Seleziona una pagina

La disciplina dell’essenziale ovvero non sforzarsi

Mindfulness: 56 giorni per la felicità

La disciplina dell’essenziale ovvero non sforzarsi

Il non cercare risultati non significa affatto non sapere come portare a compimento molte cose. Jon Kabat Zinn

Sembra strano sentire un forte invito al non sforzarsi. Almeno per me. Sono stata abituata a pensare – ed educata a farlo – che dare il massimo sia il minimo. La base di partenza. Mi confondevo rispetto alla crudeltà di questa regola dicendomi che era un atteggiamento che andava al di là del risultato. Potevo anche fallire ma l’importante era che avessi fatto il possibile. In realtà, con il tempo ho capito che era come costringersi a mettere nella parte in alto dell’armadio le cose che si usano tutti i giorni. Per prenderle devi allungarti al massimo. E dopo un po’ la faccenda diventa davvero stressante.

Solo che, nella convalescenza tutto mi era dovuto. Incluso che volevo comprendere come ero arrivata a quel punto. E ho capito che la tendenza a dare il massimo aveva avuto un ruolo dominante.

La tendenza a dare il massimo

il senso del miracoloI primi sintomi erano iniziati, secondo me, a dicembre. Tutto però era abbastanza vago e quindi non c’era un buon motivo per fermarsi. A gennaio ho cominciato ad avere i primi dubbi e ho pensato di fare una visita neurologica. Non ho detto tutta la verità. La mia preoccupazione era fornire un quadro dettagliato dei sintomi, privo di considerazioni personali, che mi sembrava potessero inquinare la diagnosi medica. Per non sbagliarsi il neurologo mi ha ordinato di fare una risonanza magnetica. Nel frattempo però la situazione continuava a peggiorare e sono arrivata al ricovero molto prima che alla risonanza magnetica. Con un’unica soddisfazione: al Pronto Soccorso ho dato la diagnosi corretta. Era la mia autodiagnosi. Comunicata la diagnosi, che è stata confermata dalla tac, ho perso conoscenza.

Avevo dato il massimo di informazioni e il minimo di cura a me stessa. Avevo dimostrato ancora una volta la prepotenza della mia determinazione e l’arrendevolezza del mio corpo.

La dissociazione mente – corpo

Sentiamo parlare molto spesso della dissociazione tra la mente e il corpo. Questo ne era un esempio. Volevo capire cosa avevo prima di chiedere aiuto. Non volevo essere scambiata per la solita paziente emotiva che si spaventa per un po’ di mal di testa. E avevo dominato i sintomi fisici con una inflessibile curiosità. Fino al crollo.

Può sembrare una situazione limite ma non lo è. Ho avuto pazienti che hanno consumato l’articolazione femorale prima di rivolgersi ad un ortopedico. Altri che sono arrivati alle metastasi prima di indagare i loro sintomi. Altri ancora che sono arrivati all’infarto o alla sincope per mantenere il loro standard di prestazione. Questo è uno degli aspetti comuni – direi quotidiani – della dissociazione mente-corpo. La mente ci fa credere che la volontà possa determinare tutto. Il corpo cede a questa prepotenza e va avanti ad oltranza. Che in genere significa fino ad ammalarsi. A quel punto vince il corpo ma la dissociazione rimane. Spesso inizia qui una spirale ipocondriaca oppure il semplice passare dal predominio della mente al predominio del corpo.

Qualcosa mi diceva che il punto non era invertire il predominio – riguardarmi, come si dice in Toscana – ma iniziare un dialogo tra questi due estremi che tanto estremi non sono. Come funziona il nostro corpo, infatti, ci permette di comprendere molto della qualità della nostra mente. Il mio corpo era allenato alla performance. Amo muovermi, camminare, fare attività fisica. La funzione però era allenarmi e non sentire.

Con l’analisi bioenergetica avevo iniziato a trasformare quell’allenamento in un sentire emotivo ed espressivo. L’idea, però, di accettare i limiti imposti dal corpo mi era del tutto estranea. Perché io dovevo dare il massimo.

In dialogo con i bisogni

la gratitudineHo avuto in questa severità un alleato: i bisogni degli altri. Per professione mi occupo del dolore, delle difficoltà e dei problemi altrui. Ho capito dopo che questo mi dava una implicita autorizzazione a considerare le mie necessità, i miei bisogni, sempre secondari. C’era sempre qualcuno o qualcosa che aveva più bisogno di me. In generale molto del nostro sforzarsi sta nella difficoltà a dire di no, a deludere. Viviamo nell’idea che la vita sia una torta limitata e che se qualcuno ha una fetta più grande a noi ne toccherà una più piccola. Viviamo anche nell’idea che la relazione sia uno spazio a corrente alternata: io e poi tu. Oppure tu e poi io. L’idea che la relazione sia trovare uno spazio in cui i bisogni reciproci trovino entrambi diritto di cittadinanza è poco praticata. Molto sostenuta in teoria, poco nella realtà quotidiana.

Certamente per me esisteva anche un problema di etica professionale. Accanto a questo però sapevo che c’era una sorta di difficoltà a rinunciare.

Dire di no ad un paziente era come dire che quella cosa non era possibile a me stessa. Ammalarmi mi ha costretto a fare una serie di rinunce. A mettere sul piatto la lista delle priorità. A sentire che se non mi prendevo spazio non potevo nemmeno darlo davvero a qualcun altro. La cosa più difficile era considerare questa possibilità anche oltre la convalescenza.

Tentare di trasformare la mia agenda in un giardino

La mia agenda era fitta, come quella di molti altri professionisti della mia età. Senza repliche o defezioni. Regolare come un orologio. Alla fine, nel dialogo con me stessa, aperto dalla convalescenza, ho avuto bisogno di trovare qualcosa che mi aiutasse a cambiarla. Ho pensato di trasformarla in un giardino. Un giardino ha bisogno di concime, potature, semina, raccolta e periodi di riposo. Ho cercato di guardare alla mia agenda come se fosse un giardino. Potevo avere un giardino di quella dimensione o era troppo grande? Dovevo nutrire di più qualche aspetto e potare altri? Quali semine avrebbero avuto la possibilità di germogliare e quali piante non erano adatte al clima del mio giardino? Quali periodi di riposo erano necessari e in quali momenti? Erano domande che mi facevo e lasciavo galleggiare dentro di me. Cercavo indizi, sintomi, segni che mi permettessero di scegliere la direzione verso la quale andare. Grata di quella vacanza fuori stagione e fuori programma, in cui gustavo ogni attimo di pratica e ogni attimo di libertà.

L’essenziale è invisibile agli occhi”.”L’essenziale è invisibile agli occhi”, ripetè il piccolo principe, per ricordarselo.
“È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante”.”È il tempo che ho perduto per la mia rosa… ” sussurrò il piccolo principe per ricordarselo.”Gli uomini hanno dimenticato questa verità. Ma tu non la devi dimenticare. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa… “”Io sono responsabile della mia rosa… ” ripeté il piccolo principe per ricordarselo. Antoine de Saint Exupery

C’è Tempo

C’è tempo, mi ripeteva la voce calda di Ivano Fossati, mentre trasformavo la mia agenda in giardino. Quello era il tempo perfetto per fare silenzio, in cui i programmi futuri erano come sabbia tra le mani. Avevo rinunciato ad un progetto per il quale avevo lavorato due anni. Impossibile seguirlo in quel momento, in cui prendeva a muoversi nel mondo, con altre gambe e altri volti. In quel momento c’era un tempo sognato che bisognava sognare. Così, man mano che stavo in quel vuoto, sono riaffiorati i sogni o meglio le aspirazioni di quella bambina che avevo incontrato all’inizio della pratica mindfulness. Era un dialogo che avveniva attraverso la pratica: un dialogo in cui, momento per momento, mi ricordavo chi ero davvero e aprivo la porta ad una parla misura esatta è l'infinitote sconosciuta di me, che avevo sepolto nel corpo.

Tempo verrà

in cui, con esultanza,

saluterai te stesso arrivato

alla tua porta, nel tuo proprio specchio,

e ognuno sorriderà al benvenuto dell’altro

e dirà: Siedi qui. Mangia.

amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io.

Offri vino.Offri pane.Rendi il cuore

a se stesso, allo straniero che ti ha amato per tutta la tua vita, che hai ignorato

per un altro e che ti sa a memoria.

Dallo scaffale tira giù le lettere d’amore,

le fotografie, le note disperate,

sbuccia via dallo specchio la tua immagine. Siediti. E’ festa: la tua vita è in tavola. Derek Walcott

Avevo capito che dietro al mio sforzarmi c’era il costante tentativo di mettermi al sicuro. E che questo tentativo mi separava dall’intensità delle mie aspirazioni più autentiche, più appassionate, più grandi. Li lasciavo ai fine settimane e alle vacanze. Troppo poco. Avevo bisogno di riprendere quel dialogo interrotto e, soprattutto, di ascoltare. Avevo bisogno di ascoltare la rotta e la direzione e tornare ad essere padrona della mia vita, con semplicità. La radicale e coraggiosa semplicità di essere me stessa, senza compiacenza, senza arroganza. Con gratitudine.

Il futuro che desideriamo avere è già qui: è questo qui! Questo momento presente è il risultato di tutti i momenti precedenti della nostra vita, compresi quelli che abbiamo passato sognando o pensando al futuro. Ci siamo già e si chiama “ora”. In questo modo possiamo dar forma al futuro, prendendoci cura del presente. Jon Kabat Zinn

L’ambizione uccide la sorpresa

L’ambizione è quella che sta dietro al nostro sforzarsi. E’ quella che pensiamo che ci garantirà di raggiungere i nostri obiettivi. Ciò che pensiamo che ci metterà in sicurezza. Forse è vero ma il prezzo è che distrugge il senso del miracolo, della novità, della sorpresa che viene dall’essere veri viaggiatori. L’ambizione ci conduce verso un orizzonte che abbiamo scelto ma ci fa perdere le interessanti prospettive che sono comparse ai lati del nostro cammino.

E’ come quando viaggiamo: certamente possiamo avere una buona guida e decidere prima le cose più significative da vedere. Ma cosa dire del perdersi tra le strade di una città e scoprirla? Sforzarsi è compiere un percorso retto dall’ambizione di arrivare ad un obiettivo. Non ci permette di accettare qualche deviazione di rotta perché la etichettiamo come interferenza. Non ci permette di sentire la novità ma ci offre solo la ricompensa del risultato. L’ambizione richiede volontà e una costante applicazione di energia; l’ispirazione, le aspirazioni domandano solo una costante attenzione a ciò che ci circonda. Al presente della nostra vita. E l’attenzione al futuro diventa presenza e riconoscimento delle novità che arrivano, inattese, in ogni momento.

Quell’ematoma, in fondo, era stata una bella novità che mi aveva permesso di riprendere una maggiore padronanza e qualche aspirazione. Una piccola prova che giudicare le cose dall’apparenza – positive o negative – mi avrebbe fatto perdere moltissimo.

La velocità spesso accompagna l’ambizione: diventa una specie di antidoto al fermarsi e al guardare davvero cosa sta succedendo. E più andiamo veloci, più è difficile fermarsi. Uno dei tanti modi di sforzarsi che troviamo.

La velocità nella nostra vita non può essere costante: ci sono momenti in cui rallentare, altri in cui fermarsi o accelerare. Se tutto diventa veloce forse è arrivato il momento di chiedersi cosa ci spinge e, soprattutto, di cosa abbiamo paura. Perché dietro al nostro sforzarsi c’è, molto spesso, una sottile ma persistente paura. Paura di sbagliare, paura di rischiare, paura della novità.

La trama della paura e la disciplina dell’essenziale

Quando iniziamo ad osservare con più attenzione la nostra vita scopriamo quanto il sentimento della paura sia diffuso. Quello che facciamo di solito è di proteggerci dal percepirla, sopprimendola o separandoci dalle cose che ci fanno paura. Sentire paura non significa avere un problema. Spesso la paura è una risposta salutare alla situazione che stiamo vivendo. Il nostro lavoro, il lavoro della mindfulness, ha molto a che vedere con il riconoscere quando abbiamo paura, i modi in cui la paura condiziona i nostri pensieri e le nostre azioni e il lento riconoscere che è possibile lavorare con la paura piuttosto che negarne l’esistenza o essere guidati dalla sua intensità. In quasi tutte le situazioni arrivano, nel nostro territorio, segnali di paura. La vita comincia ad espandersi attorno a noi e abbiamo la possibilità di camminare in questi spazi nuovi piuttosto che ritirarci. E’ la paura che non ci fa praticare l’altra importante disciplina della mindfulness: la disciplina dell’essenziale.

Abbiamo difficoltà a dire di no agli altri ma anche a rinunciare, come se perdere qualcosa potesse esporci a rischi improbabili. Dire di no a quell’impegno potesse significare non lavorare più. La disciplina dell’essenziale ci chiede semplicemente di scegliere e di percorrere la strada della vulnerabilità che non è la strada della debolezza. Essere vulnerabili significa riconoscere i propri limiti, accettare di metterli in relazione con la vita e le esigenze nostre e altrui. Significa riconoscere che non possiamo fare tutto. E stare nel dispiacere che questo comporta spesso è un atto di autentica comunione con noi e con gli altri.

I punti della crescita

la sorpresaPema Chodron ricorda spesso che la nostra crescita e il nostro cambiamento avviene attraverso quelli che lei chiama soft spot. Punti vulnerabili, morbidi. E’ come nella crescita di un bambino: avviene fino a che le epifisi non si sono saldate. Le nostre aree di vulnerabilità i nostri punti morbidi, i nostri limiti, sono le aree in cui avviene la nostra crescita. Se le copriamo con le nostre difese saranno protetti ma anche stagni e immobili. E ci sentiremo soffocare. Questa sensazione, che tante persone riportano nella loro vita, non è altro che l’effetto di un’area eccessivamente difesa. Non è l’esterno che schiaccia e soffoca – o almeno non sempre. E’ l’interno che vorrebbe crescere ed espandersi e trova una corazza che lo blocca. Così ogni volta che pratichiamo la disciplina dell’essenziale facciamo una scelta minima e grandissima insieme: permettiamo lo sviluppo e la crescita dei nostri soft spot. Dei nostri punti sensibili.

Non cresciamo attraverso l’espansione della grandezza – o della grandiosità – ma attraverso il nutrimento di quella meravigliosa qualità di vulnerabilità che rimane accessibile in tutta la vita. Le nostre ossa si saldano e dopo i vent’anni non possiamo più crescere in altezza. La nostra anima non funziona così. Continua a crescere durante tutta la vita. Così imparare dall’esperienza significa percorrere il terreno della saggezza, quello che rendeva gli anziani del villaggio le persone più stimabili e preziose.

Il risveglio non è un processo che implica il consolidarci, ma consiste nel lasciar andare. E’ un processo di rilassamento nel mezzo – in quel centro ambiguo, paradossale, pieno di potenzialità e di nuovi modi di vedere e di pensare – senza garanzia di essere soddisfatti o rimborsati per quello che succederà dopo. Pema Chodron

La pratica del dialogo

Man mano che imparavo a trattare la mia agenda come un giardino, proteggendola dalle avversità ma esponendola alla vita, mi domandavo che cosa avevo perso in quegli anni. Quelli che mi separavano dal mio ricordo di bambina fino all’inizio della mia pratica mindfulness. Perché spesso avevo la sensazione di aver perso qualcosa. Una sensazione tanto forte che a volte passavo in rassegna gli oggetti tipici del quotidiano per vedere se c’erano. Fino a che ho capito che avevo perso il dialogo.

Avevo perso l’amoroso dialogo con me e con la vita. In qualche modo parlavo solo io. O parlavano solo gli altri. Stabilivo delle mete, mete che non escludevano gli altri ma che escludevano però il dialogo. Quel rischio fatto di silenzi, pause, interruzioni e novità.

Alla fine mi sembrava che tutta la malattia, tutte le malattie, fisiche o psichiche, non fossero altro che una perdita della capacità di entrare veramente in dialogo. Non cambia solo l’equilibrio allostatico nello stress, l’omeostasi che ci fa essere sani, cambia il dialogo e diventa un monologo.

Così mi appariva che il mio silenzio, che amo tanto da poter passare giorni e giorni senza parole, la mia passione per ascoltare non erano buone in sé. Diventavano buone se erano un atto in dialogo, altrimenti erano una forma di isolamento. Erano un modo per separare anziché per unire. Uscivo così dalla convalescenza con due nuovi strumenti: la disciplina dell’essenziale e la parola dialogo che ancora non aveva dispiegato il suo significato. La ripetevo tra me e me come se fosse una formula magica. E iniziavo così, piano piano, a parlare di nuovo.

Parole essenziali, come quelle delle poesie, parole semplici come “si”, “no”,”grazie”. Con la grazia e la bellezza che tornavano a colorare le giornate in dialogo con lo sforzo.

“Nel passaggio della giornata sta il nostro matrimonio con il tempo. Un matrimonio essenziale per la felicità alla quale aspiriamo. Da questo punto di vista, lo stress e la stanchezza sono il risultato della nostra infedeltà al matrimonio con il tempo. Pretendiamo troppo o corriamo altrove. Se vogliamo comprendere la nostra realtà è necessario esplorare la relazione quotidiana con le ore che passano.” David White

© Nicoletta Cinotti 2015

Questo capitolo è un estratto di Destinazione mindfulness 56 giorni per la felicità acquistabile – come ebook  cliccando sulle parole in azzurro

Eventi correlati

Se sei interessato a sperimentare la mindfulness ti segnalo i seguenti eventi:

Genova, 9 Ottobre ore 20, Serata di presentazione del protocollo MBSRIl protocollo MBSR inizierà a Genova  il 16 Ottobre 2017 alle 19,30. Serata di presentazione del protocollo MBCT, Mercoledì 11 Ottobre alle 20. Il protocollo MBCT inizierà a Genova il 18 Ottobre alle 19.30.

Chiavari 10 Ottobre 2017 alle 20, Serata di presentazione del Protocollo MBSR. Il protocollo MBSR inizierà a Chiavari il 18 Ottobre alle 20

Sede di Genova: Via I. Frugoni 15/2

Sede di Chiavari: Via Martiri della liberazione 67/1

Foto di ©missladybug ©alexcurrie ©onDa8 ©ssibilla

 

 

Condividere questo articolo?