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La semplicità del gesto

Il nostro corpo è sempre in movimento: segno della nostra vitalità. Eppure spesso il movimento è qualcosa che, invece che condurci a noi, ci allontana. Abbiamo fretta, abbiamo un obiettivo, abbiamo un programma. Corriamo, ci muoviamo tutto il giorno e alla sera crolliamo sul divano come se fossimo naufraghi.

Sinceramente, se esploriamo in questo momento le sensazioni del corpo cosa possiamo dire? Siamo presenti oppure no? Siamo davvero nel corpo? Voglio dire siamo i nostri piedi o abbiamo i piedi? Siamo nelle nostre mani o abbiamo le nostre mani? Sentiamo l’addome o lo consideriamo un rilevatore di fame o di appeal? Oppure stiamo rimandando la risposta a quando avremo il tempo per sentirci?

La semplicità del gesto

Dimorare nel corpo non richiede tecniche sofisticate o astratte prese di posizioni fisiche. C’è una semplicità in ogni gesto che facciamo che ci permette di essere presenti. Possiamo sentire la tensione o il piacere. La fatica o l’agio, oppure un’ondata di gratitudine per il nostro corpo che permette le esperienze che facciamo. La base è proprio questa: sentire la semplicità.

È per questa ragione che spesso partiamo dall’immobilità per sentire il corpo: è un modo per riconoscere che non dobbiamo fare chissà cosa. Basta esistere e saperlo.

Per noi spunta solo quel giorno al cui sorgere siamo svegli. Thoreau

Piacevole, spiacevole o neutro?

Il continuo prodursi di sensazioni fisiche diventa facilmente un rumore di fondo a cui rispondiamo – spesso in maniera inconsapevole – attraverso una valutazione mentale. È come se la nostra mente fosse continuamente impegnata a catalogare quello che proviamo in tre modi: piacevole/sicuro; spiacevole/pericolo; neutro/quiete o noia. Proviamo a veder cosa significa nel dettaglio.

Quando c’è una sensazione piacevole abbiamo una sorta di rassicurazione del fatto che sta andando tutto bene. È come se il nostro corpo pensasse “nessun dolore, nessun pericolo”. In realtà è una valutazione molto superficiale ma necessaria a farci procedere senza troppi sobbalzi. Se quello che proviamo è molto piacevole può sorgere il desiderio di trattenerlo, di aggrapparsi all’esperienza in corso. E abbiamo bisogno di entrare in azione per trattenere la sensazione piacevole che, a questo punto, è passata in primo piano e non è più sullo sfondo. Paradossalmente non siamo più presenti al corpo ma al piacere che il corpo ci dà. E siamo disposti a sacrificare molto per quel piacere

Lo spiacevole fa paura

Tutte le nostre reazioni sono in risposta a sensazioni fisiche. Quando siamo irritati dall’inettitudine di qualcuno rispondiamo con impazienza al disagio che ci provoca. Quando siamo attratti da qualcuno – pieni di desiderio e fantasia – regaliamo spazio ad una sensazione piacevole. Le nostre reazioni nascono da questo terreno corporeo. Se non ce ne accorgiamo perdiamo la nostra vita in una cascata di reattività, sconnessi da una piena consapevolezza e sconnessi anche dai nostri affetti. Il problema è anche un altro: lo spiacevole viene identificato con il pericolo e attiva le nostre difese, anche senza ragione. Le attiva attraverso canali ripetitivi che, nel tempo si strutturano attorno a dei movimenti primari. fondamentali per comprendere il corpo: “Tirarsi indietro, tenere dentro, stare sopra,aggrapparsi, tenersi insieme”. in ogni caso questi gesti reattivi – che abbiamo imparato nel corso della nostra vita e nel corso delle nostre reazioni difensive – benché siano modalità di risposta corporea ci staccano dal corpo. Ci fanno saltare l’ampiezza delle sensazioni per raccogliersi tutte in un’unica percezione: il nemico è qui. Io  mi difendo. Il corpo è solo strumento della nostra difesa. Poveri noi che perdiamo la bellezza delle sensazioni per poterci difendere a profusione.

Però ci annoiamo se tutto è uguale!

In realtà la maggior parte delle nostre giornate è piuttosto neutra. Niente di particolarmente piacevole né di particolarmente spiacevole. E questo può essere quiete o noia. Si, perché noi abbiamo bisogno di due azioni emotive – attivarci e/o consolarci – così se abbiamo troppa quiete o troppo neutro rischiamo di passare da una sensazione di pace e calma ad una di noia, senza quasi rendercene conto. Se ci attiviamo troppo possiamo cadere nella paura o nello spiacevole. Ma, allora, direbbe mia nonna “…non c’è pace tra gli ulivi!?”

In qualche modo la pace vera è quella che nasce dalla presenza, ossia dalla capacità di riconoscere il sorgere delle sensazioni fisiche, l’attivarsi di risposte mentali ed emotive. In questo modo non siamo attratti dalla reazione – piacevole, spiacevole o neutra – ma dall’esperienza e qualsiasi esperienza, al di là dell’etichetta, va bene.

Insieme ai pensieri c’è sempre una sensazione. Non devi perdere questa radice. S. N. Goenka

Possiamo andare al di là della preoccupazione per il corpo – sarò sano? quando e come mi ammalerò?- dall’aggrapparsi al piacevole – potrò ancora stare così bene? Cosa posso fare perché si ripeta? – e non usare il corpo come uno strumento ma essere il nostro corpo.

Quando le nostre sensazioni non sono riconosciute le nostre vite sono perse in una cascata di reattività: siamo disconnessi da una presenza vitale, da una piena consapevolezza, siamo disconnessi dal nostro cuore. Tara Brach

Non devi perdere questa radice

Ogni approccio terapeutico che miri a radicare una persona deve produrre un rilasciamento delle tensioni muscolari. Successivamente la persona deve chiedersi quali impulsi vengono impediti dalla tensione, come limita il sentire e quale effetto ha sul comportamento. Alexander Lowen

La citazione di Goenka che ho riportato poco sopra avrebbe potuto facilmente essere scambiata per una citazione di Lowen, oppure per una citazione del Satipattana Sutta. Per esempio questa

“Bhikkhu, il praticante si radica nell’osservazione del corpo nel corpo, accurato, consapevole, con una chiara comprensione, avendo abbandonato ogni desiderio e avversione per questa vita. “In che modo il praticante si radica nell’osservazione del corpo nel corpo? “Egli va nella foresta, ai piedi di un albero o in una stanza vuota, si siede a gambe incrociate nella posizione del loto, tiene il corpo eretto e stabilisce la consapevolezza di fronte a sé. Egli inspira, consapevole di inspirare. Egli espira, consapevole di espirare. Quando inspira un lungo respiro, egli sa: “Sto inspirando un lungo respiro”. Quando espira un lungo respiro, egli sa: “Sto espirando un lungo respiro”. Quando inspira un respiro breve, egli sa: “Sto inspirando un respiro breve”. Quando espira un respiro breve, egli sa: “Sto espirando un respiro breve”. “Egli esercita la seguente pratica: “Inspirando, sono consapevole di tutto il mio corpo. Espirando, sono consapevole di tutto il mio corpo. Inspirando, calmo le attività del corpo. Espirando, calmo le attività del corpo”. “Proprio come un abile vasaio sa, quando gira lungamente il tornio: “Sto girando lungamente il tornio”, quando gira brevemente il tornio: “Sto girando brevemente il tornio”, così il praticante, quando inspira un respiro lungo, sa: “Sto inspirando un lungo respiro”, e quando inspira un respiro breve, sa: “Sto inspirando un respiro breve”; quando espira un respiro lungo, sa: “Sto espirando un lungo respiro”, e quando espira un respiro breve, sa: “Sto espirando un respiro breve”. “Egli esercita la seguente pratica: “Inspirando, sono consapevole di tutto il mio corpo. Espirando, sono consapevole di tutto il mio corpo. Inspirando, calmo le attività del corpo. Espirando, calmo le attività del corpo”. “Così il praticante osserva il corpo nel corpo. Egli osserva l’interno del corpo o l’esterno del corpo, o entrambi l’interno e l’esterno del corpo. Osserva il processo di originazione o il processo di dissoluzione nel corpo, o entrambi i processi di originazione e dissoluzione. È consapevole del fatto: “Qui c’è un corpo”, fino al raggiungimento della comprensione e della piena consapevolezza. Egli mantiene l’osservazione, libero, non intrappolato in nessuna considerazione mondana. Bhikkhu, così si pratica l’osservazione del corpo nel corpo. Satipattana Sutta Traduzione di Thich Nhat Hanh

Anche se da diversi punti di vista c’è un filo comune: la tensione genera un’ostacolo alla consapevolezza. Essere consapevoli della tensione – prima ancora che scioglierla – riporta la consapevolezza e quindi permette l’esplorazione.

Quindi la semplicità del gesto è tutta qui: sta nella consapevolezza che riporta alla radice corporea. Poi possiamo fare altro; possiamo attivamente agire sulla tensione, sciogliere gli schemi ripetitivi di risposta corporea, possiamo dare flessibilità al corpo attraverso la pratica yoga. Senza dimenticare che, anche nello yoga, lo scopo primario è la consapevolezza. È dalla consapevolezza che deriva il controllo o la padronanza dei movimenti, la loro grazia, semplicità e bellezza.

Praticare con totale attenzione al corpo è una forma avanzata di yoga, indipendentemente da quanto facile può essere la posizione; praticare con una attenzione divisa è una pratica da principianti, indipendentemente da quanto può essere difficile la posizione. David Coulter

Paolo Fresu e Martina Bacigalupo

Non so se avete mai sentito raccontare dal jazzista italiano Paolo Fresu (Clicca per ascoltare un brano su You Tube) com’è nato il suo amore per la musica. È assolutamente commovente: è nato ascoltando il suono del vento. Il suono dei sassi che trovava in campagna, battuti su diverse superfici. È nato dall’origine del suono: il suono naturale. E Paolo Fresu ha un suono assolutamente straordinario. Parla del mare, della Sardegna, degli olivi, delle pecore e delle capre e le rende assolutamente poetiche. C’è una complessità nel suo suono che nasce dalla sua essenzialità. Non c’è niente di troppo. Realizza la semplicità del suono che è come la semplicità del gesto.

Martina Bacigalupo è una fotografa genovese. ha realizzato una raccolta di foto che è stata anche una mostra “Echi” che definisce così: ”

ECHI

Echi is the encounter                                   Echi è l’incontro
Of a place with a gesture                             di un luogo con un gesto
Of a gesture with a silence                          di un gesto con il silenzio

Of an old woman with her body                   Di una donna vecchia con il suo corpo
A horse with a curtain                                  di un cavallo con una tenda

A world of connections which last                un mondo di connessioni che dura
the time of a picture                                     il tempo di una foto
the time of a question                                  il tempo di una domanda

A temporary coincidence                              Una coincidenza temporanea
immediately forgotten                                   subito dimenticata

Perché, alla fine, ogni gesto è poesia.

Vuoi sperimentare la semplicità del gesto?

Vieni al laboratorio che terrò all’International Yoga Day domenica 18 giugno alle 16 nel Chiostro di Santa Maria di Castello a Genova, salita Santa Maria di Castello 15

© Nicoletta Cinotti 2017 “Mi manda Nicoletta. Vieni all’International Yoga Day” © Foto di – Anda – algunas veces soy Ángel …

 

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