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Ci affezioniamo facilmente alle cose buone: il loro sapore, la sensazione che lasciano ci dà conforto e quindi è facile passare dal piacere della situazione ad un piccolo ma sostanziale aggrappamento.

Succede un po’ con tutte le cose: anche con le soluzioni, anche con le risposte.

Abbiamo brillantemente risolto qualcosa? In un attimo quel modo di rispondere a quella specifica difficoltà diventa un criterio valido sempre. Abbiamo trovato una buona risposta? In pochi giorni quella risposta diventa una specie di slogan che ripetiamo dentro di noi. Lo facciamo perchè è rassicurante pensare che ci siano cose che vanno bene sempre. Risposte che sono eterne. Non è vero ma ci conforta pensare che non è necessario rispondere momento per momento. Che non è necessario essere sempre presenti ma che, spesso, possiamo usare il pilota automatico e arrivare a destinazione senza sforzo.

C’è un koan zen che dice “Se incontri il Buddha per la strada uccidilo”. Non è un invito alla violenza: è un invito alla novità. A riconoscere che è necessario non aggrapparsi a qualcosa o a qualcuno ma rimanere nel fluire del cambiamento. Vorremmo evitare questa fatica: soprattutto vorremmo evitare questo dolore. Sì, perchè il continuo cambiamento è una delle nostre principali fonti di stress. Ti sembra di essere arrivato a qualcosa, di poter stare tranquillo e invece ti rendi conto che è solo uno dei pianerottoli della scala. Una piccola sosta refrigerante prima di riprendere il cammino.

Questa frase però – se incontri il buddha per la strada uccidilo – ci dice anche che non ci sono errori irrimediabili, che ci sono sempre nuove opportunità. Che in questo continuo cambiamento abbiamo sempre la possibilità di rinnovarci e di cogliere nuovi spazi di espressione. Nuovi luoghi di crescita.

Non è tanto buona la risposta che ieri ci sembrava ottima. È buona quella di oggi, perché ha la tenerezza del principiante. Perchè ha l’incertezza della novità. Anche se abbiamo paura che non saremo mai più così adeguati come ieri. Non è vero: l’esperienza ci rende saggi. È quella la nostra sicurezza. Non un insieme cristallizzato di nozioni ma la saggezza che si appoggia sull’esperienza passata per fiorire, sempre nuova, nel presente.

Secondo Kramer sono tre le dimensioni fondamentali che definiscono la pratica dell’Insight Dialogue: 1) La dimensione meditativa intesa come pratica trasformativa; 2) La dimensione della saggezza intesa come comprensione intuitiva; 3) La dimensione relazionale e il “potere” che ha su di noi, e quindi l’energia che mette a disposizione della pratica. Gregory Kramer

Pratica di mindfulness: Be water

© Nicoletta Cinotti 2017 Andare al cuore della relazione: Mindfulness interpersonale

Foto di © la cri75

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