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L’insight energetico e la catarsi per Angela Klopsteck

Energia e psicologia

accettareIl concetto di energia in psicologia è stato uno dei più criticati. Le ragioni di questa critica sono state molte. George Downing nel suo “Il corpo e la parola” afferma che il concetto energetico è uno degli aspetti più critici del pensiero reichiano ed è tutt’ora da dimostrare. Indubbiamente una parte della difficile reputazione del concetto di energia si deve all’estensione cosmica della teoria orgonica. un passaggio che Lowen ritenne da subito non necessario, pur mantenendo l’idea che i processi emotivi siano dei processi energetici. Oggi sappiamo che le emozioni hanno un profilo di attivazione e che questo profilo di attivazione – diverso per ogni emozione e per ogni persona – disegna la finestra di tolleranza delle nostre esperienze emotive. Possiamo quindi dire di aver superato il problema che Downing sollevava nel 1995, della non scientificità del concetto di energia.

Daniel Siegel arriva addirittura ad utilizzare il concetto energetico per definire cos’è la mente. Egli afferma infatti che la mente è il processo che regola il flusso di energia e di informazioni.

L’energia e le esperienze catartiche

Una delle critiche più frequentemente mosse all’approccio energetico alla psicoterapia è il ruolo delle esperienze catartiche.

Storia delle esperienze catartiche

catarsiI diversi approcci di psicoterapia corporea, hanno considerato le esperienze catartiche un obiettivo essenziale della terapia, arrivando spesso all’uso esclusivo di interventi mirati a promuovere questo processo. Questa tendenza era motivata, essenzialmente, da due ragioni: l’esperienza catartica è coinvolgente, diversa, sembra provocare cambiamenti rapidi ed al termine della seduta il paziente si sente bene (ed il terapeuta potente).

Successivamente abbiamo assistito ad un lento relegare il lavoro catartico all’angolo, con un prevalere degli interventi più morbidi. Ancora oggi siamo in questa fase di passaggio. Questo cambiamento così rilevante è dovuto ad una molteplicità di fattori: da una parte  l’avvicinamento all’approccio della teoria delle relazioni oggettuali e alla clinica del trauma  a cui va aggiunto la crescente “femminilizzazione” della professione terapeutica, dall’altra alla consapevolezza che le esperienze che superano la nostra finestra di tolleranza possono essere di difficile integrazione.

L’origine del lavoro sulla catarsi

Storicamente, l’uso di metodologie catartiche, come l’ipnosi, e la rilevanza terapeutica delle esperienze catartiche, risale agli inizi della psicanalisi e all’originario lavoro di Breuer e Freud. Nel  loro studio sull’isteria, enfatizzarono l’importanza dell’affetto e della sua scarica, sostenendo che il ricordo senza affetto risulta inefficace (Freud e Breuer, 1970). Ben presto, però, Freud abbandonò le metodologie catartiche in favore di altri metodi, come la libera associazione e l’interpretazione dei sogni,  finalizzati a portare a livello cosciente il materiale inconscio rimosso. 

Reich considerò l’abbandono della catarsi un grave errore, recuperò i lavori originali di Freud sull’argomento e la catarsi divenne l’aspetto centrale della sua opera classica sull’analisi del carattere (Reich, 1983). 

Ampliò la teoria freudiana sulle pulsioni  introducendo il concetto di difesa corporea come controparte energetica della difesa psichica, sviluppando una comprensione ed un modello di interazione fra mente e corpo. Successivamente sviluppò non solo nuovi metodi di trattamento ma un modello olistico del comportamento umano, basato su un concetto energetico intuitivamente suggestivo ma scientificamente dubbio. L’idea reichiana di eliminazione dell’armatura caratteriale e il suo approccio al trattamento, sono rappresentativi della sua profonda fede nell’efficacia dei metodi catartici. L’eliminazione dell’armatura caratteriale avrebbe permesso il ristabilirsi pieno  della capacità di autoregolazione dell’uomo (Reich 1983, p.185).

“Per quanto concerne la nostra pratica clinica, non vi possono essere più dubbi sul fatto che ogni trattamento analitico riuscito, che significa la trasformazione della struttura caratteriale nevrotica nel carattere genitale, distrugge gli arbitri moralistici rimpiazzandoli con un’opera di autoregolazione basata su una sana economia libidica”.

Lowen e la catarsi

tribùLowen basò la sua formulazione e il successivo sviluppo dell’analisi bioenergetica su vari elementi del pensiero reichiano, in particolare sulla comprensione del carattere e dell’analisi del carattere (Lowen 1958).  L’ uso e il ruolo dell’esperienza catartica cambiò però con il tempo. L’Analisi Bioenergetica si concentra non solo sul sentire in se stesso ma anche sulla profondità del sentimento ed ha sviluppato interventi mirati a raggiungere questo scopo; per questo motivo il lavoro sulla catarsi, appartenente alla tradizione reichiana, fu frequentemente utilizzato agli inizi dell’Analisi Bioenergetica. Col tempo e comunque almeno negli ultimi scritti, Lowen cambiò la sua posizione mostrandosi incredibilmente interessato alla relazione ed al processo, aprendo uno spazio al ruolo del terapeuta ed alla necessità di un processo integrativo.

“Il crollo delle difese dell’ego non è un traguardo legittimo per la terapia. Queste difese vanno rispettate a meno che non sia possibile aiutare il paziente a sviluppare un metodo più efficace nell’affrontare lo stress della vita. Quest’azione distruttiva è valida unicamente se conduce ad un superamento che includa lo sviluppo di una comprensione ed integrazione del nuovo sentimento nella personalità” (Lowen 1980 p.157).

Le critiche alla catarsi

La maggior parte delle critiche si focalizzano su tre aspetti potenzialmente problematici: la possibilità della ripetizione del trauma a causa dell’alta carica energetica  e dell’intensità degli affetti coinvolti in questo lavoro (Ogden & Minton 2000); gli effetti a breve durata dell’introspezione sperimentata attraverso le esperienze catartiche; il pericolo di rimanere vittima di una forma di dipendenza dall’esperienza ad alta carica della catarsi, spesso vissuta con un senso positivo di liberazione, che può  manifestarsi con la ripetuta ricerca di esperienze simili. Queste critiche e argomentazioni sono parte di un dibattito più generale riguardo al ruolo ed al bilanciamento fra energia e relazione, sicurezza e intensità, alta energia contro bassa energia e cariche emozionali intese come agenti terapeutici. Una critica più articolata, benché all’interno di un generale apprezzamento per le idee di Reich e Lowen, viene da Downing (Downing 1996, p. 74): “A mio avviso il concetto di catarsi è carente nel fatto che (…) molti pazienti con disturbi precoci (oggi definiti borderline) non traggono beneficio da questo tipo trattamento. I sentimenti liberati possono essere percepiti come soverchianti. (…) Alcuni dei pazienti più stabili, a proprio agio con le emozioni forti, sembrano “intrappolati” nei loro sfoghi catartici. Come risultato le loro esplorazioni affettive risultano stereotipate e quanto mai artificiali”.

L’insight energetico di Angela Klopsteck

th (3)Angela Klopstech, con la sua definizione di “introspezione energetica” crea una connessione fra le introspezioni emotive profonde che accompagnano a livello energetico ed emozionale le esperienze intense e le rappresentazioni cognitivo-verbali di queste esperienze: “Per introspezione energetica intendo l’introspezione che accompagna proprio l’esperienza fisica ed emotiva di cambiamento all’interno del paziente” e “l’aspetto cruciale, in questo caso, è la  simultaneità di pensiero/sentimento/sensazione corporea. È questa esperienza simultanea e concomitante tra percezione corporea, emotiva e cognitiva che rende l’esperienza profonda dando la sensazione di un cambiamento interno” (Klopstech 2000, p. 60; 2002, p. 67).

L’introspezione energetica spesso tende a coinvolgere, con una piccola pausa, l’area cerebrale verbale simbolica, che può manifestarsi attraverso un’espressione verbale come una parola o una frase, ma può risultare anche in un’azione fisica come uno sguardo significativo, un gesto spontaneo o un sorriso.

Quello che questi recenti contributi hanno in comune è il fatto di considerare i sentimenti profondi e ad alta intensità capaci di un importante impatto terapeutico senza necessariamente considerare la salute emotiva come una conseguenza immediata ed automatica dell’esperienza catartica.

Bioenergetica e Neuroscienze

IMG00017-20090315-1638Molto recentemente gli analisti bioenergetici hanno iniziato a considerare le implicazioni delle neuro-scienze nel loro campo di ricerca (es: Koemeda 2004, Koemeda & Steinmann 2003, Lewis 2004, Resnek-Sannes 2003a, 2003b). Per la prima volta, al di fuori dell’ambito della psicoterapia corporea, il corpo è visto come un protagonista  attivo e necessario per la comprensione dello sviluppo e del processo psicoterapico, piuttosto che essere considerato semplicemente d’aiuto o peggio ancora non essenziale.

“Il cervello non è altro che uno degli elementi del sistema complesso costituito dal nostro corpo. Acquisiamo informazioni ed interagiamo con il mondo attraverso il nostro corpo ed il nostro corpo cambia – ed in alcuni contribuisce a cambiare– con i processi cognitivi ed emotivi” (Kutas & Federmeier 1998, p.135).

Il lavoro di gran lunga più completo che traccia una panoramica ed una valutazione dei dati di ricerca ed in cui viene offerta una teoria sulla regolazione ed una sua applicazione alla psicoterapia e psichiatria, è offerto da Schore, attraverso numerosi articoli e tre straordinari libri (1994, 2003a, 2003b). P

L’affermazione centrale di Schore sullo svolgersi del processo terapeutico, chiarisce perché è cosi importante il lavoro corporeo:“La relazione terapeutica  può modificare la struttura del sistema cerebrale del paziente che, inconsciamente e consciamente, elabora e regola le informazioni esterne ed interne. Questo comporta una riduzione dei sintomi negativi  ma soprattutto un miglioramento delle sue capacità adattive” (Schore 2003, p xvii).

Schore unisce i dati della ricerca sull’interazione madre-bambino, i dati neuroscientifici e la psicoanalisi per descrivere “i meccanismi biologici attraverso i quali la relazione d’attaccamento facilita lo sviluppo delle principali strutture di autoregolazione nel cervello del neonato” (Schore 2003a, p.xiii). Applica poi il paradigma dello sviluppo al modello del processo psicoterapeutico: “Se lo sviluppo rappresenta fondamentalmente il processo di cambiamento, allora la psicoterapia è, in definitiva, legata alla psicologia dello sviluppo” (Schore 2003a, p.xvii). Al fine di spiegare il passaggio dal cervello in maturazione del bambino al cervello adulto, utilizza le scoperte neurobiologiche sulla crescita continua dell’emisfero destro durante tutta la vita “…il cervello dell’adulto mantiene una certa elasticità durante tutto l’arco vitale. Questa caratteristica, che coinvolge specialmente l’emisfero destro rilevante per l’autoregolazione,  permette l’apprendimento emotivo che si accompagna ad una esperienza psicoterapeutica efficace” (Schore 2003a, p.xviii).

Schore e la regolazione emotiva

Schore distingue fra due differenti forme di strategie regolatorie: il controllo conscio, verbale e volontario degli stati emotivi connesso alla funzione dell’emisfero sinistro e la funzione di regolazione non verbale connessa all’emisfero destro. Entrambi gli emisferi  partecipano al compito dell’autoregolazione svolgendo differenti funzioni e mostrando diversi schemi di connessioni cortico-subcorticali. La regolazione conscia dell’emozione lateralizzata a sinistra è un processo dall’alto verso il basso (LeDoux 1996, p. 172) con le aree frontali e superiori della corteccia dominanti rispetto alle attività sottocorticali. Questa strategia di regolazione, realizza il principio per cui “noi cambiamo il modo di sentire cambiando il modo di pensare” . La funzione regolatoria dell’esmisfero destro si esprime attraverso la comunicazione corporea non verbale tra psicoterapeuta e paziente. In generale, l’emisfero destro è dominante per la ricezione e l’espressione di emozioni positive e negative e per affrontare lo stress e l’incertezza. 

Riassumendo potremmo dire che l’informazione specifica dei processi di psicoterapia corporea, come l’espressione facciale, la qualità del contatto oculare, la voce, i gesti spontanei, il tocco ed il contatto corporeo, sono connessi alla funzionalità dell’emisfero destro. In questo emisfero l’informazione viene elaborata con un processo “dal basso verso l’alto”.

 Secondo questo punto di vista, i processi catartici e le introspezioni energetiche che essi generano, possono essere compresi come processi corporei che producono una risonanza a livello di configurazione cerebrale. Si disegna così un processo “dal basso verso l’alto”. 

La fonte dalla quale si evolve una tale flessibilità è una esperienza di attaccamento sicuro: “La capacità adattiva a spostarsi fra modalità regolatorie duali, a seconda del contesto sociale, è propria di un organismo biologico che si sviluppa con un passato di interazioni di attaccamento stabili e di un ambiente sociale primario sintonizzato” (Schore 2003, p.259). L’importanza e l’essenza di ogni autoregolazione diadica, come per esempio nella diade terapeutica, risiede nello sviluppo della capacità di regolazione emotiva dell’individuo attraverso le risorse comuni della diade, che svolgono il ruolo di “ambiente che facilita la crescita”, come dice Schore.

Teorie dell’emozione: Greenberg

Un’altra fonte di importanti contributi ci viene dalle recenti teorie e nuove ricerche sull’emozione.  Greenberg, psicoterapeuta e ricercatore, è ben conosciuto per essere rappresentante della corrente umanistica esperienziale nell’ambito della teoria dell’emozione. La sua “terapia centrata sull’emozione” considera l’intensità, l’espressione e la riflessione come importanti agenti di cambiamento (Greenberg 2002). Questi tre elementi sono caratteristici anche delle esperienze catartiche e rendono possibile la loro integrazione. Greenberg definisce le emozioni in termini di schemi cognitivi, affettivi e motivazionali-comportamentali. L’insieme di questi schemi produce una percezione corporea.

Riguardo agli interventi terapeutici Greenberg fa riferimento a quelle ricerche che offrono sempre più prove riguardo alla stretta connessione fra l’eccitazione emotiva, che da una parte affonda le sue radici nell’esperienza e nel coinvolgimento emotivo, e la riuscita terapeutica. Egli afferma  che “un’alta eccitazione emotiva unita ad un’intensa riflessione sull’esperienza emozionale decide fra una buona riuscita o meno del caso, (…) l’espressione e la stimolazione dell’emozione possono contribuire al cambiamento (…) [ma] l’attuale relazione fra l’emozione, cognizione e processi somatici rimane ancora poco chiara. La stimolazione e l’espressione dell’emozione, da sola, può essere inadeguata nel promuovere il cambiamento” (Greenberg 2002, p.13). Partendo da questi risultati conclude che la stimolazione emotiva debba essere combinata con la costruzione e riflessione del significato, disegnando così un processo di metabolizzazione e integrazione delle esperienze ad alta intensità. Il lavoro di Greenberg  rende il concetto terapeutico di eccitazione (o di carica energetica, più consueto in analisi bioenergetica) accademicamente rispettabile.

Teorie dell’emozione: Fosha

Un altro contributo, questa volta dall’ambito terapeutico, ci viene da Fosha. Con la sua “psicoterapia esperienziale-dinamica accelerata” sviluppa un modello terapeutico dove “la profonda esperienza affettiva autentica e la sua regolazione attraverso scambi emotivi coordinati fra paziente e terapeuta sono visti come elementi chiave per la trasformazione” (Fosha 2002, p.159). Sperimentare, esprimere e comunicare gli stati affettivi profondi, che Fosha chiama “stadi nucleari”, il più profondamente e visceralmente possibile, è elemento essenziale per raggiungere e mantenere la salute emotiva.

“L’emozione nucleare emerge quando le difese sono in secondo piano (…). L’esperienza viscerale dell’emozione nucleare libera tendenze all’azione adattiva associate ad ogni emozione (…). Esempi di capacità adattive che emergono quando l’emozione nucleare è totalmente e visceralmente vissuta sono la forza e l’assertività facilitate dalla piena esperienza della rabbia, la chiarezza riguardo alle proprie necessità fondamentali e la capacità ad indirizzarle attraverso autentiche esperienze di sé, o la capacità di provare fiducia, elemento fondamentale per approfondire l’intimità, che deriva da esperienze emozionale vicine ed aperte (…) [e andando perfino oltre], lo stadio nucleare si riferisce ad uno stato alterato di apertura e contatto, dove l’individuo è profondamente in contatto con gli aspetti essenziali della propria esperienza. In questo stato alterato, la terapia procede più velocemente, più profondamente e più efficacemente: il paziente ha una sensazione soggettiva di “verità” ed un senso acuito di autenticità e vitalità; molto spesso ciò avviene anche per il terapeuta” (Fosha 2002, p.160,161).

Greenberg e Fosha enfatizzano l’importanza dell’intensità dell’espressione emotiva  come agente terapeutico.Greenberg si concentra anche sul processo di riflessione successivo all’evento. Intensità o alta carica energetica ed espressione sono tutte definizioni applicabili ai processi catartici, mentre la riflessione apre la strada verso l’integrazione. Schore offre il modello di un processo emisfero destro-emisfero sinistro che può essere inteso come l’origine neurobiologica  della comparsa dell’esperienza catartica e dell’introspezione energetica, offrendo una comprensione neurobiologica di questo processo. Schore e Fosha focalizzano l’attenzione sulla qualità di autoregolazione sviluppata dal paziente attraverso l’interazione diadica. La comprensione più approfondita dell’autoregolazione, includendo anche gli aspetti interattivi fra terapeuta e paziente, è necessaria perchè il successivo processo di integrazione dell’esperienza catartica sia efficace.

Esperienze di catarsi, il modello catartico e processi tramite i quali si raggiunge la catarsi.

Le esperienze catartiche nelle psicoterapie corporee sono caratterizzate da una scarica di tensione; un rilascio spontaneo di schemi sensomotori di tensione stabilizzata; un rilascio che va di pari passo con l’allentarsi, il dissolversi, il fondersi,o la rottura delle difese caratteriologiche ed energetiche e la comparsa ed irruzione di sentimenti che chiedono espressione. Questa espressione può manifestarsi sotto differenti forme: può essere un’espressione corporea come un gesto o un’espressione vocale come l’urlare o il ridere oppure un’espressione verbale come una parola, una frase o un’affermazione. Il risultato è un lasciarsi andare, un senso di sollievo, rilassamento ed una rigenerazione. La sensazione percepita è quella di trovare una soluzione.

Sono significative ma sono esperienze qui ed ora che hanno bisogno di completezza ed integrazione. Senza un’appropriata integrazione nel Sè e nella vita quotidiana dei nostri pazienti, le esperienze catartiche divengono molto spesso, durante la terapia, occasioni perse. 

Un’altro elemento importante riguarda il processo dell’ arrivare all’esperienza catartica. Tutt’oggi, spesso erroneamente, si crede che le esperienze catartiche avvengano solo quando le difese vengono affrontate o abbattute. Gli interventi specifici che conducono a questo abbattimento sono tecniche molto attive che mettono in atto una rapida mobilitazione di elementi corporei. Spesso sono focalizzate su agenti primari, come lo stress ed il dolore;questo porta ad un incremento di intensità e di carica energetica.

Le tecniche di mobilitazione sono spesso un metodo per creare deliberatamente esperienze catartiche. Eppure rappresentano solo un modo fra molti e di certo non sono appropriate per tutti i pazienti. In questo caso le capacità diagnostiche del terapeuta giocano un ruolo importante. Il tumulto emotivo ed il rilascio e sollievo che può essere sperimentato solo attraverso una forte scarica energetica, frequentemente apre la porta a sentimenti dimenticati di vulnerabilità e tenerezza. Il sentiero è libero per un nuovo inizio, una ricostruzione dove assumere creativamente i propri limiti per sentirne in pieno la potenzialità, dove la“debolezza” può divenire vulnerabilità, l’insicurezza può divenire autoriflessione ed un senso di abbandono può spingere a cercare gli altri. Ciò che avviene è un cambiamento di consapevolezza, il drammatico cambiamento di senso e significato descritto da Traue.

Allo stesso tempo, per un Sè fragile che lotta per mantenere una base sicura nel mondo quotidiano, questa tecnica potrebbe essere troppo sconvolgente; l’intervento potrebbe non condurre alla catarsi ma al caos e anzichè creare un’apertura potrebbe portare all’immobilità ed al ritiro dal mondo o perfino alla dissociazione.

Vi sono, infine, esperienze catartiche che non vengono consciamente programmate o preparate ma semplicemente avvengono. Possono essere generate da una “spontanea concentrazione di relazione” all’interno della diade terapeutica. Ugualmente possono essere generate da un “rinforzo energetico spontaneo” all’interno del corpo del paziente, come per esempio evocate da uno specifico commento o gesto. Spesso è sufficiente per il terapeuta stare a guardare e semplicemente lasciare che il processo catartico si sviluppi , essere il testimone di qualcosa di prezioso che avviene; altre volte può essere utile o necessario per il terapeuta accompagnare più attivamente il processo lasciandosi coinvolgere a livello relazionale o utilizzare delle tecniche per approfondire l’esperienza emotiva ed energetica.

Insomma esistono in realtà diversi processi attraverso i quali la catarsi può avvenire. Essi spaziano “dall’indurre deliberatamente la catarsi come strumento terapeutico” ad un estremo a “riconoscere la catarsi e lasciarla accadere quando avviene” all’altro; dal confrontare gli interventi agli interventi per correggere l’esperienza, sia in contesti autonomi che interpersonali.

Dopo la catarsi: il processo di integrazione

Un’altra importante critica riguarda il processo terapeutico che segue le esperienze catartiche. Dal mio punto di vista è il successo o il fallimento del processo che segue l’esperienza originale a determinare il valore del lavoro catartico nella psicoterapia: il fenomeno catartico può avere un ruolo essenziale nella psicoterapia corporea se e quando le esperienze catartiche ad alta intensità del paziente vengono integrate nel Sè del paziente e vengono portate ed estese alla vita di tutti giorni, dove il livello di intensità è più basso.

A cosa somiglia il processo di integrazione e spostamento e come può e dovrebbe il terapeuta muoversi ed interagire con questo processo? 

Il paziente è acutamente e spesso quietamente consapevole dei propri processi interiori. Oscilla con loro permettendogli di aumentare finché tutto coincide ed avviene una cristallizzazione dell’esperienza, sia tramite una frase, il più delle volte una frase propositiva, sia tramite il completamento di un impulso all’azione. L’impulso può prendere la forma di un protendersi spontaneamente verso la mano del terapeuta, può essere un movimento dell’intero corpo nella stanza, un movimento corporeo espansivo che comporta un prendere maggiormente possesso dello spazio. La qualità del processo interno può portare il paziente ad esprimere una frase che cattura l’esperienza catartica simultaneamente ad un nuovo significato. L’interazione diadica può aiutare, ai fini di un’ulteriore integrazione, attraverso il terapeuta che “ascolta e guarda orientato alle risorse” (Reddemann 2001). Il terapeuta può offrire se stesso per l’interazione fisica oppure proporre un esercizio (corporeo) o uno scambio verbale mirato ad un’ulteriore esplorazione di azioni possibili.

L’interazione fisica può consistere nell’adattare il ritmo del nostro respiro a quello del paziente, creando una connessione fisica intima senza bisogno di un contatto corporeo diretto. In alternativa nel caso di un vero e proprio contatto corporeo, potremmo offrire la mano in segno di aiuto, il braccio come supporto o “sostenere” realmente il nostro paziente, aiutandolo a stare in piedi, prima letteralmente poi metaforicamente.

Questo articolo è una versione tradotta e rivista di un precedente articolo pubblicato in Germania, in: Klopsteck A.,Geissler, P. (Hg.)  (2004): Was ist Selbstregulation? Giessen. (Psychosozial Verlag), S. 95-119.

© a cura di Nicoletta Cinotti 2014

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