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La velocità sul lavoro ha dei vantaggi: viene notata. È lodata dagli altri. Offre una sorta di auto – importanza e, alla fine, ci assolve. Essere veloci significa che non apparteniamo veramente a niente e a nessuno, che non apparteniamo a quello che stiamo facendo. Ci eleva al di sopra dei nostri affanni.

La velocità è anche l’ultima difesa, l’antidoto al fermarci e al guardare veramente. Se guardiamo veramente cosa stiamo facendo e chi siamo diventati potremmo non sopportare questa pausa e le valutazioni che l’accompagnano. Così, semplicemente, non ci fermiamo e più andiamo veloci più diventa difficile fermarsi. Continuiamo a muoverci e qualunque forma di vero impegno rimane in superficie. La velocità è anche un avvertimento, una pulsazione, un indicatore insistente che un qualche tipo di punto di svolta è vicino; un segno diagnostico che stiamo vivendo la vita di qualcun altro e facendo il lavoro di qualcun altro. Ma la velocità ci salva dal dolore del fermarsi; la velocità può diventare un balsamo, una grazia, un modo per dire a noi stessi, inconsciamente, che non stiamo davvero partecipando. Che non stiamo davvero facendo quello che facciamo.

La grande tragedia della velocità come risposta alla complessità e alle responsabilità della nostra esistenza è che, molto presto, ci accorgeremo di non poter riconoscere niente e nessuno che non viaggi alla nostra stessa velocità. Vedremo solo delle orbite rotanti e solo quelli che si muovono con la stessa urgenza. David Whyte

© www.nicolettacinotti.net Addomesticare pensieri selvatici

Foto di © Violapais

 

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