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La sicurezza e la dipendenza nella relazione terapeutica

indipendenzaSpesso i disturbi emotivi nascono da una insufficiente esperienza di sicurezza nella propria vita. Oppure da relazioni significative che, anche se fonte di amore, non sono state contemporaneamente fonte di sicurezza.

La sicurezza che nasce dalla comprensione

Una volta adulti il bisogno di sicurezza non ha solo una declinazione primaria: comporta il sentirsi conosciuti e compresi. Comprende la sensazione di essere capiti e di poter capire la mente degli altri. Se siamo in una relazione dove gli altri ci appaiono estranei, stranieri o incomprensibili, il nostro sistema di allerta si attiva. La possibilità di comprendere la mente degli altri ci rilassa ed è essenziale per poter collaborare e aumentare la rete di sostegno e sicurezza nella quale viviamo.

Date queste premesse è abbastanza evidente che – chiunque soffra di disturbi psicologici – ha spesso un tema che riguarda anche le relazioni. Un tema che si trova attivato o ri-attivato dal ruolo centrale che la relazione terapeutica assume nel contesto di cura. E, inoltre, spesso le difficoltà relazionali sono l’unico tema che spinge le persone in psicoterapia: proprio perché il disagio che le relazioni possono causare risuona a livello emotivo con un impatto primario

Proviamo quindi a vedere da dove nasce il nostro bisogno di sicurezza relazionale e come può esprimersi e realizzarsi in psicoterapia.

Dalla sicurezza alla collaborazione: il cervello sociale

primordiIl nostro sviluppo e la nostra crescita come esseri sociali ha avuto una funzione centrale fin dai primordi. L’uomo primitivo aveva bisogno di far parte di una tribù per aumentare la sua possibilità di sopravvivenza; il neonato ha bisogno di far parte di una rete di relazioni accudenti e di stabilire un legame con la figura d’attaccamento primario che sia solido e protettivo.

Far parte di un gruppo, capire la mente degli altri, da solo non è sufficiente per sentirsi al sicuro: è necessario infatti “sentire” di poter comunicare e collaborare. E’ da questa esperienza che possono nascer reti relazionali complesse e ricche.

Reti relazionaliQuesto elemento – ossia l’importanza della collaborazione e della comunicazione – ha portato l’attenzione alla relazione tra competenze sociali e comunicative e sviluppo intellettivo e ha orientato la ricerca verso quello che molti definiscono cervello sociale. L’idea che la corteccia dell’uomo si sia sviluppata  soprattutto per far fronte alla complessità dell’organizzazione gruppale e allo sviluppo di relazioni interindividuali più elaborate, sta prendendo sempre più spazio.

La convivenza basata su legami stabili tra individui, implica vantaggi e svantaggi. Vivere con altri membri comporta la possibilità di cooperare; nelle culture primitive questo poteva essere importante per procacciarsi il cibo e ridurre il rischio di predazione. D’altra parte la convivenza aumenta la competitività e la necessità di modulare l’aggressività e la conflittualità tra gli individui del gruppo.

Esistono dati che confermano un rapporto tra socialità e sviluppo di competenze intellettive. Woolley et alii(2010) si sono chiesti quali fattori di un gruppo influenzano la prestazione intellettiva di fronte a compiti che devono essere affrontanti collegialmente. Per far questo hanno sottoposto diversi gruppi di persone, composti da due a cinque individui, ad un’ampia gamma di compiti di intelligenza, simili a quelli somministrati individualmente, ma specificatamente adattati per la condizione gruppale.

intelligenza collettivaI risultati indicano che il livello di intelligenza collettiva non è correlato all’intelligenza individuale media dei membri del gruppo, né al livello intellettivo dell’individuo più intelligente del gruppo. L’intelligenza collettiva risulta invece fortemente correlata: a) con il livello di sensibilità sociale dei membri del gruppo (misurato tramite il test di lettura della mente messo a punto da Baron-Cohen, 2001), b) con la distribuzione del turn-taking conversazionale (ovvero, con livelli più alti di comunicazione intra-gruppo), c) con la proporzione di donne presenti nel gruppo (quest’ultima variabile era associata alla sensibilità sociale).

La psicoterapia e il cervello sociale

studio-psicoterapia-fumettoUno degli elementi centrali che vengono compromessi nello sviluppo del “cervello sociale” in condizioni avverse è la capacità di distinguere se il comportamento dell’altro è un comportamento di attacco o affetto. Entrambi infatti presuppongono una modificazione della distanza, del contatto e della relazione e – se non si riesce a leggere l’intenzione che sta nella mente dell’altro – possono essere equivocati.

I pazienti che hanno avuto una infanzia difficile non riescono a percepire con chiarezza i segnali di pericolo e rischiano di essere iperattivati anche da stimoli minimi oppure di non sentire segnali di pericolo rilevanti.

Questa confusione mina la capacità di portare avanti strategie collaborative e relazioni sociali soddisfacenti e produce molta confusione nella distinzione tra comportamenti di vicinanza affettuosa e minaccia relazionale. Una volta che la paura si è sviluppata, qualsiasi prossimità può essere malinterpretata e può dare adito a conflitti e reattività.

Scoprire di essere simili

Per collaborare e per abbassare il livello di difese sociali abbiamo bisogno di 1)scoprire di essere simili; 2) riconoscere i confini; 3) avere obiettivi e motivazioni comuni; 4) legittimare le differenze. Quando si verificano queste condizioni nasce un rapporto che comporta una crescita reciproca e, nello specifico della psicoterapia, paziente e terapeuta diventano co-creatori di uno stato di coscienza espanso che permette lo sviluppo reciproco e abbassa il livello di arousal legato alla paura.

Collaborazione, dipendenza o indipendenza?

Il tema della collaborazione solleva, inevitabilmente il tema della dipendenza e dell’indipendenza relazionale. La dipendenza può essere definita come uno stato di impotenza che spinge a ricercare la presenza di altre persone per ricevere contatto e vicinanza oppure anche per avere aiuto e attenzione; spesso comporta esperienze negative perché nasce da una carenza e da un bisogno. E’ una spinta primaria che, se non esaudita in maniera adeguata, può portare esiti patologici anche importanti.

attaccamentoI bambini alla nascita hanno un repertorio di comportamenti innati con lo scopo di realizzare una dipendenza dalle figure di attaccamento che è vitale. Il pianto ne è un esempio: riesce davvero difficile resistere al pianto di un neonato e la dipendenza è fondamentale per il formarsi del legame di attaccamento dalle figure genitoriali.

Se nell’infanzia quindi la dipendenza è fondamentale per lo sviluppo, non possiamo dire altrettanto nell’età adulta. Molti disturbi infatti sono caratterizzati da comportamenti di dipendenza – da sostanze o da relazioni nocive – e molti pazienti temono la dipendenza dallo psicoterapeuta che ricorda – in modo troppo prossimo – la dipendenza dalle figure di attaccamento.

Quando la terapia risveglia la dipendenza

E’ vero che la psicoterapia può risvegliare bisogni di dipendenza rimasti sopiti e che, a volte, può essere difficile distinguere tra una buona alleanza terapeutica e una relazione di dipendenza vera e propria. E’ altrettanto vero che per compensare le carenze che si sono realizzate nello sviluppo, lo psicoterapeuta deve offrirsi come una figura di riferimento affidabile, attivando quindi comportamenti di legame e di accudimento simili a quelli che vengono sperimentati nelle relazioni di attaccamento primario.

Ma per che cosa i pazienti dipendono da noi? La prima risposta è che i pazienti dipendono dalla nostra presenza emotiva, ossia da quell’ “essere con” momento per momento che permette una sana condivisione emotiva. Dipendono anche dalla nostra apertura e dalla nostra disponibilità a lasciarci coinvolgere nella loro esplorazione emotiva. Spesso dipendono da noi per la riparazione dei traumi relazionali irrisolti e per l’apprendimento di nuove modalità di relazione.

Insegnare la maniera di interagire

Questo significa, detto in parole povere, che dobbiamo insegnare modi diversi di interagire con il proprio passato e modi diversi di vivere nel presente. Un apprendimento che è in larga parte implicito: ossia che nasce proprio dalla qualità e ricchezza dello scambio relazionale che viene sperimentato nel corso della psicoterapia. Visto che questo livello di apprendimento è implicito possiamo comprendere se si sta sviluppando adeguatamente attraverso parametri altrettanto impliciti. Lo comprendiamo dal miglioramento del funzionamento relazionale nella vita quotidiana. Dalla capacità di piangere e di ridere dei propri dolori e delle proprie gioie, dall’ampliarsi del bagaglio di sfumature emotive. Dall’aumento della cura di se e dell’affetto nei confronti di se stessi. I bambini maltrattati e le persone che hanno vissuto esperienze di abbandono infatti, una volta diventati adulti, possono avere comportamenti sociali molto adeguati ma sono trascuranti nei confronti di se stessi. Non mangiano adeguatamente, non dormono adeguatamente, lavorano troppo, non vanno dal medico a fronte di sintomi fisici, a volte non si lavano o non si vestono in relazione alla situazione (Troppo bene o troppo male).

Ristabilire la capacità di relazione attraverso la relazione terapeutica significa cogliere l’insieme di questi segnali e ascoltarli con affetto e comprensione, promuovendo momenti di interazione reale – con esperienze individuali e di gruppo – nel corso della psicoterapia.

Vicinanza e distanza

Parlare della vicinanza e della distanza può essere molto rivelatore: chiedere ad un paziente di avvicinarsi molto lentamente allo psicoterapeuta ascoltando le sensazioni fisiche ed emotive che emergono nel farlo, può darci un’esperienza che – al di là di ogni discorso sull’argomento – rivela il vero significato della prossimità fisica, per noi con quel paziente – per quel paziente con noi.

L’intersoggettività

Muoversi in questo modo significa pensare ad una psicoterapia in cui non è in gioco solo la mente del paziente ma è in gioco – e in crescita – anche la mente dello psicoterapeuta. Com’è, per me, l’avvicinarsi di quel paziente? Quando si fermerà? Rispetterà il mio segnale di STOP? Cosa dirà il mio corpo mentre è sempre più vicino? Le mie emozioni cosa riveleranno di me?

La psicoterapia diventa, in questo senso, una forma essenziale di impegno tra due persone e si manifesta nel luogo della condivisione emotiva e sensoriale e nello spazio implicito del corpo. L’approccio intersoggettivista, ormai così centrale nell’arena psicoterapeutica, mette in risalto proprio la qualità degli scambi relazionali che disattivano progressivamente l’arousal della paura per elaborare il lutto e la perdita attraverso l’impatto dell’esperienza reale nel momento presente.

Gli obiettivi terapeutici

Gli obiettivi terapeutici non riguardano più solo il mondo interno del paziente ma anche l’offerta di opportunità evolutive che creino e ampliino ambiti di comunicazione collaborativa nelle interazioni momento per momento tra paziente e terapeuta. Questo è il lavoro riparativo della psicoterapia e va davvwero al di là della creazione di legami di dipendenza. Va nella direzione della costruzione di relazioni di crescita.

Dobbiamo essere una base sicura da cui il paziente possa esplorare i diversi aspetti infelici e dolorosi della sua vita, molti dei quali trova impossibile riconsiderare senza un compagno di cui abbia fiducia e che gli fornisca sostegno, incoraggiamento, comprensione e che, nel caso, faccia da guida.  J. Bowlby 

© Nicoletta Cinotti 2014

 

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