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La cura naturale e la naturalità della cura

Curare non è, a pensarci bene, una funzione clinica. E’ piuttosto il primo atto che riceviamo – o dovremmo ricevere – e anche l’ultimo, dalla nascita in poi.

Abbiamo bisogno di ricevere cure non solo e non tanto nel senso pratico del termine ma anche e soprattutto come quell’insieme di attenzione, intenzione e affetto che dovrebbe accompagnare gli aspetti pratici di questo gesto.

Tutti i “curanti” quindi, dovrebbero saper tornare a questa basilare naturalità della cura, anche se fatta per ragioni professionali.

Il mito della neutralità e la cura in psicoterapia

neutralitàIl campo della psicoterapia è un campo in cui la cura è delimitata da regole ben precise: quelle che vengono definite, per l’appunto, regole di setting.

Sono regole che hanno il compito di proteggere reciprocamente dalle interferenze che possono verificarsi. Interferenze che possono essere collegate alla familiarità tra i soggetti (Ossia non si cura un parente o un amico stretto), a ragioni di interesse economico (ossia non si intrattengono rapporti di tipo economico con i pazienti che vadano al di là del semplice pagamento dell’onorario) o affettivo (non si curano persone strettamente legate alla nostra cerchia intima.

La ragione per cui queste regole sono state poste – e non fin dall’inizio come sappiamo dalla biografia di alcuni illustri psicoanalisti come Jung o come Margaret Mahler  – è perché la cura deve avvenire in un contesto di neutralità. Ossia non ci devono essere spinte o motivazioni di interesse personali. Credo che la neutralità sia stata spesso scambiata per altre cose. Per esempio molto spesso viene agita come una distanza umana poco colmabile. Oppure come un senso di superiorità rispetto ai pazienti o un distacco affettivo che proibisce il palesarsi di emozioni in chi cura.

Questi fraintendimenti della neutralità non hanno giovato né all’immagine della nostra professione né alla qualità della relazione terapeutica. Molti pazienti hanno ricavato un senso di disagio e incomprensibilità rispetto ad alcuni comportamenti dei loro curanti; molti curanti hanno lottato tutta la vita con la depressione conseguente al reprimere l’impulso a stabilire una relazione reale con i propri – amatissimi – pazienti.

Va da sé, infatti, che curare con attenzione attiva, nel curante, una serie di emozioni che vanno ben al di là dell’area strettamente professionale.

L’astinenza

intimitàSe una regola però non può mai essere davvero valicata è quella dell’astinenza, ossia del non trasformare la relazione terapeutica in una relazione reale: sessuale o affettiva.

Questo difficile equilibrio tra astinenza e neutralità non può farci dimenticare però – nell’interesse della cura reciproca – che tanto più la relazione terapeutica è distante dalle relazioni reali, tanto più sarà poi difficile, per il paziente, tradurre i benefici di quanto appreso e di quanto “riparato” di sé, nella propria vita quotidiana.

Per fare un esempio non è insolito che persone che abbiano fatto una lunga e positiva psicoterapia si aspettino, in qualche modo inconsapevole, di ricevere nelle loro relazioni reali, gli stessi comportamenti che hanno ricevuto nel loro trattamento.

E, sempre per fare un esempio, molti psicologi psicologizzano ogni aspetto della realtà rendendo abbastanza complicate anche cose semplici, come fare benzina, fare una coda, ricevere un rifiuto, tollerare una frustrazione, senza interpretare questo dato come un complesso di cose che, forse, non sono affatto necessarie.

Ma la cura può essere reale?

Poiché tutti noi abbiamo sviluppato un sistema di attaccamento – ossia uno stile relazionale che attiviamo nelle relazioni della nostra vita – e un sistema di accudimento – ossia un modo di prenderci cura – è necessario trovare una strada perché la relazione terapeutica sia reale senza perdere i confini.

E i confini non possono essere espressi solo dalle regole di setting. Persone diverse richiedono modalità diverse e pazienti con disturbi gravi richiedono un handling – per citare Donald Winnicott – specifico.

Handling e holding

handling holdingLa cura deve, secondo Winnicott – psicoanalista infantile inglese – offrire un aspetto di holding – ossia di contenimento degli impulsi – ma anche di handling – ossia la gestione dei bisogni e delle necessità delle persone – che siano ben equilibrate tra di loro.

Non dobbiamo offrire consigli, sostituendoci quindi alle scelte dei nostri pazienti, eppure dobbiamo dare loro, quando necessario, anche dei suggerimenti pratici che permettano di affrontare alcuni aspetti del loro dolore e del loro disagio. Per esempio dobbiamo avere una posizione rispetto ai trattamenti farmacologici, caso per caso, oppure offrire guida verso esperienze terapeutiche che non rientrano strettamente nel setting psicoterapico.

La rivoluzione degli approcci umanistici

Negli anni ’60, in particolare negli Stati Uniti, è nato il movimento della psicologia umanistica che ha inteso offrire una risposta più ampia alla complessità umana. Carl Rogers, Abraham Maslow o Rollo May – solo per fare alcuni nomi – hanno sottolineato come la dimensione umana includa anche bisogni non solo strettamente psichici ma anche spirituali e di autorealizzazione che spesso sono poco esprimibili in un setting rigidamente psicodinamico. Sono nati quindi strumenti terapeutici non strettamente clinici come lo psicodramma di Moreno, o i gruppi di incontro, di Rogers o le esperienze della psicosintesi di Assagioli o le classi d’esercizi di Lowen, e mi scuso ancora per l’incompletezza dell’elenco.

Situazioni in cui, magari lo stesso psicoterapeuta o figure che non hanno un titolo di psicoterapeuta, offrono esperienze che hanno effetti terapeutici innegabili.

Un tema che oggi suscita peraltro molto dibattito nella psicologia italiana per la necessaria coesistenza di psicoterapia e counselling. Per non parlare poi dei, tanti amati e diffusi, protocolli MBSR che possono essere condotti anche da istruttori che non abbiano una formazione strettamente psicologica.

Come muoversi in questo panorama?

Non credo che oggi sia più possibile negare l’importanza di strumenti terapeutici come quelli elencati sopra che, con la loro forza e la loro dolcezza, finiscono per avere un impatto anche sulla definizione delle regole del setting psicoterapico. E non sta certo a me esprimere una parola definitiva sull’argomento. Nello stesso tempo, come istruttore senior di protocolli Mindfulness e conduttrice di classi d’esercizi, oltre che come psicoterapeuta, mi sento continuamente chiamata a farmi domande su questo tema. E forse ad amare queste domande anche se non hanno una risposta univoca o semplice.

Qualche criterio

Non posso sinceramente negare che quello che si sviluppa nella relazione terapeutica è un legame affettivo di particolare natura. Non posso negare che continuamente, e con ogni persona, mi trovo di fronte a domande e interrogativi sui confini e sulle regole. Sia dentro la psicoterapia che nei protocolli mindfulness o nelle classi d’esercizi, perché, ovviamente, ogni relazione è unica. Posso solo condividere alcuni criteri che, a mio avviso, rispettano dei limiti ma cercano di riconoscere che la cura, per essere efficace, deve essere simile alle relazioni reali. Tanto più simile quanto più essenziale.

Così i criteri che mi aiutano quotidianamente, senza salvarmi dalle difficoltà, sono tre: autenticità, autorità e amicizia

Autenticità

autenticitàL’autenticità, di cui tanto ci hanno parlato Carl Rogers, Heinz Kohut e Gregory Kramer, significa avere fiducia in ciò che emerge e cercare di comprenderne il significato, per se stessi e per la relazione terapeutica in atto. E’ un modo pragmatico di conoscere e di riconoscere che ogni relazione, perché sia trasformativa, ha bisogno di essere sintonizzata con ciò che non conosciamo, oltre che con ciò che conosciamo. Non significa tanto confidare la propria storia o le proprie emozioni, quanto usare gli ingredienti della propria umanità, quella che è frutto della nostra, unica, vicenda di vita. Significa anche riconoscere che la nostra stoffa come psicoterapeuti è tessuta nel telaio delle storie dei nostri pazienti che ci insegnano, ogni giorno, cose importanti e vitali. Che ci rendono più capaci e più umili. Le persone hanno una influenza su di noi. Essere autentici significa riconoscere come quella specifica persona ci cambia, come ci influenza, che colore dà alle nostre risposte interne. Significa esser disponibili a chiedersi, momento per momento, dove siamo, piuttosto che dove vogliamo andare, accettando che la relazione terapeutica, indipendentemente dal setting, sia una co-creazione. Significa anche “sposare” nella nostra vita ciò che offriamo agli altri, dando una immagine di congruenza. Non propongo mai ai miei pazienti esperienze che io stessa non abbia ripetutamente fatto e padroneggiato. Esperienze che chiedo a me stessa di “praticare” e ripetere esattamente come lo chiedo a loro. In questo senso autenticità significa anche, per me, essere coinvolta in un reciproco processo di crescita. Solo se quella relazione terapeutica mi sfida a crescere, a spostarmi dalle mie convinzioni, mi sento autentica e credo che la cura sia efficace.

Autorità

Questa parola non è semplice né, spesso, simpatica. Rappresenta però una necessità nel processo di cura. Se non siamo percepiti come autorevoli – e non autoritari – ciò che nasce nella relazione non avrà sufficiente credibilità. Il termine autorità deriva dalla parola latina auctoritas e significa che conosciamo ciò che sappiamo così bene che possiamo dire una parola autorevole sull’argomento. Ossia il nostro potere non deriva dalla posizione o dalla istituzione che rappresentiamo, ma dalla nostra stessa conoscenza. E’ una competenza che nasce dalla felicità dell’apprendimento, più che dalla felicità dei risultati. Non significa cioè che dobbiamo “essere imparati” ma che sappiamo imparare profondamente. L’autorità include la serietà del percorso di preparazione professionale.

Amicizia o friendliness

amiciziaForse questa è la parola più rivoluzionaria e complessa delle tre. Complessa perché può facilmente sconfinare e metterci in una situazione in cui, per amore della spontaneità, perdiamo in autenticità. Ecco perché la metto come ultima: ritengo infatti che debba avere il solido fondamento delle altre due. Significa riconoscere il valore della partecipazione e della co-creazione relazionale (Ed Tronick) che amplifica il significato della nostra stessa esperienza. Significa riconoscere che la cura è l’espansione diadica dello stato di coscienza e che la relazione si basa sull’accettazione – reciproca – di chi siamo. Possiamo essere frustranti per i nostri pazienti, risultare antipatici o strani. Ma perché la relazione vada avanti non possiamo sottovalutare che entrambi siamo coinvolti in un processo di accettazione reciproca che è alla base di tutti i processi di amicizia. Non siamo uguali ma rispettiamo reciprocamente come siamo. Non possiamo portare avanti nessuna terapia e nessuna esperienza terapeutica se lo scopo l’uno dell’altro è quello di cambiare – per essere più comodi – aspetti della personalità altrui. I nostri pazienti non possono chiederci di essere diversi, così come non possiamo chiederlo noi. Il cambiamento inevitabilmente avviene in entrambi ma con quell’area di libertà che deriva dall’autenticità e non dal cedere o dal sottomettersi.

Amicizia significa anche non porsi in una posizione gerarchica, senza perdere la propria autorevolezza, significa aver l’intenzione di incontrare le persone dove sono, senza avere un obiettivo troppo rigido di miglioramento, permettendo che la relazione si sviluppi con freschezza.

Amicizia significa anche rispetto verso se stessi. Quel senso di amichevolezza con la propria esperienza che ci permette di essere autentici senza cadere in una self-disclosure che ci renderebbe ridicoli o patetici. Questo richiede, come tutte le buone amicizie, la capacità di discernimento. Nessuna relazione di amicizia, può portare tutto. Tutte però possono portare qualcosa perché altrimenti vorrebbe dire che non abbiamo maturato intimità. E questo significa che non abbiamo, davvero, nessuna relazione.

Immagina due uomini seduti uno di fronte all’altro nella solitudine del mondo. Non parlano, non si guardano, non si rivolgono l’uno all’altro. Non hanno confidenza, non conoscono la loro carriera. Solo si trovano nella mattina presto a viaggiare insieme. In questo momento nemmeno si pensano, non hanno bisogno di conoscere i loro pensieri. Uno è seduto calmo, nella sua maniera abituale, disposto ad essere ospitale verso qualsiasi cosa accada.(…) Ma anche se non dice una parola, non muove un dito, fa qualcosa. Un flusso senza riserva di comunicazione nutre il silenzio del suo vicino. Martin Buber

© Nicoletta Cinotti 2014

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