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L’equanimità e la disciplina del dialogo

Mindfulness: 56 giorni per la felicità

L’equanimità e la disciplina del dialogo

“Che cos’è questo?” è la domanda che mi accompagna tutte le volte che mi distraggo durante la meditazione. Quando mi distraggo e anche quando trovo qualcosa di interessante.

Ripetere questa semplice domanda, ogni volta, vuol dire guardare con equanimità a ciò che accade.

Una considerazione ovvia che ha impiegato tanto tempo per raggiungermi. Non selezionare: cose noiose e cose interessanti. Cose giuste o cose sbagliate. Cose conosciute o sconosciute. Ripeterla indiscriminatamente e immergersi.

Così quella complessa qualità dell’equanimità mi sembra che diventi più domestica e comprensibile, una specie di alimento fatto di non giudizio, di non presunzione, di pazienza e curiosità. Non c’è più un meglio o peggio. Non c’è nemmeno più un sopra e un sotto: rimane solo quella domanda “cos’è questo?”, pronunciata con la stessa irremovibile volontà di avere una risposta che hanno le domande dei bambini. Solo che non è più “perché” ma un cos’è che apre tutto il campo delle possibilità.

Rimanere vicini a tutte le cose

L’equanimità non è il fine del viaggio o la sua realizzazione ultima. E’ piuttosto uno stato mentale che proviamo ogni volta che facciamo un atto di amicizia verso noi stessi e verso ciò che accade. Ogni volta che scegliamo di rimanere vicini alla nostra esperienza senza allontanarci con il giudizio e la critica. E’ quel dimorare in ogni passo e in ogni respiro che accompagna la pratica di mindfulness. Nessun passo è più importante di un altro. Nessun luogo da raggiungere.

Raramente useremmo la parola equanimità per descrivere com’è stata la nostra giornata. Non diremmo a qualcuno che abbiamo passato una giornata equanime ma gli descrivemmo eventi e sensazioni emotive. Gli descriveremmo il flusso perché l’equanimità è lo stato mentale con il quale rimaniamo nel flusso, con il quale stiamo a galla.

Gli eventi e gli stati mentali

A volte facciamo una strana confusione: vorremmo essere equilibrati e cerchiamo di farlo appiattendo le onde.

Non può funzionare.

Forse solo raramente nella nostra vita possiamo essere di fronte alla pianura, alla calma del lago, alla serenità del cielo. Ma il mutare degli eventi esterni non significa che anche il nostro stato mentale debba propendere per una o l’altra direzione. Possiamo rimanere in contatto con le diverse sfaccettature del panorama esterno, come avviene nella meditazione del lago o nella meditazione della montagna, ricordando che gli eventi non sono niente di personale ma solo aspetti “atmosferici” della nostra vita.

L’indiviso

A volte si tocca il punto fermo e impensabile dove nulla da nulla è più diviso,
né morte da vita
né innocenza da colpa,

e dove anche il dolore è gioia piena.
Sono cose, queste, che si dicono per noi soltanto. Altri ne riderebbero.

Ma dire si devono. Le annoto
per te che le sai bene e per testimonianza dell’amore eterno.

Mario Luzi

L’equilibrio e l’immutabilità

Questo tentativo di appiattire le onde non è altro che una delle forme del nostro amore per l’immutabilità. Ci sentiamo minacciati dal fatto che le cose cambino, dal passare da un successo ad un fallimento, da una gioia ad un dolore, dalla gioventù all’invecchiamento. E ogni forma che il cambiamento assume può diventare una minaccia all’equilibrio precariamente raggiunto. Non possiamo affidare il nostro equilibrio all’immutabilità. Dietro a questo desiderio di costanza e stabilità, dietro al nostro desiderio di dominare o controllare il corso degli eventi, dietro alla nostra pretesa di non rimanere sorpresi, sta la nostra paura di confrontarci con l’inizio e con la fine. Con la morte e con la nascita. Non a caso sono spesso eventi estremi che ci spingono alla ricerca interiore: perché in quel momento comprendiamo davvero che non possiamo più nasconderci dietro alla nostra pretesa di potere.

Vogliamo che qualcosa duri per sempre oppure temiamo che sia per sempre.Quando cadiamo nei due estremi di cercare di mantenere qualcosa o di liberarcene, sacrifichiamo la nostra capacità di essere egualmente vicini a tutte le cose e di andare incontro a tutti i momenti con lo stesso rispetto. Patricia Feldman in una conferenza

Avere un problema non è avere un’esperienza

l'equanimità e la disciplina del dialogoQuando arriva l’inaspettato spesso lo percepiamo come un problema. Abbiamo sensazioni di vario tipo e reazioni altrettanto varie. Ma fino a che non mettiamo a fuoco che tipo di relazione abbiamo con questo evento non possiamo dire di avere davvero un’esperienza. Possiamo dire di essere trascinati, investiti, colpiti, esaltati ma se non possiamo vedere come stiamo dentro a ciò che accade, quell’esperienza non può diventare apprendimento. E questo primo atto – esplorare la relazione che abbiamo con ciò che accade – è già un atto di equanimità. Indipendentemente da quanto il nostro atteggiamento sia esaltato o depresso. Siamo equanimi perché siamo in dialogo.

L’equanimità come dialogo

Il dialogo si interrompe quando diventiamo troppo identificati con una posizione. Allora chiudiamo l’argomento, come si suol dire. La perdita di equanimità avviene quando siamo troppo identificati con quello che accade: le cose stanno andando bene quindi sono un grande. Stanno andando male quindi sono un fallimento.

Ma chi saremmo al di fuori di questi eventi? Chi sarei se non mi facessi definire da ciò che accade? Se abbiamo bisogno di avere un evento per essere qualcuno, lasceremo che gli eventi ci definiscano e non avremo un vero e amoroso dialogo con la nostra stessa vita. Essere equanimi è la risposta alla domanda di chi saremmo senza un evento che ci definisca. Di chi saremmo se, anziché nel monologo dell’identificazione, fossimo nel dialogo dell’esperienza.

“L’acqua è insegnata dalla sete.
La terra, dagli oceani traversati.
La gioia, dal dolore.
La pace, dai racconti di battaglie. L’amore. Da un’impronta di memoria. Gli uccelli, dalla neve.” Emily Dickinson

Gli interruttori….

Dentro di me uso spesso la metafora dell’interruttore: l’interruttore è quello che fa da cerniera nel dialogo con l’esperienza, nell’osservazione della nostra relazione con le cose. Trovare l’interruttore è sempre un momento di grande libertà e quindi di felicità. Accorgermi che l’equanimità sta nella mia capacità di esplorare l’esperienza non evitava affatto che mi ritrovassi arroccata in una posizione rigida, né mi metteva al riparo dal finire trascinata dalle cose. Mi dava un’ancora per uscire ma non mi diceva nulla su come facevo ad entrare in quella grande centrifuga che a volte è la vita. Mi sono accorta che spesso ho lasciato che fosse la mia rigidità a definirmi. La rigidità nel corpo dà una sensazione di confine, di definizione e spesso si traduce in una forma di pensiero che divide anziché unire.

Se l’aggrapparsi è il movimento corporeo che impedisce il lasciar andare, la rigidità è stata per me il movimento corporeo che per tanto tempo ha impedito una posizione equanime e uno stato mentale equanime.Nella rigidità definivo la mia posizione e tutto il resto era altro da me. Altro. Potevo interrompere un dialogo, rompere una relazione, prendere una posizione con grande forza e determinazione. Perché dividevo le cose in due, sceglievo la metà della mela che preferivo. Non sempre era la migliore ma sempre era quella in cui mi identificavo. Ho capito così che la rigidità è la malattia della sovraidentificazione. Quando diventiamo troppo definiti il senso di appartenenza e il doloroso senso di esclusione che ne è la naturale cornice, disegnano il panorama interno e esterno.

L’equanimità è l’anima del lavoro interiore, il cuore del sentiero, il cuore della realizzazione e dell’adempimento. L’equanimità è l’anima della presenza mentale che chiamiamo consapevolezza non-giudicante, cioè una consapevolezza che tende all’equanimità. Corrado Pensa

Nella rigidità sperimento una sorta di sfiducia: una sfiducia nella possibilità che esista qualcosa di diverso. Una sfiducia che, insospettabilmente, arriva da una sensazione che non è facile da incontrare: non ci credo. Non credo che si possa fare, penso piuttosto di dovermi accontentare, rassegnare o proteggere da quello che accade. Qualsiasi movimento di protensione verso l’esterno si ritira e mi ritrovo immobile, come se potessi cavalcare così la legge dell’immutabilità. Come se potessi dominare l’impermanenza. In fondo, in molti momenti ho pensato che la mia rigidità servisse proprio a questo: a darmi l’illusione che esistesse un “per sempre”.

… e la speranza corporea

La parola speranza non ha una grande fama nella tradizione buddista. In una delle volte in cui mi sembrava di essere più scoraggiata e ritirata nella rigidità mi sono immersa totalmente in quella sensazione. L’ho abitata, percepita, sperimentata senza differenze e distanze, senza osservatore e osservato. E dopo tutto ho sentito che la tensione nel corpo si allentava, che la morsa mi lasciava, che lo scoraggiamento scivolava via per lasciare spazio ad una meravigliosa sensazione che ho chiamato speranza corporea. La speranza corporea la incontri quando, svegliando il corpo, ti rendi conto che avviene un’apertura che trasforma lo scoraggiamento in nuova vitalità. Lo trasforma perché ci sei entrata dentro fino in fondo. Perché ti sei messa di fronte al drago, anziché scappare. Perché hai avuto fiducia che c’è qualcosa che rompe l’incantesimo in cui siamo imprigionati: quell’incantesimo che ci rende sempre un po’ estranei a noi stessi. Ho capito che l’esperienza – senza distanze – la totale immersione nell’esperienza, anche dello scoraggiamento, mi restituiva quella fiducia che chiamo speranza corporea. Così mi sembra che lo scopo della bioenergetica sia dare radicamento alla speranza del corpo, piuttosto che a quella della mente e, attraverso lo sciogliersi e il cedere dei blocchi e delle tensioni, aprirci e aiutarci a sostenere il dialogo dell’equanimità. Prende forma una nuova declinazione del dialogo: dialogo è permettere a tutte le parti di parlare e essere vissute fino in fondo. La disciplina del dialogo è continuare a stare nella conversazione anche quando compare lo spettro dello scoraggiamento, del ritiro, della chiusura.

Dunque, ci proponiamo di osservare con gentilezza le onde di sfiducia, le onde di scoraggiamento, che generano squilibrio e disorientamento, e minano la nostra motivazione. Dobbiamo prenderci cura di queste onde di sfiducia, di autosvalutazione, di scoraggiamento e per prima cosa praticare la vipassana. Percepiamo con gentilezza e, se possibile, con tenerezza, la qualità di quest’onda di sfiducia, cerchiamo veramente di incontrarla e di osservarla gentilmente. Corrado Pensa

Il movimento corporeo è un movimento mentale

Accorgermi della rigidità corporea è stato il primo passo per esplorare la mia rigidità mentale. Che non era tanto una rigidità di idee quanto un impulso, fortissimo e contrapposto, tra il desiderio di sparire e il desiderio di essere vista. L’interruttore, quello che mi spinge alla rigidità, per me è l’oscillazione tra questi due desideri. Scelgo uno, e mi trovo spinta verso l’altro. Il desiderio di vincere e le infinite forme di sabotaggio esprimono bene questa continua tensione tra il desiderio di sparire e quello di apparire.

Il Sé grandioso, seppur fragile e dipendente dall’ammirazione degli altri, si crede onnipotente e autosufficiente e quindi si ritira nell’isolamento o nella distanza emotiva, oppure, ove minacciato, si aggrappa ad un oggetto idealizzato attraverso cui spera di recuperare la propria forza. Mark Epstein

Questi due desideri, queste due spinte, mettono in moto la centrifuga. Dotate di forza contrapposta e di pari intensità alternavo momenti in cui senza gli altri mi sembrava di morire, a momenti in cui non vedevo l’ora di essere assolutamente sola e inesistente. Leggera come l’aria o il pulviscolo che si vede in trasparenza. A volte vinceva un desiderio, a volte l’altro ma avevano, fino a quel momento, una relazione reciprocamente escludente. Ero come Henry Layton di Spoon River, un’anima senza vita perché sempre a metà. E, forse, l’altra metà della mela non era il principe azzurro ma quella parte lungamente rifiutata di me.

Chiunque tu sia, che passi qui accanto

sappi che mio padre era mite,

e mia madre violenta,

e che sono nato dalla somma di due metà contrastanti,

non amalgamate e fuse,

ma ciascuna distinta, saldate insieme debolmente.

Qualcuno di voi mi giudicò mite,

altri violento,

altri l’una e l’altra cosa.

Ma nessuna delle mie metà causò la mia rovina.

Fu il distacco delle due metà,

l’una mai parte dell’altra,

che mi ridusse un’anima senza vita.

Il protettore distaccato

Che il problema fosse il distacco tra queste due metà era evidente e chiaro. Forte come una bastonata sulla testa. Dentro di me viveva una specie di protettore che aveva lo scopo di tenermi lontano dalle esperienze difficili o dolorose. Non troppo lontana, perché altrimenti me ne sarei accorta subito ma con quella leggera distanza che rendeva tutto verosimile ma non vero. Così passavo da un aspetto, la vincente, all’altro, l’autosabotatrice, senza metterli mai davvero insieme. Un giorno, dentro al ritiro di Insight Dialogue, il mio protettore distaccato ebbe un momento di défaillance e di fronte agli occhi del mio compagno di meditazione mi lasciò esistere intera, con le due metà contrastanti. Fu la compassione del suo sguardo a ri-unirmi o la compassione nel mio? Non credo faccia molta differenza.

Quel distacco era la razionalizzazione che mi teneva fuori dall’esperienza con la semplice constatazione “Tanto non si possono cambiare le cose”, “tanto non serve a niente”. Un distacco che si basa sulla dissociazione mente – corpo e che permette l’utilizzo di strategie cognitive di regolazione spesso molto inefficaci sul piano emotivo. Tradotto “capiamo bene tutto ma la cosa non tocca la sostanza dell’esperienza“. E non toccando la sostanza dell’esperienza niente cambia. Come dice Lowen, se desideriamo che cambi la nostra mente e che sia un cambiamento duraturo è necessario passare dal corpo.

L’insieme delle nostre strategie di regolazione cognitiva costruiscono una sorta di “protettore distaccato”. Una parte di noi che entra in azione per proteggerci, lo fa attraverso la razionalizzazione e alimenta quella stessa dissociazione che è alla radice di molta della nostra sofferenza: la distanza dall’esperienza e la seconda freccia della reattività.

Qui risiede la liberazione dalla sofferenza. La liberazione è nella pratica e in ogni momento in cui prendiamo rifugio nel campo del non  sapere. Questi sono i momenti in cui possiamo prendere l’iniziativa in presenza di quella narrative interiori che annunciano disperazione e fallimento. Jon Kabat Zinn

Le dieci perfezioni

Così l’equanimità non è più il raggiungimento ultimo, uno dei fattori del Risveglio o una delle dieci perfezioni. E’ la volontà di uscire dall’arroccamento narcisistico per mettere in dialogo ciò che è già presente nel panorama interno e aspetta solo di venir ascoltato, di avere diritto di parola. Ho capito che dietro allo scoraggiamento sta la vergogna, la paura di fallire di nuovo e che la vergogna è l’opposto della fiducia. Se hai fiducia non provi vergogna, provi sollievo, incontro, libertà. Se ti vergogni non esiste fiducia possibile. Esiste solo una distanza calibrata. Calibrata per nascondere, calibrata per mostrare.

Alla fine ho capito che tutto quello che non mi aveva convinto, nei lunghissimi anni di pratica meditativa nelle diverse tradizioni, era proprio quell’aria narcisistica, da supereroi, che tanti meditanti assumano. Ecco perché ho amato così tanto la mindfulness: non è la strada dei supereroi. E’ la strada in cui – come dice Kabat Zinn fin dal titolo di uno dei suoi libri più belli – vivi pienamente la catastrofe della tua vita nelle sue pieghe più intime e qui trovi una inspiegabile fonte di felicità.

La disciplina del dialogo

L’equanimità è diventata così, per me la disciplina del dialogo. Una disciplina che seguo con le linee guida dell’Insight Dialogue: pratico Pausa per portare la consapevolezza al presente, pratico Rilassa e Apri. Ascolto profondamente, accolgo con fiducia ciò che emerge e dico la verità.  La prima volta che ho sentito Gregory Kramer parlare di rilassa mi sono, tanto per cambiare, un po’ ribellata. Come praticare rilassa? La vipassana è accogliere tutto ciò che esiste senza modificarlo – diceva la maestrina dalla penna rossa che abita nell’attico del mio condominio (cioè nella mia testa) – rilassa è forzare qualcosa che non c’è. Poi Gregory ha raccontato di come, dopo oltre 20 di pratica di vipassana, durante un ritiro intensivo il suo maestro gli avesse fatto notare quanta tensione e sforzo c’era nella sua ricerca. Ecco, senza paragoni, ho riconosciuto quanto mi sforzassi di non sforzarmi, come ho già detto qualche settimana fa. Quanto questa linea guida Rilassa fosse una specie di antidoto per la mia rigidità. E come, dietro a questo, in fondo, ci fosse il desiderio di un obiettivo preciso. Un obiettivo chiuso. Ecco perché la linea guida Apri è così centrale: perché riconosce che abbiamo bisogno di aprire la mente attraverso l’incontro con l’altro. Senza quel dialogo rimaniamo monadi. Mentre il percorso della consapevolezza è un percorso di apertura infinita. In quello spazio avviene la dimensione profonda dell’ascolto e dell’incontro dal quale emerge la nostra più sincera verità.

E l’incontro è una grande ragione di felicità.

Momenti di trascurabile felicità. Il momento in cui finisce il rumore della centrifuga della lavatrice. Francesco Piccolo

© Nicoletta Cinotti 2015

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Foto di ©hurleygurley

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