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Le emozioni difficili

Le emozioni difficili sono quelle emozioni che emergono quando qualcosa – in noi o nel mondo esterno – non va come pensavamo. Sono difficili proprio perché rientrano nella categoria dell‘inaspettato e del non desiderato e perché, molto illogicamente, iniziamo a sentirci in colpa perché le cose non sono andate come pensavamo. Magari il nostro contributo all’evento è minimo, ma tendiamo lo stesso a sentirci “difettosi”.

Evitare o esagerare

A questo punto spesso scegliamo tra due strade: o esageriamo e rimaniamo totalmente assorbiti in una sorta di incessante rimuginazione oppure evitiamo, con strategie diversive che possono includere alcool, fumo e divertimenti vari, di prendere atto delle nostre sensazioni emotive. Queste due modalità di risposta sono delle strategie, implicite, di regolazione delle emozioni. Entrambe dicono qualcosa di noi: entrambe rischiano di essere molto disfunzionali. Rimanere impigliato in una emozione negativa è espressione di una modalità depressiva che, se fisiologica nella fase iniziale, rischia di diventare patologica se persiste nel tempo. La strategia d’evitamento, ottima sul momento, finisce per essere disastrosa nel lungo periodo, come sappiamo per esperienza diretta tutte le volte che lasciamo che un lavoro si accumuli per troppo tempo.

Consapevoli delle strategie di regolazione

Ma uno dei difetti principali di queste due strategie di regolazione è che sono automatiche: ossia le mettiamo in essere senza consapevolezza. Questo ha il vantaggio di renderle immediatamente utilizzabili e lo svantaggio che, non essendo consapevoli, non sono scelte e possono non essere adeguate alla situazione. Ma, soprattutto, non attivano le nostre risorse interne e i nostri processi virtuosi di autoregolazione.

Circoli viziosi e processi virtuosi di autoregolazione

Ogni persona, durante la propria crescita, sviluppa processi di autoregolazione. Ossia processi in cui riesce ad occuparsi da solo di se stesso, dei propri bisogni fisici, emotivi e cognitivi, in modo da riuscire a dare significato alla propria esistenza autonomamente, senza perdere il filo della connessione con gli altri. Autoregolazione e regolazione interattiva sono strettamente intrecciati per tutta la nostra vita, anche se, con il diventare adulti, sono diversi i bisogni soddisfatti dalla regolazione interattiva. Non abbiamo più bisogno della mamma quando piangiamo ma certo il conforto di un amico ci fa bene.Purtroppo alcune emozioni ledono molto la nostra fiducia nell’apporto della regolazione interattiva. Se abbiamo una modalità depressiva di affrontare le cose o abbiamo avuto una delusione affettiva, tenderemo a fare un uso eccessivo della autoregolazione: innescando così un circolo vizioso. I circoli viziosi dell’autoregolazione sono quelle modalità ripetitive, automatiche e non evolutive che sembrano offrire soluzioni alle nostre emozioni difficili ma in realtà offrono solo conferme a modalità che sono disfunzionali quando non addirittura abusive, nei confronti di se stessi. Circoli viziosi sono presenti anche nelle modalità di regolazione interattiva e si esprimono, per esempio, nel ripetersi delle stesse modalità relazionali negative. Illudersi nell’amore è spesso un processo ripetitivo che rende la vittima, implicitamente più prona a relazioni distruttive, giusto per fare un esempio.

I processi virtuosi di autoregolazione e regolazione interattiva

I nostri processi di regolazione delle emozioni – sia autoregolativi che di regolazione interattiva – sono virtuosi quando ci consentono di curarsi dei propri bisogni e ci permettono di dare un significato all’esperienza che viviamo…non quando ci puniamo perché abbiamo fallito in qualcosa…ma quando ci occupiamo delle emozioni che il fallimento ha prodotto (tanto per fare un esempio!).
Questa distinzione tra l’oggetto d’attenzione della regolazione, non è né banale né scontata: tendiamo infatti a cercare soluzioni al problema esterno anziché a curarci del nostro dolore.

Perché curare l’esterno anziché l’interno?

Facciamo un esempio un pò paradossale…ma reale. Ci succede qualcosa di brutto: un amico ci ferisce deliberatamente. Anziché curarci del nostro dolore iniziamo a rimuginare sulle ragioni del SUO comportamento, su eventuali piani di vendetta, su come difenderci in futuro da questa eventualità…( e magari la soluzione che ci viene in mente è…rimanere soli)…ect .
Adesso facciamo un’analogia. Succede un incidente: un automobilista ha invaso la corsia opposta provocando un frontale. La vittima della collisione è grave, l’investitore incolume (purtroppo è un’evento piuttosto reale). Arrivano i soccorsi e fanno un intervento sull’investitore aprendo un processo improvvisato, comminandogli una punizione esemplare e, magari, togliendogli la patente…nel frattempo la vittima muore dissanguata. Ecco noi ci comportiamo con noi stessi spesso proprio così. Perché? Fondamentalmente per due ragioni: non tolleriamo di perdere il controllo della situazione e quindi cerchiamo di riacquistarlo prima possibile 1); abbiamo la tendenza (innata?!) ad allontanarci dal dolore.

I segnali di dolore

Come mai facciamo così rispetto ai segnali di dolore? Per alcuni autori l’ipotesi è che noi siamo fisiologicamente programmati ad una risposta molto essenziale rispetto al dolore, simile a quella degli animali: evitare situazioni che possono provocarlo perché sono situazioni pericolose. Una variante del sistema di attacco e fuga entra in funzione ogni volta che proviamo un dolore fisico o emotivo, indifferentemente. Il problema è che questa modalità funziona nello stesso modo sia per il dolore fisico che emotivo. Ma, se è adeguato per il dolore fisico di base – allontana la mano dal fuoco – non lo è per quello emotivo (che peraltro è un dolore assente – o meno frequente – nel mondo animale). In definitiva la presenza di questa risposta fisiologica di base fa sì che possa essere difficile confrontarsi con il dolore e che, in ogni caso, non sia automatico.
Sfortunatamente sopprimere le emozioni, visto che non siamo animali e abbiamo buona memoria, non risolve i problemi. Le emozioni soppresse tendono ad amplificarsi e ad aggregarsi in un processo che viene chiamato sovraidentificazione

La sovraidentificazione

Quando abbiamo lungamente evitato di affrontare un’emozione (o perché l’abbiamo evitata o perché l’abbiamo minimizzata) quello che succede è che avviene una specie di esplosione emotiva e il nostro senso di sè è invaso dalla nostra reazione emotiva che ci avvolge come la carta avvolge una caramella, intrappolandoci. A quel punto non rimangono spazi mentali: ciò che pensiamo e sentiamo sembra una percezione diretta della realtà ma in realtà è una distorsione dovuta a questo processo di sovraidentificazione.
Questo processo coinvolge il senso di se e quindi produce una reattività esasperata: nulla infatti ci fa più paura di qualcosa che leda direttamente il nostro Sé.

Consapevolezza della consapevolezza

Il punto, chiaramente, è notare il dolore quando sorge, senza evitarlo né esagerarlo. Senza rimanere impigliati nelle sensazioni, senza minimizzarle: ossia mantenere una consapevolezza che ci permetta di essere presenti e con uno spazio interno di osservazione. Osservare le cose come sono, nel presente, qui e ora. Non è una capacità che non abbiamo, come possiamo sperimentare quando siamo in forma e sereni, ma necessita allenamento perché funzioni anche nei momenti difficili. Possiamo fare gli esercizi della pagina “Abitare il presente” per allenarci, ma la cosa importante è ricordarci che l’unico modo che abbiamo per essere consapevoli è essere presenti. Il passato è ricordo, il futuro immaginazione, la consapevolezza però può avvenire solo nel fluire presente dell’esperienza ed è lì che possiamo stare e occuparci di noi. E’ lì che possiamo prenderci cura del nostro dolore anziché inseguire il nostro “attentatore”…poi, dopo esserci salvati, se proprio vogliamo, decideremo con calma cosa fare per lui/lei!

La mindfulness ci offre questa meta-consapevolezza: la consapevolezza di essere consapevoli. Invece che semplicemente provare un’emozione, essere consapevoli che la stiamo provando. E’ una distinzione sottile ma sostanziale, che fa la differenza rispetto alla nostra capacità di rispondere efficacemente alle situazioni ed emozioni difficili. Quando mettiamo a fuoco quello che proviamo non siamo più persi e non siamo, potenzialmente, più in una reazione automatica: possiamo scegliere cosa fare.

 

Il viaggio

Un giorno hai saputo finalmente
cosa dovevi fare, e hai cominciato
anche se le voci tutt’intorno
continuavano a urlare
i loro malconsigli
anche se l’intera casa
iniziava a tremare
e tu sentivi l’antico
strattone alle caviglie:
“Ricuci la mia vita!”
ogni voce gridava.
Ma non ti sei fermata.
Sapevi cosa dovevi fare
anche se il vento scardinava
con le sue dita fredde
le fondamenta stesse,
anche se la loro malinconia
era terribile.
Era già abbastanza
tardi, e una notte selvaggia,

la strada piena di
pietre e rami caduti.
Ma pian piano
mentre ti lasciavi le loro voci indietro
le stelle iniziarono a risplendere
fra le lenzuola di nuvole
e ci fu una nuova voce
che lentamente
riconoscesti per tua
a tenerti compagnia mentre
allungavi sempre più profondo
il passo nel mondo
determinata a fare
l’unica cosa che potevi fare –
determinata a salvare
la sola vita che potevi salvare.Mary Oliver

a cura di © Nicoletta Cinotti

 

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