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Vicino a casa mia è difficile parcheggiare. Soprattutto d’estate. Soprattutto perché molte strade sono a vicolo chiuso. Devi essere abituato alla Liguria per parcheggiare e mettere insieme un po’ di creatività, un rispetto delle regole non troppo rigoroso ma nemmeno troppo azzardato e velocità, per non lasciarti scappare il posto.

Scendendo verso il mare faccio una strada a vicolo cieco che si trasforma in una scalinata. È una discesa ripida. Da un lato le case, dall’altro macchine parcheggiate a pettine. C’èra una macchina che stava tentando una difficile retromarcia in salita. Dentro una donna e nel sedile posteriore due bambini piuttosto piccoli. Davanti, in lontananza, un signore a braccia conserte che guardava la scena. C’èra qualcosa nell’insieme che non mi piaceva anche se non capivo cosa fosse. Continuo a scendere, supero la macchina, mi avvicino all’uomo “Lo sa che non fa piacere essere guardati mentre si fa una manovra difficile?” – uscire da quella strada in retromarcia è una manovra molto difficile – “Lo so – mi risponde – ma ho la macchina parcheggiata là e voglio essere sicuro che la signora non mi faccia danni”. Metto a fuoco cosa c’era in quella situazione che mi dava fastidio. Torno indietro, dalla donna, le chiedo di aprire il finestrino. Mi accorgo che è nel panico e i due bambini dietro piangono. Era paralizzata dalla paura di sbagliare: paralizzata da quello sguardo. La invito a scendere giù per fare inversione di marcia in un piccolo spazio. Mi risponde che non è possibile. La rassicuro, le dico che le faccio da assistente. Scende, gira la macchina con poche manovre e riparte veloce salutandomi con la mano. Perché gli occhi possono fare tantissimo. Aiutare o paralizzare. Mostrare una via d’uscita o essere annoiati. Oppure scivolare indifferenti. Possono preoccuparsi di sorvegliare la propria proprietà o considerare le persone un bene proprio, che vale la pena aiutare. Più importanti delle cose.

Stamattina, appena sveglia, ho cercato notizie di Barcellona, come molti di noi e ho provato ad aprire tre video su Twitter, fatti durante l’attentato. Il contenuto è stato bloccato. Altrove ho letto l’invito a non far diventare virali le foto dell’attentato. L’invito è a non diffondere l’orrore. È un invito però che può essere letto in tanti modi: lasciate che siano le forze antiterrorismo che guardano. Lasciate che se ne occupi l’autorità. Io spero che quell’autorità non assomigli al signore che osservava a braccia conserte la difficoltà ad uscire da quella situazione, con lo scopo di preservare la sua macchina. Con lo scopo di intervenire se avveniva un danno – prendere, giustamente, il numero dell’assicurazione – e andarsene. Quel signore aveva ragione: faceva solo quello che stava nel suo interesse ma non vedeva la situazione nel suo complesso. Non considerava l’impatto che il suo sguardo poteva avere. Un impatto che molto spesso tendiamo a dimenticare. Perché, oltre che guardare, bisogna anche vedere. E vedere ha la misura del cuore non dello sguardo.

Su una parete della nostra scuola c’è scritto grande “I CARE”. È il motto intraducibile dei giovani americani migliori: “me ne importa, mi sta a cuore”. Don Lorenzo Milani

Pratica di mindfulness: La pratica di gentilezza (Meditazione live)

© Nicoletta Cinotti 2017 La retta comprensione “Verso un’accettazione radicale”

Foto di © Gianni Golia (giannigol)

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