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BY SHARON SALZBERG (@SHARONSALZBERG ),  ON BEING COLUMNIST

la negazione è una trappolaUna delle principali condizioni che fanno sì che dolore peggiori è la negazione. E’ una sensazione che conoscete: essere in una discussione con un amico, fingere di non essere arrabbiati e mandare giù tutta una marea di sentimenti fino a che il rancore non trabocca in superficie in un contesto differente. Accorgersi di un senzatetto sulla strada e girarsi dall’altra parte, convinti che l’ignorarlo serva in modo efficace ad allontanare il disagio.

In fondo, pensiamo che nasconderci dal dolore possa in qualche modo impedirci di provarlo.

Naturalmente, tentare di disconnettere le nostre menti dalla sofferenza è di fatto una garanzia che questa continuerà, in una forma o nell’altra.

C’è qualcosa che in effetti risulta difficile nel provare a evitare una situazione così grande rispetto a noi. Penso che sia una dinamica simile a quella che ci rende culturalmente così maldisposti nell’affrontare la paura della morte. Diventiamo talmente spaventati rispetto alla possibilità di aprirci alla paura che finiamo per attaccarci ad essa come se fosse qualche cosa di più della nostra prospettiva. Pensiamo di evitare un pensiero che ci limiterà quando, in realtà, la nostra ossessione di evitare è esattamente quello che rende il nostro mondo molto piccolo.

Molti anni fa, Joseph Goldstein e io eravamo insieme, come insegnanti, ad un ritiro alle Hawaii, e ci capitò di affrontare una sorta di esperienza di pre-morte. Un giorno stavo guidando una meditazione, quando ho sentito squillare ripetutamente il telefono al piano di sotto, dove c’era l’ufficio centrale del ritiro. Joseph era troppo lontano per sentire, così mi sentii in parte responsabile dell’assicurarmi che qualcuno rispondesse al telefono, che stava chiaramente disturbando gli studenti. Ma invece, cercai di ignorarlo e pensai che, alla fine, avrebbe risposto un membro dello staff.

Nessuno lo fece, e il telefono andò avanti a squillare. Improvvisamente, ebbi una forte sensazione nelle viscere che qualcosa stava andando storto, così finii la sessione di meditazione e risposi al telefono personalmente.

Era una rappresentante del Dipartimento della Protezione Civile delle Hawaii che segnalava che quel giorno stava per colpirci il più grande tsunami della storia.

Lo Tsunami

La negazione è una trappolaIn quel momento ero scioccata, in uno stato di incredulità – addirittura di negazione. Ma sapevo che dovevamo muoverci e pensare a un piano per metterci tutti in sicurezza. La responsabile della Protezione Civile spiegò che il nostro centro era lontano un’ora dal primo luogo di salvataggio, e noi avevamo solo due mezzi di trasporto. Eravamo bloccati. Mi diede l’istruzione di portare tutti con le proprie cose nel punto più alto della struttura.

Quando ci sedemmo ad aspettare lo tsunami, io e Joseph  guidammo una meditazione per il gruppo. Il tempo sembrò dilatarsi e suonava strano stare seduti insieme, aspettando fondamentalmente l’eventualità della morte. Durante la meditazione, stavamo lasciando andare tutto quello che avevamo conosciuto.

Alla fine non successe niente

Naturalmente, sono felice che alla fine non successe niente. Lo tsunami mancò l’isola. Il giorno dopo, tutti al ritiro erano a contatto con un più profondo senso di gratitudine, dal momento che tutti avevamo dimorato in una casa molto fragile, da lasciarsi andare.

La mindfulness è una grande forza in questi momenti di paura. Ad un certo punto della mia vita, ricordo che pensavo che la mindfulness si applicasse solo ai momenti belli. Sto pensando in particolare ad un’esperienza in Birmania ai tempi in cui potevi ottenere il visto solo per una settimana. Avevo speso soldi e mi ero spostata dall’India per studiare con dei maestri molto particolari, quando maturai una tosse dolorosa e persistente. Sentivo di aver rovinato la mia esperienza. Mi incolpavo di essermi ammalata, ero fissata sul tormento che sentivo a causa della tosse: “Sono venuta qui per avere l’illuminazione! Non riesco nemmeno ad avere un attimo di tregua, con ‘sta tosse. E’ uno spreco!”

Una strana consolazione

Quando mi lamentai con Sayama, la principale maestra del centro del ritiro, lei mi “consolò” dicendomi che “questa sarà una la negazione è una trappolabuona pratica per quando morirai”. Come capitava molte volte nei miei viaggi, ero scioccata, e mi aprii successivamente ad una maggiore comprensione. Come qualcuno che si sente parte di una “generazione in gamba”, non sentivo coscientemente che stavo evitando di pensare alla morte. Pensavo di voler morire “coscientemente”. Avevo meditato sulla morte come idea astratta, ma non una volta che avessi pensato al possibile dolore fisico del processo, o all’impossibilità di fare quello che volevo.

Sayama aveva proprio ragione. Il suo consiglio non solo mi dette il coraggio di considerare aspetti della morte ai quali stavo voltando la testa, ma mi invitò anche a pensare a come stavo permettendo alla paura di limitare la mia consapevolezza in altri aspetti della vita. Stavo praticando meditazione e apparentemente mi sentivo coinvolta nel mio viaggio spirituale, ma ancora stavo negando. Qualunque cosa mi faccia sentire a disagio non deve semplicemente esistere, pensavo.

La negazione ti frega

La negazione ti frega. Qualche volta, noi pensiamo che non stiamo negando perché riconosciamo un sentimento di disagio, ma ci voltiamo ancora. La voce della nostra negazione potrebbe dire “E’ ovvio che so che morirò, ma perché dovrei pensarci?”

Non c’è bisogno di scavare nel profondo di tutte le possibili malattie fisiche che potremmo sperimentare quando moriamo – aprirsi al disagio non significa questo. Il punto più grande è che ogni momento diventa immensamente significativo quando strappiamo via le varie negazioni. Possiamo riconoscere la nostra paura della morte, del cambiamento, del lasciar andare ciò a cui siamo legati, e sentire il disagio di questo riconoscimento. Per essere onesti con noi stessi riguardo alle varie forme del dolore, non proviamo un maggior dolore –diamo vita alla libertà.

Traduzione autorizzata da On Being di Silvia Cappuccio per www.nicolettacinotti.net. Foto di © bondidwhat

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