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L’equanimità e la gentilezza

Quando respiriamo c’è un momento in cui fine e inizio del respiro si incontrano. In quel momento possiamo sperimentare la radice della gentilezza e della compassione. Quella radice si chiama equanimità. È quando abbiamo acquietato l’avversione, quando abbiamo lasciato andare l’attaccamento e l’aggrapparsi alle cose che ci piacciono, che sperimentiamo quello stato di calma che possiamo definire equanimità.

L’equanimità è lontana dalla indifferenza. Non significa non provare nulla: significa, al contrario, riuscire a cogliere la radice della compassione e gentilezza quel tanto che ci permette di aprire la mente non solo alla nostra prospettiva ma anche a quella dell’altro.

Un orto ben arato: l’equanimità

È qui, in quello spazio tra la fine del respiro e l’inizio dell’inspirazione successiva, che possiamo trovare quella radice.

Nella tradizione tibetana c’è una metafora che viene usata per spiegare cos’è l’equanimità. L’equanimità è come un campo ben arato. Perché l’acqua non ristagni in alcuni punti o manchi in altri, non dobbiamo occuparci solo della profondità dei solchi. Dobbiamo fare in modo che il nostro campo sia in pari.

Questo vale anche per il nostro corpo e, di conseguenza, anche per le nostre emozioni. Quando l’energia non scorre, è bloccata dalle tensioni, quello che accade è che l’acqua della vita porta ristagni in alcune zone e aridità in altre.

Di conseguenza ci troveremo a provare più spesso certi tipi di emozioni, connesse a quelle aree di ristagno, e magari non proveremo mai altri tipi di emozioni, connesse a zone inaridite del nostro corpo.

Il lavoro corporeo ha, metaforicamente e non solo, lo scopo di rimettere in circolazione l’energia, riportando flusso dove c’era ristagno e acqua, dove c’era aridità.

Il linguaggio del corpo però è il linguaggio delle emozioni. Nel fare questo lavoro quindi non dovremo stupirci se riaffioreranno sensazioni, emozioni, anche molto antiche. Quando blocchiamo il corpo, blocchiamo anche l’emozione che il corpo contiene e solo attraverso lo sciogliersi della tensione permettiamo che riemerga l’emozione ad essa relativa.

Meglio non avere aspettative

Lavorando con il corpo non sappiamo mai bene dove andremo a finire. Perché – per quanto grande sia – la nostra consapevolezza è sempre limitata dalle nostre tensioni. Così, paradossalmente, in questo lavoro è il corpo che “decide” cosa e quanto far emergere.

Magari partiamo per il ritiro con la convinzione che ci siano un sacco di cose che hanno bisogno di essere viste e troveremo una quiete serena e sonnacchiosa. Oppure siamo convinti che non ci sia molto da scoprire, e invece veniamo colpiti da un’onda di emozioni.

Spesso il fatto che le cose non vadano come ci aspettavamo, produce delusione. In realtà è la saggezza del corpo e della nostra modalità di autoregolazione che parla. E va rispettata.

Lavorare con il corpo è un grande esercizio di umiltà: ci sono cose che non accadranno, altre che accadranno anche se non le volevamo, perché, al di là della nostra volontà e della nostra mente cosciente, c’è qualcosa di più profondo, di più originario e di più saggio che avviene e che va ascoltato. Che senso avrebbe fare un ritiro per continuare ad ascoltare lo stesso disco?

La saggezza dell’autoregolazione

L’idea che sta alla base del concetto di autoregolazione è che ogni organismo si muove per trovare le migliori soluzioni. In questo senso anche quei comportamenti che possono essere giudicati difensivi o devianti visti dall’esterno, svolgono una funzione di regolazione dello stato corporeo e/o emotivo della persona. Non significa quindi darsi delle regole. Significa piuttosto avere una situazione di fluidità che ci permetta di essere consapevoli delle proprie emozioni, di fluire dall’una all’altra raccogliendo e dando significato alla loro presenza, e beneficiando del livello di attivazione che le contraddistingue.

L’autoregolazione in sé è sinonimo di salute solo se è adeguata e bilanciata con la capacità di essere aperti all’ambiente esterno e agli altri. Un eccesso di autoregolazione, infatti, può condurre all’isolamento, all’assorbimento in sé e rendere difficili le relazioni intime.

Una buona autoregolazione quindi è bilanciata con una buona regolazione relazionale.

La guarigione naturale

Molte ferite, molte malattie, guariscono spontaneamente in un tempo variabile. Più siamo “sani”, più velocemente recuperiamo, in autonomia, da queste ferite e malattie.

Perché la nevrosi non guarisce autonomamente come le sbucciature sui ginocchi che avevamo da bambini? Perché i traumi non si riparano come gli ossi che riformano il callo osseo?Perché la nostra risposta difensiva interferisce con il processo naturale di guarigione, e ci porta a “tradire noi stessi” – con piccoli o grandi sabotaggi – e a isolarci dagli altri.

La pratica della mindfulness e della bioenergetica si collocano qui: nel ripristino delle nostre naturali capacità di autoregolazione e regolazione relazionale.

Per questa ragione nel ritiro ci saranno molti momenti in cui lavoreremo sulla regolazione relazionale, attraverso la pratica di Insight Dialogue come modo per ripristinare la nostra capacità di autoregolazione. Da soli possiamo anche funzionare bene ma senza gli altri non c’è una vera vita.

Così inizio e fine si incontrano nel nostro respiro e la gentilezza per noi si incontra con la gentilezza per gli altri.

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© Nicoletta Cinotti 2015

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