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La meditazione individuale e in coppia

La meditazione individuale e in coppia: l’ Insight Dialogue

A partire dagli anni ’90 negli Stati Uniti ha iniziato a diffondersi una nuova pratica di meditazione: la meditazione di Insight Dialogue. Questa meditazione – che affonda le sue radici nella pratica di meditazione vipassana – offre un diverso approccio alla pratica meditativa aprendo all’esperienza della meditazione individuale, la meditazione in coppie.

La sua struttura – così come è oggi – si deve all’esperienza di un maestro di Dhamma, Gregory Kramer, fondatore della Metta Foundation .

Ma chi è Gregory Kramer?

Gregory Kramer, negli anni ’70  era un pianista  e un compositore ed esecutore di musica elettronica. Faceva parte dell’avanguardia newyorchese dell’epoca. Ha fatto musica per la danza moderna, per film e concerti. Non era rock and roll. Aveva interesse per la musica tecnologica e ha lavorato per un po’ come inventore e sviluppatore. Il suo lavoro con il suono, e in particolare uno strumento complesso di controllo del suono ideato con Bob Moog, lo ha condotto ad esplorare l’aspetto scientifico della produzione dei suoni e ha lavorato nel Santa Fe Institute.

In mezzo a tutto questo il suo cuore era radicato nella meditazione e nel dharma. Ha studiato e praticato in diversi modi con la sua prima insegnante Anagarika Dhammadina, e poi con il Venerable Ananda Maitreya, Achan Sobin e Punnaji Mahathera. 

Erano maestri molto rispettabili e, in qualche modo erano anche una specie di mito che ha permesso a Gregory di approfondire diverse tradizioni di meditazione.

Si potrebbe pensare che quando si va alla radice, tutti insegnano nello stesso modo e la stessa cosa. Ma ogni insegnante non solo ha una propria personalità e quindi un modo unico di esprimere gli insegnamenti, ma, anche, gli insegnamenti stessi sembrano offrire un’ampia varietà di interpretazioni e approfondimenti dipendenti sia da quali elementi sono enfatizzati dalla traduzione, sia da quelli che sono gli elementi chiave che vengono sottolineati.

Ad un certo punto si devono fare delle transizioni personali e la pratica del dhamma diventa una occupazione in parallelo ad altre cose della propria vita: così è stato anche per Gregory.

La sua transizione

Anche se il dhamma è il suo amore e la sua occupazione più profonda, ha volutamente evitato di rendere l’insegnamento una vocazione perché era preoccupato che la sua tendenza alla realizzazione personale prendesse il sopravvento. Per molte persone l’insegnamento – secondo Gregory – prende il sopravvento in modo negativo sulla loro vita e temeva di avere la stessa tendenza. Anche se la centralità del dharma non è mai venuta meno. Negli anni ’90 ha iniziato un dottorato sull’integrazione tra le caratteristiche mentali sviluppate dalla meditazione vipassana e l’uso della comunicazione online. E’ stato in quel periodo che hanno iniziato ad emergere le caratteristiche dell’Insight Dialogue.

Come si potrebbe definire, in sintesi, l’Insight Dialogue

E’ l’estensione della pratica personale, silenziosa, nella sfera interpersonale. La tecnica, le qualità coltivate e l’intenzioni fanno parte della tradizione vipassana theravada e sono Sati, la consapevolezza, Samadhi, la concentrazione  e Samma Dinnhi, la giusta visione. Queste qualità sono portate nel coinvolgimento relazionale. Così come siamo attenti ai dati della percezione sensoriale durante la vipassana silenziosa sperimentata nei ritiri, così possiamo attentamente esplorare le parole che gli altri ci dicono, attraverso i segnali non verbali che accompagnano la comunicazione verbale“, queste le parole con cui Kramer definisce l’Insight Dialogue in una intervista del 2006

Quali sono gli antecedenti, i fondamenti, di questa pratica?

meditazione individuale e in coppiaSempre nella stessa intervista definisce i fondamenti tradizionali di questa pratica. “Sappiamo con evidenza, attraverso i discorsi, ma soprattutto nel Satipatthana Sutta – il discorso che raccoglie le fondamenta della mindfulness – che il Buddha sottolinea l’importanza di osservare l’intera gamma dei fenomeni, interni, esterni e sia interni che esterni. Questo passaggio è spesso sottovalutato e di solito l’enfasi è posta sugli aspetti introspettivi e anche introvertiti della vipassana. Per quello che posso comprendere, la pratica non è completa a meno che non si riesca a partecipare ai fenomeni esterni con precisione e cura. Questo include i fenomeni interpersonali; un aspetto enormemente importante per la nostra vita relazionale, essendo noi esseri sociali. Ho scoperto solo gradualmente quanto questo modo di praticare sia profondamente e potentemente radicato nella tradizione. Prendiamo per esempio la consapevolezza (anche se potremmo fare riferimento a qualsiasi aspetto della tradizione). Internamente sono consapevole del mio corpo. Sono consapevole delle sensazioni piacevoli, spiacevoli, degli stati di coscienza e delle emozioni. Posso anche essere consapevole degli impedimenti alla consapevolezza o dei fattori di illuminazione che sorgono nella mente-cuore, proprio adesso.”

meditazionePossiamo anche aprire ed estendere la consapevolezza dagli aspetti interni e personali, agli aspetti reciproci o condivisi. Possiamo essere consapevoli delle parole che vengono dette, del corpo e di come muoviamo il corpo. Possiamo essere consapevoli del fatto che rivolgiamo l’attenzione all’interno, alle reazioni a ciò che viene detto, alle avversioni e ai desideri, alle  preoccupazioni e paure. Poi – prosegue Kramer – possiamo nuovamente rivolgerci all’esterno, notare l’impermanenza di ciò che è esterno, che, in questo momento è l’essere presente dell’altro. Siamo un momento in cambiamento, mentre parliamo, mentre ci guardiamo e così via. Possiamo riflettere su ciò che è interno e ciò che è esterno. Il cuore/mente diventa flessibile, calmo e aperto. Cominciamo a vedere le cose per come sono. Guardare alla mindfulness, alla consapevolezza, in questo modo, permette di comprendere e ampliare l’intero momento relazionale, quello che Martin Buber chiama “lo spazio tra”.

Il contatto interpersonale

Questo coinvolge una nozione ampia del contatto interpersonale: oltre al contatto corporeo possiamo infatti includere il contatto mentale prodotto dalla nostra risposta agli stimoli esterni poiché lo scambio relazionale si sviluppa sia negli aspetti interni che esterni. A volte, in effetti, diventa difficile dire dove finisce una cosa e dove inizia l’altra. I confini rigidi tra noi e gli altri – costruiti a partire dall’infanzia o ancora prima – iniziano così ad ammorbidirsi. Questo rivela, naturalmente, la sfida relativa alla costruzione degli aspetti interpersonali e la stessa costruzione della dualità. Questa esperienza può essere direttamente esplorata nell’Insight Dialogue, dove meditiamo insieme. 

La nobile verità della sofferenza è un altro esempio a portata di mano. La sofferenza è personale, includendo in questo il dolore fisico, l’invecchiamento e la morte e il senso della vita stessa. Ma c’è una quantità enorme di sofferenza che è interpersonale. Non solo gli altri possono essere la fonte della nostra sofferenza (come nelle relazioni) ma molto di ciò che facciamo può causare sofferenza agli altri, sia direttamente che indirettamente.

La causa della sofferenza interpersonale

Potremmo anche dire che la causa della sofferenza interpersonale può essere il desiderio che le nostre aspettative relazionali incontrino una risposta positiva. Se guardiamo dentro la nostra vita, dentro il nostro cuore, non dobbiamo andare molto lontano per trovare questi elementi. Abbiamo molti desideri e aggrappamenti relazionali. Abbiamo fame di piacere relazionale. Paura del dolore relazionale. Fame di essere visti, di esistere, di essere riconosciuti in senso relazionale. E paura di non esistere, desiderio di scappare. Questi desideri – di esistere e di non esistere – possono essere compresi in senso interpersonale e stanno alla radice della sofferenza relazionale.

E’ un fatto che riguarda una maggiore intimità?

insight dialoguePer Kramer la parola intimità ha due sfaccettature. Da una parte abbiamo l’esperienza di una intimità storica: quella che costruiamo attraverso le nostre relazioni stabili. Forse abbiamo passato una vita insieme come marito e moglie, o come soci o come amici di vecchia data. E’ una intimità che ci è familiare, compresa e sicura, vicina. Ci sentiamo così perché le fibre che la costituiscono sono così lavorate, così numerose, così profondamente radicate nella nostra struttura.

Ma esiste anche una qualità di intimità che non ha questa natura di costruzione, che troviamo proprio nell’assenza di tutto questo. Siamo intimi proprio perché non c’è nulla di tutto questo tra di noi. E’ quella che sorge in meditazione quando abbiamo un contatto diretto con l’esperienza e quell’esperienza coinvolge un’altra persona o altre persone.

Non è solo il mio diretto contatto con l’esperienza che avviene nella meditazione personale – vedere è vedere, udire è udire, e così via – ma avviene nell’essere presenti con un’altra persona, con gli occhi aperti, con le orecchie aperte, avendo camminato oltre il senso di costruzione di se e dell’altro. E’ una intimità sperimentata e non costruita storicamente.

Questa intimità non costruita fa emergere un senso di se non costruito. Offre una nuova esperienza di se stessi. Come saremmo se abbandonassimo tutta la nostra storia e – per qualche momento – dimorassimo senza interruzioni nel momento presente. A cosa daremmo il nome io? Sarebbe qualcosa in cui potremmo sentirci nuovi? Oppure senza tempo? E’ l’essenza dell’impermanenza, del vuoto: è il senso di anatta, di shunyata.  E’ una qualità di riposo senza aggrappamento, di giusta visione di ciò che è, esattamente come è.

Le ricadute psicologiche

Il protocollo di Mindfulness Interpersonale, che si basa sull’esperienza di Insight Dialogue, ha, certamente, delle ricadute psicologiche. Proprio perchè ci permette di tornare alla radice del nostro senso di sé, può offrire una maggiore libertà da quelle definizioni di noi che ci costringono e ci limitano. Può inoltre permetterci di esplorare quegli aspetti interpersonali che sono maggiormente salienti nella nostra vita. Quelle modalità automatiche disfunzionali di relazione che riemergono, a volte davvero al di là e prima della nostra consapevolezza.

Nello stesso tempo il protocollo è qualcosa cha va oltre la sua ricaduta psicologica. E’ più ampio perché pone come oggetto l’esplorazione di ciò che costruisce il senso di Sé e dell’altro da Sé; il senso del nostro essere in relazione e della nostra sofferenza relazionale, in un modo che ha l’ampiezza della nostra stessa umanità.

Glossario

Satipatthana Sutta sono due dei discorsi più studiati nella tradizione del Buddismo Theravada. In questa sutta il Buddha stabilisce i 4 oggetti di osservazione per stabilire la consapevolezza (mindfulness9. Questi oggetti sono il corpo – inteso come respiro e posture – le sensazioni- piacevoli, spiacevoli o neutre – La mente e i contenuti della mente

Shunyata: secondo Riccardo Venturini, si tratta dello svuotamento della mente per passare a livelli più elevati della mente. Per Ottenere questo passa dall’osservazione dei caratteri ‘negativi’ della realtà fenomenica (impermanenza, insoddisfacenza e mancanza di esistenza inerente) si giunge a incontrare i caratteri ‘positivi’ della Realtà incondizionata (permanenza, beatitudine, realtà),  Riccardo VenturiniCoscienza e cambiamento. Assisi, Cittadella Editrice, 1998, pag. 435)

 

© Nicoletta Cinotti 2014

 

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