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Le emozioni e l’autoregolazione

L’autoregolazione: una definizione

autoregolazioneautoregolazioneautoregolazioneL’idea che sta alla base del concetto di autoregolazione è che ogni organismo si muove per trovare le migliori soluzioni. In questo senso anche quei comportamenti che possono essere giudicati difensivi o devianti visti dall’esterno, svolgono una funzione di regolazione dello stato corporeo e/o emotivo della persona. Se non siamo in grado di autoregolarci si struttura una dipendenza da un “regolatore” esterno. Può essere una relazione affettiva, una sostanza oppure uno schema di comportamenti. L’autoregolazione in sè è sinonimo di salute solo se è adeguata e bilanciata con la capacità di essere aperti all’ambiente esterno e agli altri. Un eccesso di autoregolazione, infatti, può condurre all’isolamento, all’assorbimento in sè e rendere difficili le relazioni intime.

Una buona autoregolazione quindi è bilanciata con una buona regolazione relazionale.autoregolazione

L’autoregolazione e la corazza

Robert-Mapplethorpe-Photography-7E’ un concetto che viene espresso da Reich  sulla base dell’osservazione del bambino sano in “Bambini del Futuro”  e che viene poi ripreso da Lowen che ne fa uno dei capisaldi del lavoro bioenergetico.

La formazione della corazza muscolare diminuisce le capacità di autoregolazione e ci riporta ad una modalità regolatoria difensiva e obsoleta. Le nostre difese, infatti, nascono dopo il trauma, con lo scopo di proteggerci dal ripetersi di nuovi traumi. Ma non sono selettive e rimangono attive anche quando non sarebbe necessario costruendo, anch’esse, delle modalità regolatorie di risposta emotiva

Le emozioni ci costruiscono

Le emozioni sono il motore dei nostri processi di autoregolazione. Questo per diverse ragioni: forniscono la qualità di attivazione, ci confortano, ci permettono di dare significato agli eventi che accadono, attivano o disattivano le nostre difese. In bioenergetica non è tanto la qualità dell’emozione da considerarsi patologica ma il fatto che il blocco impedisce o rallenta il fluire da una emozione all’altra e quindi la loro modulazione ed elaborazione. Questa è, dal mio punto di vista, la principale e basilare differenza diagnostica con la clinica psicoanalitica. Nella clinica psicoanalitica alcune emozioni sono espressione di patologia. Nella clinica bioenergetica l’enfasi è sul sentire che tipo di emozioni ci sono (consapevolezza), esprimerle (self-expression) mantenendo la padronanza del processo emotivo (self-possession).

L’emozione, la carica e la scarica

dal ritiro al contatoL’emozione è espressione di un processo di carica e scarica che, se non ostacolato dai blocchi, giunge infine alla distensione. E’ nella distensione della scarica che può avvenire  il processo di autoregolazione che permette l’integrazione dell’esperienza.  La scarica però non è necessariamente legata all’agire l’emozione nella realtà. Nel contesto della psicoterapia si offrono strumenti per esplorare la qualità energetica dell’emozione in modo che sia possibile “scaricarla” senza agirla.

Anni dopo Schore parlando dell’autoregolazione dirà…”I neuroscienziati stanno concludendo che “la capacità di modulare le emozioni giace al cuore dell’esperienza umana e l’uso dei processi emotivi di autoregolazione costituisce il nucleo di molti dei moderni approcci psicoterapeutici” (Beauregard, Levesque e Bourgouin, 2001, p. 165); sostenendo che lo sviluppo dell’autoregolazione “può essere aperto al cambiamento nel corso della vita adulta, fornendo la basi di quanto viene tentato nel corso della terapia” (Posner e Rothbart, 1998, p. 1925) e che “il bisogno di conoscere e di comprendere trae la sua origine nella capacità di regolazione e di organizzazione del sé di tutti gli organismi viventi di elaborare le informazioni da un ambiente sovrastante per assicurare la crescita […] l’autoregolazione e la sopravvivenza”. In sostanziale concordanza con il concetto bioenergetico di autoregolazione.

Autoregolarsi quindi non significa darsi delle regole. Significa piuttosto avere una situazione di fluidità che ci permetta di essere consapevoli delle proprie emozioni, di fluire dall’una all’altra raccogliendo e dando significato alla loro presenza, e beneficiando del livello di attivazione che le contraddistingue.

Il contatto come organizzatore dell’esperienza

autoregolazioneautenticitàReich sottolinea la funzione di regolazione emotiva svolta dal sistema nervoso autonomo nelle sue due branche simpatica e parasimpatica. Sottolinea anche la funzione di “organizzatore” svolta dallo sguardo e dal contatto. Il contatto è”…l’elemento psichico empirico indispensabile nel rapporto tra madre e figlio (Reich 1987 p.103)” ma la cosa importante, prosegue Reich non è tanto che ci sia sempre il contatto quanto che la madre sia consapevole di quando non è in grado di dare contatto. Questo per avviare una riflessione che si organizzi attorno a 3 elementi:

  1. perché ha perso il contatto;
  2. Come ha reagito lei alla mancanza di contatto;
  3. Come ha reagito il bambino.

Questi tre elementi di riflessioni offrono spunti di lettura validi per tutte le nostre relazioni. Non è l’inevitabilità della perdita di contatto – espressa con una distanza, un litigio, o una disaffezione – che deve preoccuparci. Allontanandosi dall’idea che il contatto possa esserci sempre Reich sottolinea l’importanza della comprensione di ciò che ha portato alla perdita del contatto. Una comprensione che permetterà alla madre una regolazione successiva. E che può permettere – all’interno di qualunque relazione – una regolazione successiva.

La regolazione interattiva

giaoi.001Quindi se vogliamo conoscere il nostro modo di regolarci in una relazione domandiamoci cosa è avvenuto che ci ha fatto perdere il contatto e come abbiamo risposto noi e il nostro partner alla perdita di contatto. Questo ci permetterà di comprendere meglio come funziona la nostra regolazione relazionale e la nostra autoregolazione in situazione di tensione relazionale.

Attorno alla risposta al contatto e alle reazioni alla mancanza di contatto, anche una volta adulti, continuiamo ad organizzare il nostro essere nel mondo. Ricevere contatto o sentirsi rifiutato – nelle forme diverse che il contatto ha su un adulto – sviluppa una risposta emotiva che può essere disfunzionale, e quindi dis-regolarci, o funzionale e quindi aiutarci a comprendere quello che emerge.

Liberarsi dai preconcetti sul bene e male

Una delle maggiori difficoltà quando parliamo di regolazione emotiva è quello di andare al di là della visione che attribuisce un significato positivo alle emozioni piacevoli e un significato negativo alle emozioni spiacevoli. La valutazione immediata di piacere o dispiacere infatti può essere molto limitativa della complessità delle nostre emozioni. A volte è molto più adeguata una emozione negativa che positiva. A volte siamo, come nelle dipendenze, messi più in difficoltà dal piacere che dal disagio.

Inoltre il trattenere una emozione piacevole più a lungo del suo flusso naturale, non è privo di conseguenze negative, tanto come può esserlo rimanere “attaccati” con l’attenzione a una tensione negativa. Anche se può sembrare strano, aggrapparsi al piacere nasconde due fondamentali insicurezze: la paura che non accadrà di nuovo e, in generale, la paura che il dolore possa soverchiarci.

Il contatto nella clinica

Il contatto assume un ruolo centrale anche nella clinica, sia in Reich che in Lowen. La perdita della capacità di contatto è infatti espressione di una dissociazione che altera la capacità di adesione realistica al proprio mondo interno (Reich) e al mondo esterno (Lowen). Ristabilire la capacità di contatto con il mondo interno ed esterno è alla base di qualsiasi intervento clinico e ha lo scopo di ridurre gli elementi dissociativi. La capacità di contatto al mondo interno ed esterno è mediata in Lowen dal grounding .

autoregolazione ed emozioniIl contatto tra il bambino e la madre non è linguistico ma si basa sui movimenti (Reich 1987 p. 103). “La madre percepisce l’espressione dei movimenti del lattante in primo luogo attraverso il contatto orgonotico (psichicamente:l’identificazione) . Se il suo linguaggio espressivo funziona bene, capisce l’espressione del bambino. Se la madre è corazzata, caratterialmente dura (…) non capisce e lo sviluppo emozionale del neonato può venire variamente danneggiato.(…) Ogni neonato ha la propria particolarità, la propria nota tonica emozionale che va colta, se si vogliono capire le singole reazioni emozionali.(ibidem p.117).

Lo sguardo media e modula la  comunicazione tanto che, ontogeneticamente per Reich, questo è il livello di blocco più arcaico. Lo sguardo sintonizzato crea, secondo Schore la sintonizzazione psicobiologica e un reciproco sistema di ricompensa in cui il viso della madre è uno specchio della vitalità del bambino. La madre interviene modulando gli stati affettivi: espandendo gli affetti positivi e contenendo quelli negativi. La maturazione dell’emisfero destro che è dominante per la decodifica dei segnali visivi ed emotivi è psicobiologicamente sintonizzato sulle risposte dell’emisfero destro della madre. Nella sintonizzazione reciproca delle espressioni facciali, delle vocalizzazioni prosodiche e dei comportamenti motori la diade co-costruisce un sistema reciproco di regolazione a “mediazione corporea”. I sistemi di autoregolazione della madre e del bambino sono aperti e connessi, permeabili alla regolazione reciproca, in quello che Trevarthen definisce “la crescita del cervello promossa dalla regolazione degli affetti”. 

Torniamo così ad uno degli elementi chiave della clinica reichiana e analitico bioenergetica: il blocco produce una forma di ritiro dissociativo che ha una funzione protettiva. Il problema è che questo ritiro può diventare una modalità stabile di risposta all’ambiente.

Il contatto nella terapia bioenergetica

Per Reich (1942) e in seguito anche per Lowen (1970) lavorare con il corpo ha lo scopo di sostenere la capacità di autoregolazione corporea – emotiva di una persona. Una autoregolazione che passa attraverso la capacità di rispondere, fisicamente ed emotivamente, all’attivazione. Quando si verifica quello che Reich definisce un blocco, ossia una contrattura stabile a livello muscolare, si verifica anche una perdita di disponibilità al contatto relazionale. Infatti dal suo punto di vista il blocco nasce come conflitto tra le esigenze individuali e la risposta ambientale. Per regolare la situazione di conflitto avviene un ritiro e una organizzazione ad un livello che suscita minor conflitto. Questa risposta corporea passa attraverso la funzionalità del sistema nervoso autonomo, come spiega efficacemente Lowen (1970 pag. 58). Ogni volta che c’è espansione, estensione, piacere entra in funzione la nervatura parasimpatica. Tornando al contatto, quando una persona è in una situazione di apertura e contatto relazionale è la nervatura parasimpatica ad essere attiva. Viceversa la nervatura simpatica entra in azione quando c’è contrazione, ansia o dolore, ossia quando avviene un ritiro. La perdita di contatto può essere originato dal brusco passaggio da una sensazione di apertura parasimpatica ad una contrazione simpatica. 

Riportare il contatto

Il lavoro sul blocco ha quindi un duplice scopo: riportare contatto con se e riportare la condizione perché sia ripristinata la disponibilità al contatto con gli altri. La salute diventa quindi la realizzazione della nostra capacità di fluire da un contatto relazionale ad una autoregolazione personale. Questo influenza profondamente la nostra definizione di intimità. Abbiamo bisogno di ristabilire l’intimità con noi per riportare intimità nelle nostre relazioni. Infatti se non siamo intimi con noi l’altro sarà – più che un soggetto della relazione – un oggetto pensato per soddisfare le nostre necessità. Una sorta di cibo che “cercheremo di divorare” per calmare una fame che necessita di un altro alimento. E l’altro, sentendo questo aspetto divorante, finirà per sottrarsi al “nostro piatto”, lasciandoci più soli e più incapaci di rispondere al nostro benessere e al nostro bisogno di intimità.

Percorrere la strada di riportare il contatto

Per tornare alla nostra modalità base di intimità abbiamo bisogno di tornare all’alfabeto dell’esperienza: abbiamo bisogno di sciogliere i blocchi che ci limitano e interferiscono con la nostra abilità relazionale e abbiamo bisogno di sperimentarci in una nuova costruzione di intimità, che sia neutra, come avviene in un gruppo terapeutico. Come dice Wislawa Szymborska, dobbiamo molto a quelli che non amiamo, e soprattutto possiamo imparare da loro come ripartire per nuove modalità di costruzione dell’intimità.

©Nicoletta Cinotti 2014

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