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Le chiavi della comunicazione Mindful

La comunicazione Mindful

Nelle scorse settimane abbiamo cercato di delineare gli elementi che contraddistinguono la consapevolezza comunicativa che sono: una presenza consapevole; un ascolto consapevole; la gentilezza nelle parole;  la prospettiva della relazione; e la consapevolezza di ciò che emerge. Questa settimana approfondiremo la fiducia in ciò che emerge a partire da un breve sommario del percorso fatto.

La presenza consapevole: la prima chiave

ChiaveQuello di cui abbiamo bisogno per essere presenti è una buona consapevolezza corporea, un cuore disponibile a sentire le emozioni presenti – senza distinzione tra emozioni positive, negative o neutre – e una mente flessibile e aperta. Possiamo connetterci a queste qualità naturali attraverso la pratica mindfulness, così come viene proposta nei protocolli MBSR o nella tradizione vipassana. La pratica mindfulness ci permette di interrompere efficacemente le nostre abituali modalità di interpretazione della realtà basate sulle nostre esperienze negative; interpretazioni che conducono a false certezze, aspettative, illusioni e delusioni e reazioni emotive.

Il problema delle nostre idee – oltre al fatto che spesso non sono basate su dati di realtà – è che creano una illusione egocentrica che interferisce con le nostre relazioni. Se creiamo una zona verde “ossia un’area interiore in cui essere se stessi e in relazione con gli altri”, attraverso la pratica di meditazione, possiamo lasciare che i pensieri vadano e vengano senza irrigidire le nostre emozioni e senza ridurre la nostra abilità percettiva corporea.

Questo può aiutarci a dissolvere la barriera di distrazione mentale che ostacola la nostra presenza nel qui e ora.

L’ascolto consapevole: la seconda chiave

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Come abbiamo visto il segnale del disagio comunicativo è lo scoraggiamento che rende stereotipati i nostri segnali comunicativi. Per questo è così importante sviluppare la capacità di trasformare in aspetti positivi quelle comunicazioni che producono scoraggiamento, come un giardiniere che pulisce, pota e cura il suo giardino con paziente costanza. Questo cogliere gli aspetti positivi di qualunque comunicazione nasce dall’ascolto consapevole; un ascolto che scioglie le nostre certezze tossiche. Quelle certezze che ci giustificano quando, a fronte del fatto che abbiamo ragione, ci sentiamo autorizzati a fare male ad un’altra persona per rivendicare la nostra ragione.

Rispettare  i segnali comunicativi: la terza chiave

Perché la nostra comunicazione possa essere gentile ed arrivare quindi al cuore del nosro interlocutore è necessario ricordarsi di rispettare i segnali comunicativi. Non sempre infatti noi o il nostro partner sono disponibili alla comunicazione. Parlare quando siamo in “area rossa”, rischia di alimentare il conflitto e la frustrazione. Creare invece una zona franca internamente, come abbiamo visto con la prima chiave, o esternamente, è essenziale. Quindi iniziamo una comunicazione quando siamo in “zona verde” entrambi e cerchiamo di riconoscere quando siamo in “zona gialla”, ossia in quelle fasi in cui siamo nella transizione tra l’apertura e la chiusura. chiave cuore

Invece che focalizzarci sul nemico esterno in queste fasi è importante portare l’attenzione all’interno e chiarire le nostre intenzioni cercando di distinguere tra il dolore o il disagio che proviamo e le ragioni per trasformare in attacco quello che sentiamo. In queste situazioni spesso percorriamo la strada della minimizzazione, esagerazione, della giustificazione o dell’evitamento: tutte strategie che peggiorano la qualità comunicativa.

Ricordiamoci l’esempio del giardiniere e con pazienza potiamo solo le parti malate della nostra pianta con l’intenzione di far rinascere e prosperare l’arbusto nella stagione successiva.

La prospettiva della relazione: la quarta chiave


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Ogni relazione è pervasa di gioia e dolore, di necessità piacevoli e spiacevoli. Abbiamo bisogno di far spazio adentrambi questi aspetti. Il nostro interlocutore non sarà sempre e solo fonte di gioia, nè di dolore. Quando siamo in “zona rossa” ci appare così ma il nostro bisogno di connessione con gli altri è alla base della nostra storia umana. Tagliare quella relazione per tagliare il dolore ci porterà solo a nuovo dolore. Apprezzare le qualità delle persone senza attaccarsi a loro, senza renderli artefici della nostra felicità o infelicità, ci permette di uscire dal ciclo delle comunicazioni senza cuore e della eccessiva razionalità.

Fidarsi di ciò che emerge: la quinta chiave

Il-fluire-dellenergiaSpesso abbiamo un’idea precisa del risultato che deve produrre la nostra comunicazione. Un’idea tanto precisa che qualsiasi imprevisto attiva il nostro sistema d’allarme. Questa rigidità nasce dalla chiusura mentale e dalla prospettiva egocentrica dalla quale guardiamo alle nostre comunicazioni. Per questo avere una mente aperta è sia lo scopo che il mezzo per una buona comunicazione. Per comunicare consapevolmente, per rispondere consapevolmente nelle nostre comunicazioni, abbiamo bisogno di non essere distratti da strategie basate su idee preconcette del passato, o ambizioni sul futuro. Questi comportamenti di controllo bloccano l’accesso a ciò che emerge nel momento presente e ci fanno dimenticare che siamo in una realtà in costante cambiamento. Abbiamo bisogno di allenarci a fronteggiare imprevisti e cambiamenti, anziché a sviluppare strategie difensive rigide. La qualità dinamica dell’esperienza richiede una flessibilità che non possiamo dare per scontata. Abbiamo bisogno di imparare come “cavalcare l’onda” come fanno i surfisti, con flessibilità e la fiducia di poter entrare in questa corrente senza annegare. Le cose accadono per una serie di fattori concomitanti: fattori che non sono né contro né a nostro favore. Non si materializzano a causa nostra e non scompariranno perché non li vogliamo. Fidarsi di ciò che emerge ci aiuta a sviluppare una migliore capacità di tollerare la insicurezza e l’ambiguità per arrivare ad una verità che non sia una falsa certezza ma radicata in quello che sta veramente accadendo.

Fidarsi di ciò che emerge richiede un gesto interiore: lasciare andare la tendenza ad aggrapparsi alle condizioni esterne. Le condizioni cambiano incessantemente, accettare questa impermanenza ci dà, paradossalmente, una migliore stabilità. E’ una abitudine mentale quella di aggrapparsi alle sensazioni, anche spiacevoli, per trasformarle in oggetti rigidi. Ma qualunque abitudine può essere cambiata.

Un esercizio

Prova ad esplorare in questo momento questa qualità dell’esperienza: fidarsi di ciò che emerge.

Hai qualche piano in mente o una lista di cose da fare? Cosa accadrebbe se lasciassi andare questa agenda? Forse senti il carico dei programmi di altre persone o provi paura in associazione all’idea del cambiamento.

Guarda se puoi rimanere aperto, senza avere nessun programma o qualcosa di specifico da ottenere. Invita te stesso ad abbassare il controllo che eserciti sulle cose…cosa sperimenti?

Se sei con altre persone prova a ricordarti di “fidarti di ciò che emerge” ogni volta che stai per iniziare a parlare. prova ad incontrare l’altro nell’atteggiamento di “non sapere”. Prova a riconoscere che non sai cosa accadrà nella prossima ora, nella prossima settimana, nel prossimo mese.

Prova ad incontrare il cambiamento.

Concludere

In realtà credo che l’inizio e la fine, come nel respiro, siano due esperienze molto vicine. Certamente questo breve percorso termina qui. Con l’invito a fidarsi di ciò che emerge, con l’invito ad accettare la semplice realtà di non sapere.

Nello stesso tempo, come insegna la tradizione buddista, l’ignoranza – intesa come non consapevolezza e non conoscenza della realtà autentica – è la radice della nostra sofferenza. Accettare di non sapere quindi non è un invito alla inconsapevolezza ma un invito a lasciare andare la presunzione di conoscere, per radicare la propria consapevolezza nel presente, nel qui e ora.

Questa consapevolezza richiede pratica, e, come qualsiasi altra capacità, ha bisogno di essere allenata.

Buona pratica!

© Nicoletta Cinotti 2013

 

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