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Soffriamo spesso per la superficialità: vorremmo essere ascoltati, vorremmo essere riconosciuti, vorremmo incontrare spazio. La superficialità però è solo un sintomo di due malattie abbastanza comuni: la disattenzione e la velocità.

Disattenzione e velocità sono strettamente connesse tra di loro: siamo disattenti perché non riusciamo a sostare a sufficienza su uno stimolo, interno o esterno che sia. Questo appiattisce la profondità della nostra percezione ma anche la profondità della nostra intimità. Diventiamo superficiali perché non abbiamo materialmente il tempo di rimanere nel contatto in modo che sviluppi profondità di comprensione ed esperienza.

Manteniamo questa abitudine perché ci dà piacere: un piacere effimero e momentaneo ma significativo. Il piacere dello scorrere e del non provare intoppi. E’ come andare in altalena o correre in bicicletta: ti sembra tutto magnifico.

Il fresco, l’aria sulla pelle. La velocità ci assolve e ci rende importanti: sembra elevarci al di sopra dei nostri affanni ordinari.

Quando tutto si consuma la velocità diventa l’ultima difesa: l’antidoto è fermarsi e guardare veramente cosa stiamo facendo.

Più evitiamo di fermarci e più diventa difficile farlo. Ma la velocità è anche un avvertimento, un insistente indicatore che c’è qualcosa che non va. Un sicuro segno diagnostico che stiamo vivendo la vita di qualcun altro e facendo il lavoro di qualcun altro. La velocità infatti può essere un modo per dire – agli altri e a noi stessi – che non stiamo realmente partecipando. Solo così potremmo obbedire a certi ordini.

“Il male non possiede né profondità, né dimensione demoniaca, può invadere il mondo intero perché si espande sulla sua superficie come un fungo. Questa è la sua “banalità”. Solo il bene è profondo e può essere radicale.” Hannah Arendt

Pratica di mindfulness: La consapevolezza del respiro

© Nicoletta Cinotti 2015 Mindfulness e bioenergetica

Foto di ©iome4 e  ©Liya Mirzaeva

 

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