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L’invidia: emozione del confronto

Spesso gelosia e invidia vengono confuse ma hanno significati e ragioni diverse, molte volte connesse tra di loro. La gelosia è legata alla paura di perdere qualcuno o qualcosa che amiamo. L’invidia nasce invece dal desiderio di aver qualcosa che gli altri hanno e che, ci sembra, dovremmo avere anche noi. Per ragioni di giustizia.

A volte arriva a farci pensare che, se qualcosa non possiamo averlo, non deve essere raggiungibile nemmeno per gli altri.

Come la gelosia, anche l’invidia ha le sue sfumature ed entrambe nascondono una profonda insicurezza sul proprio valore e sulla possibilità di venir amati o di realizzare le proprie potenzialità. Diversa dall’ammirazione e dal desiderio che, se frustrati ripetutamente, possono condurre – per l’appunto – ad un intenso sentimento di invidia.

Il confronto sociale

L’invidia nasce sempre da una forma di confronto sociale che si organizza intorno alla disuguaglianza che viene considerata ingiusta. Qualcuno che conosciamo, che ha delle caratteristiche simili alle nostre, per età,  posizione sociale o situazione sentimentale è in una posizione migliore della nostra: ecco che scatta l’invidia. Alimentata da una scarsa fiducia nelle proprie possibilità reali.

Un test

In Giappone è stato utilizzato un test che metteva le persone nella condizione di desiderare un nuovo profilo professionale, senza riuscire ad ottenerlo. Il lavoro, sempre nella simulazione, era attribuibile a due diverse persone: una conosciuta e con caratteristiche simili alla persona che non l’aveva ottenuto e l’altra completamente sconosciuta. Naturalmente l’invidia andava verso la persona che era più simile al concorrente che non aveva ottenuto la posizione.

Il neurologo giapponese Hidehiko Takahashi ha ideato una simulazione di ruolo in cui un gruppo di soggetti veniva indotto a provare invidia al fine di valutare quali parti del cervello risultavano più attive durante l’esperimento. Citato in Margriet Sitskoorn pag.50

Cosa l’alimenta?

L'invidia: emozione del confrontoComprendiamo facilmente che ci è più difficile invidiare qualcuno di totalmente sconosciuto: l’invidia richiede una forma di confronto tra noi e l’altro che, se non lo conosciamo, non si verifica. Il punto è cosa intendiamo per “conoscere”. L’uso dei social infatti ha esteso la sensazione di conoscere qualcuno anche a persone che normalmente non considereremmo “amici” e sviluppato il mostrare le proprie risorse, capacità e abilità. Insomma ha alimentato proprio due degli ingredienti basilari dell’invidia: conoscersi(1) e percepire una disuguaglianza (2) ritenuta ingiusta.

Certamente in noi deve esserci un terreno predisposto: un senso di inferiorità, un sentimento di incapacità ad ottenere quello che desideriamo, e la magra soddisfazione di vedere l’altro nella polvere, oltre ad un senso di frustrazione. L’invidia infatti è l’unico tra i peccati capitali (Ira, lussuria, gola, accidia, avarizia, superbia) che non concede piacere a chi lo prova. Provare invida – anche quando la persona che invidiamo incorre in difficoltà – non suscita un senso di piacere: riduce solo un po’ l’insoddisfazione.

L’era digitale

Secondo lo psicologo John Tooby, l’era digitale in cui viviamo ha aumentato moltissimo i confronti sociali possibili. Prima vivevamo in comunità ristrette, definite da limiti geografici: adesso di fronte a noi, virtualmente, c’è il mondo. E, a causa delle informazioni che riceviamo, corrette o scorrette che siano, ci sentiamo molto più simili a persone che, forse non avremmo mai incontrato davvero. Possiamo così sentirci simili a personaggi famosi e confrontarci con loro sul loro stesso terreno. Misurarci con cantanti, scrittori, artisti come se anche noi lo fossimo.

Ma cosa succede, nel cervello, mentre proviamo invidia?

Le risonanze magnetiche fatte dai soggetti che partecipavano all’esperimento giapponese citato sopra hanno mostrato che più i partecipanti all’esperimento provavano invidia, più si attivava la corteccia cingolata anteriore dorsale. Quest’area del cervello è coinvolta nei sentimenti conflittuali e fa parte del circuito del dolore: la partenza è quindi il dolore di sentirsi inferiori e l’invidia la reazione a quel dolore nel tentativo di averne sollievo.

Dimorando nelle qualità della mente originaria impariamo a dimorare nelle parti più evolute del nostro cervello. L’impulso all’odio e alla malizia viene dalle parti primitive del cervello e consuma la nostra attenzione e la nostra energia tanto da essere incompatibile con la libertà di pensiero. David Tuffley

Anche se può sembrare strano questo è il terreno su cui si muovono le riviste scandalistiche che danno rilievo alle disgrazie dei personaggi famosi: alimentano quel malsano sollievo che deriva dalle disgrazie altrui. Sempre citando la stessa ricerca giapponese, è stato visto che, il piacere suscitato dalla disgrazia altrui, attiva lo striato ventrale che fa parte del sistema della gratificazione. Quando viene stimolato lo striato ventrale è come se ci trovassimo di fronte ad una pillola dolce e amara al tempo stesso che lenisce il colpo inferto al nostro ego dal successo altrui.

L’inganno dell’invidia

L’invidia è ingannevole perché non c’è modo di soddisfarla: ci sarà sempre qualcuno migliore di noi. Forse non più la stessa persona ma il sentimento non è legato ad una specifica persona: è nostro ed è dentro di noi che dobbiamo risolverlo.Difficile lottare contro l’invidia se non guardiamo al dolore che la nostra vita ci procura.

L’invidia però è ingannevole anche per un’altra ragione: poiché nasce nei confronti di qualcuno che sentiamo vicino a noi, spesso si nasconde proprio nei rapporti più intimi e familiari. Così quando scopriamo la sua presenza ci sentiamo traditi, oltre che vittime dell’invidia altrui.

Una cultura che alimenta l’invidia

La nostra cultura è una cultura dipendente dall’approvazione che riceviamo dagli altri. Siamo cresciuti a competizione l'invidia: emozione del confrontospinta e il confronto è spesso usato come strumento di stimolo educativo. Insomma, in poche parole non ci rendiamo conto di costruire oggi, i problemi di domani.

Anche l’esibizione fatta sui social dei nostri successi, dei nostri amori, e dei nostri guai non è neutra: rischia di alimentare una logica di confronto sulla quale può facilmente crescere invidia e gelosia. Il vero cambiamento forse inizia da una educazione alla pace, alla solidarietà, alla comprensione e alla compassione.

Un’educazione che alla logica del confronto risponda con la gioia compartecipe e la condivisione.

La gioia compartecipe

Una delle illusioni che sta dietro all’invidia è la sensazione di separatezza tra noi e gli altri. In realtà tutto è connesso e ciò che accade in un luogo del mondo ha influenza su tutto il mondo, come possiamo facilmente vedere osservando i cambiamenti climatici e le ricorrenti crisi finanziarie internazionali. Ciononostante continuiamo ad avere di noi una visione separata e distinta e a nutrire la convinzione che la gioia che riguarda una persona ci possa, in qualche modo, sottrarre qualcosa.

Il nostro stesso percepirci isolati è una causa primaria di sofferenza che toglie il sollievo che nasce dal riconoscimento della nostra umanità condivisa.

La felicità è un bene che si accresce con la condivisione: un’emozione nobile che trascende i confini ristretti e limitati della nostra visione egoica. Nella tradizione buddista la gioia compartecipe, la felicità condivisa è una delle dimore divine, una delle qualità della mente originaria che aiuta la propria crescita spirituale e promuove quella altrui. Può essere raggiunta attraverso un processo di piena attualizzazione, non molto diverso dalle caratteristiche del Se attualizzante definito da Carl Rogers.

È un tipo di felicità che non nasce dall’aver acquisito delle cose, ottenuto dei successi o dei beni materiali. Nasce dalla realizzazione del nostro potenziale umano, un potenziale che non è soggetto a danno, qualunque sia la condizione che ci troviamo a sperimentare. Ed è un antidoto naturale al provare invidia.

Perché la prima protezione per l’invidia è imparare a riconoscere quando sorge in noi e non alimentarla. Sostituire l’invidia con la condivisione, con la gioia compartecipe è il primo passo per cambiare la cultura della competizione.

L’interazione dinamica tra le emozioni

Quando proviamo un’emozione possiamo pensare che sia isolata. in realtà il nostro mondo emotivo è più simile ad una costellazione che ad un unico astro che brilla nel cielo. Così ogni emozione porta con sé una costellazione di altre emozioni, di sfumature di sensazioni e pensieri che si nutrono vicendevolmente. L’invidia si colloca su un umore basso, porta con sé gelosia, lamentazione, irritabilità. Si esprime attraverso il blocco oculare e forme di tensione aggressiva. Porta ad una proliferazione mentale e a ideazioni di qualità persecutoria.

L’equanimità è equilibrio. È il risultato dello sforzo necessario a raggiungere una comprensione e una profonda intuizione sulla propria vera natura, con, in più, l’impegno ad evitare attività e modi che possano fuorviarci. David Tuffley

Forse è difficile affrontarla quando è esplicita e saliente ma possiamo fare molto per prevenirla, coltivando le qualità della nostra mente originaria: equanimità, gentilezza amorevole, gioia compartecipe e compassione. Anche queste funzionano come una costellazione che, praticata con regolarità, funziona come un antidoto nei confronti delle nostre emozioni difficili.

L’equanimità ci aiuta a non farci trascinare nella spirale della reattività emotiva, coltivare la gentilezza amorevole ci mette di l'invidia emozione del confrontofronte alle emozioni che proviamo, sotterraneamente, per gli altri.

Ricordo ancora chiaramente l’emozione che ho provato quando, dopo aver a lungo praticato Metta per una persona con la quale avevo un difficile rapporto, mi sono sentita pronta per mettere questa stessa persona di nuovo tra le persone che mi sono vicine. È stata quasi una sorpresa anche per me stessa. Così oggi cerco sempre con attenzione, durante la pratica di Metta l’emergere delle vere emozioni nei confronti degli altri. Possono essere i germi dell’invidia. Nello stesso tempo l’equanimità può diventare indifferenza, se non siamo attenti a mantenere un calore affettivo come quello che ci è offerto dalla compassione e dalla gioia compartecipe. La compassione ci ricorda la transitorietà della felicità e la presenza del dolore, nella nostra vita o in quella altrui e ci ricorda che gioia e dolore possono, stranamente, coesistere ed essere molto vicine.

Una mente tranquilla comprende che tutto, nell’universo, è in uno stato di flusso, e che la struttura emotiva e intellettuale che costruiamo per sentirci sicuri e comprendere il mondo è soggetta al cambiamento dovuto ad eventi che sono molto al di là del nostro controllo. David Tuffley

© Nicoletta Cinotti 2016 Cambiare diventando se stessi

Foto di ©labspics ©gabrielebld

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Bibliografia

Nicoletta Cinotti, Destinazione Mindfulness: 56 giorni per la felicità

Margriet Sitskoorn, I sette peccati capitali del cervello

David Tuffley, The Four Sublime States

 

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