: l’atteggiamento di self compassion potrebbe offrire quella base sicura che permette di vedere se stessi senza timore, permettendo così lo svolgersi di un processo di transformance basato su una cura nei confronti di se stessi.

Autostima versus compassione per se stessi

Fino a non molto tempo fa l’autostima è stata considerata una misura prioritaria del benessere psicologico. L’autostima però, nasce e si sviluppa da una serie di giudizi comparativi su di sé e sugli altri e presuppone delle autovalutazioni sulla bontà della propria performance e della propria importanza. Inoltre l’autostima coinvolge anche quelli che sono i pensieri e le valutazioni che supponiamo gli altri abbiano su di noi.
I programmi condotti su larga scala negli Stati Uniti per migliorare l’autostima degli studenti non hanno dato i risultati sperati, questo perché se è vero che una bassa autostima si accompagna spesso a disturbi psichici anche seri, è anche vero che è un costrutto interno difficile a cambiare se non a fronte di una serie di risultati positivi che possono sfuggire proprio a coloro che si trovano in una situazione di bassa autostima.
Per tutti questi motivi sono stati introdotti concetti alternativi come “rispetto di se”(Seligman, 1995); autoefficacia (Bandura, 1990), vera autostima (Deci & Ryan 1995).
Un concetto alternativo può essere proprio quello di compassione verso se stessi ed è necessario distinguere il costrutto della compassione da quello della pietà. Il sentimento della pietà nasce da una sensazione di superiorità e separazione nei confronti di chi prova dolore, mentre la compassione ha proprio la capacità di aumentare il senso di connessione e interconnessione permettendo un positivo influsso della regolazione interattiva.
Spesso la pietà nei confronti di se stessi è anche caratterizzata da una eccessiva identificazione con le proprie ragioni e le proprie motivazioni tanto da diventare inaccessibili alle ragioni degli altri.

Non percorrere la strada della identificazione eccessiva

Quando siamo in questa situazione è piuttosto necessario fare un passo indietro per poter avere uno spazio mentale in cui il nostro dolore sia insieme al dolore degli altri, intendendo il dolore come un ingrediente inevitabile dell’esperienza umana.
Questo può essere considerato un atteggiamento mindfulness, ossia un atteggiamento non giudicante, aperto, recettivo ma non sovraidentificato perché consapevole del flusso dell’esperienza emotiva e del flusso del tempo. Un atteggiamento che può essere definito presente e decentrato.

Le tre componenti della compassione

Possiamo dire che la compassione raccoglie tre componenti: 1) gentilezza verso se stessi che si estende ad un atteggiamento non giudicante; 2)comprensione della interconnessione tra tutte le persone che rende la nostra esperienza di dolore simile a quella di tanti altri ma, anche, che rende il nostro dolore l’altra faccia del dolore dell’altro; 3)mindfulness, ossia la capacità di avere una consapevolezza equilibrata dei pensieri e delle emozioni senza cadere in una sovra-identificazione.
Questi tre elementi, anche se sono concettualmente distinti, sono fenomenologicamente interconnessi. Migliorando la nostra gentilezza nei confronti di noi stessi, diminuiamo il biasimo e il giudizio che ci portano ad isolarci e a considerarci narcisisticamente feriti. Diventiamo cioè più consapevoli di come il nostro dolore ha un corrispettivo nel dolore dell’altro.
A cura di ©Nicoletta Cinotti
Questo articolo è liberamente tratto dall’articolo scaricabile in formato Pdf alla pagina Il circolo Pickwick a cura di Kristin Neff
In traduzione italiano la versione ridotta del test per misurare la Compassione verso se stessi SELF-COMPASSION SCALE–Short Form (SCS–SF)(pdf)

Siti in lingua inglese

www.Self-Compassion.org
www.MindfulSelfCompassion.org

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