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Mindfulness e emozioni (felici, infelici e neutre)

Identifichiamo la mindfulness con il presente e con la felicità. In modo sorprendente, scoprire cosa significa essere presenti, ci rivela spiragli di felicità. Ma come avviene?

In fondo la pratica di mindfulness ci insegna – paradossalmente – a ricordare. A ricordare che possiamo prenderci del tempo prima di reagire. In modo di arrivare a rispondere. Dico paradossalmente perché identifichiamo la mindfulness con la consapevolezza del presente. Un presente però che non è smemoratezza, né distrazione, né distanza da chi siamo davvero e dalle nostre qualità originarie.

Lavorare con le emozioni durante la pratica di meditazione

Durante la pratica di meditazione lavoriamo con le emozioni per affinare la nostra capacità di riconoscerle quando sorgono – prima che diano vita ad una catena di pensieri e di azioni – e per scegliere cosa fare con le nostre emozioni con consapevolezza.

In questo modo possiamo sviluppare una relazione più equilibrata che non ci fa essere sopraffatti o trascinati da quello che proviamo, né ce lo fa ignorare perché produce vergogna o imbarazzo.

Incominciare dall’inizio

mindfulness e emozioniHo iniziato a meditare quando avevo vent’anni: ero tutt’altro che una persona felice e la forza della giovinezza acuiva tutte le mie sensazioni e tutte le mie reazioni emotive. Eppure ho riconosciuto che avevo incontrato qualcosa di buono e ho riconosciuto che il mio desiderio di felicità non era irrealizzabile ma che doveva – necessariamente – misurarsi con l’impeto delle mie emozioni e con le conseguenti azioni. Alcune azioni erano comiche e altre disastrose. E innescavano una sequela di eventi che mi rendevano la vita ancora più difficile.

Così, gradualmente, ho cercato di “incominciare dall’inizio” ossia dalla consapevolezza di dove sorgevano quelle tempeste e quei tormenti: nel corpo e nel cuore per abitare poi la mente e i miei pensieri.

Quattro passi cruciali

Così ho imparato che c’erano quattro passi cruciali per dirigermi verso la tanto agognata felicità. Il primo non è stato così scontato: riconoscere quello che provavo. Molto spesso confondiamo le emozioni con la spinta all’azione che producono. Ci ritroviamo quindi ad agirle senza nemmeno sapere che cosa ci ha mosso e come possiamo nominarlo. Ma se non sappiamo davvero quello che ci sta succedendo, come possiamo trovare una risposta adeguata al nostro bisogno?

mindfulness e emozioniIl secondo passo è accettarlo. Purtroppo cresciamo in una cultura di correzione emotiva. Siamo convinti che esistano emozioni che Non Dovremmo Provare ed emozioni che Dovremmo provare. Questa è una confusione moralistica tanto diffusa quanto inutile, che aggiunge problema al problema e infelicità all’infelicità. Le emozioni sono risposte e informazioni sulla relazione che c’è tra mondo interno e mondo esterno. Spesso risposte costruite sulla base della nostra storia personale e mantenute nella ripetizione dalle nostre contrazioni corporee. Non è possibile immaginare nessun cambiamento e nessun miglioramento se non partiamo da quello che c’è, nel momento in cui lo proviamo. La filosofia del miglioramento – non a caso ho messo la parola in corsivo – è una filosofia che nasconde un’ostilità e una manipolazione nei confronti di se stessi. Cerchiamo di capire che informazione ci sta dando la nostra emozione e, per farlo, è inevitabile passare dall’accettazione. Lasciamo perdere le dichiarazioni di intenti tipo “Ho sofferto abbastanza. Adesso basta”: non cambieranno la nostra sofferenza ma ci condurranno invece ad un’altra sofferenza che è quella di sentirci sbagliati perché non cambiamo.

Nella pratica di meditazione qualsiasi emozione è un veicolo di consapevolezza: la noia così come la rabbia o la tristezza. E, se le accettiamo, è molto più rapido e facile il traghettarci verso la serenità e – qualche volta – addirittura verso la felicità.

È a causa della natura impermanente del dolore che possiamo trasformarlo. È a causa della natura impermanente della felicità che dobbiamo coltivarla. Thich Nath Hanh

Il terzo passo

la relazione scientifica tra mindfulness e felicitàCertamente una volta che le abbiamo riconosciute e accettate il lavoro non è finito. E nemmeno possiamo pensare che basti accettarle perché la tensione si sciolga. Che cosa è necessario? Ordinariamente a questo punto passiamo alla fase soluzione. Che è un modo perché – quella emozione – non si produca più nella nostra vita. In genere non funziona: comporta sforzo, fatica, un sacco di trattenimento e siamo a punto e a capo!

La mindfulness non ha niente contro la ricerca di soluzioni. anzi! Ma propone – a questo punto – altri due passi.

Investigare l’emozione: invece che scappare o cercare di reprimerla. Andare ad esplorarla, sospendendo per un momento la nostra reazione abituale. Quando sperimentiamo un’emozione intensa tendiamo ad andare da qualcuno e a svuotargliela addosso “quando fa così mi fa impazzire…vorrei vedere lui al posto mio….mi viene voglia di picchiarlo ect ect…”. A volte lo facciamo con la persona direttamente interessata. Altre volte lo facciamo con un amico/a. Qualche volta il punto non è esplodere e urlare cosa proviamo: ma sentirlo nel corpo e nel cuore perché spesso non lo sappiamo proprio.

C’è un detto tibetano che dice: “Anche se una cosa l’hai già sentita molte volte, puoi sempre imparare qualcosa di nuovo.” Non impariamo perché una cosa è nuova. Impariamo perché la ascoltiamo come se fosse la prima volta.

Spesso abbiamo emozioni di scoraggiamento quando si ripete proprio la stessa risposta emotiva. L’invito che ci fa quell’emozione, ritornando più e più volte, è ad ascoltarla in maniera nuova.

La notazione

Una breve notazione mentale di ciò che proviamo può servire per tre ragioni: ci aiuta a stabilire una sfera di consapevolezza, uno spazio interiore di calma e accoglienza. Ci offre un sistema di feedback istantaneo perché ci permette di sentire il tono emotivo con cui riconosciamo quello che proviamo. Perché anche la voce interiore ha un tono e un umore. In questo modo possiamo accorgercene. Ci ricorda, in modo rapido e incisivo, che siamo in continuo cambiamento

Il quarto passo

Uno degli aspetti più difficili del nostro rapporto con le emozioni è che tendiamo ad identificarci con quello che proviamo. Non diciamo provo rabbia ma diciamo “Sono arrabbiato”, rendendo così la rabbia una delle caratteristiche stabili della nostra personalità. Alla fine questo produce una bella quota di infelicità perché pensiamo che per essere brave persone – e per essere felici – non dovremmo mai provare emozioni che riteniamo negative. È impossibile non provare mai emozioni negative. Forse è possibile per i santi e per gli illuminati ma, nel frattempo, non identifichiamoci con le emozioni che proviamo. Non ci identificheremmo con le caratteristiche atmosferiche del luogo in cui viviamo e le nostre emozioni sono come il tempo atmosferico. Soggette a variazioni e a diverse stagionalità. Ma noi siamo il cielo che ospita queste diverse condizioni e siamo più grandi delle emozioni che proviamo.

Le emozioni sono come il pane. Vengono fatte e rifatte ogni giorno. Ursula Le Guin

Le emozioni, i pensieri e la felicità

Questi quattro passi – riconoscere, accettare, investigare e non identificarci – possono essere applicati anche ai nostri pensieri. Infatti tendiamo ad identificarci anche con quello che pensiamo, molto più di quanto tendiamo ad identificarci con quello che sentiamo nel corpo: non diremmo mai “sono il mio gomito” ma diciamo spesso “sono una persona ansiosa, nervosa, veloce, triste” o “sono il direttore, l’impiegato, il commerciante” e così via. Troveremmo ridicolo dire che siamo il nostro gomito – cosa che peraltro è molto più vera – e non cogliamo l’ironia di identificarci con emozioni e qualità passeggere e transitorie (Cosa succede al commerciante, direttore, o l’impiegato se vanno in pensione o se perdono il lavoro?).

Nutrire le emozioni positive.

Troppo spesso la nostra attenzione è focalizzata su quello che non funziona e che non va. La pratica di mindfulness ci offre la possibilità di includere specificatamente l’attenzione a ciò che è positivo nella nostra vita. Con la pratica di gentilezza amorevole, di Upekka o equanimità, con la meditazione della montagna o del lago, ci insegna a coltivare stabilità e felicità.

La pratica di mindfulness non comporta eliminare i pensieri ma piuttosto conoscere quello che pensiamo, quando lo pensiamo. A conoscere quello che sentiamo – emotivamente e fisicamente – quando lo sentiamo. E a riconoscere e accettare la natura transitoria delle sensazioni.

L’invito alla felicità

L’invito della mindfulness e il suo percorso verso la felicità è quindi semplice e rivoluzionario insieme. È l’invito ad essere consapevole di ciò che ci accade con precisione e gentilezza, senza che diventi una identità troppo rigida e strutturata. È l’invito a non identificarci con caratteristiche transitorie e mutevoli ma a conoscere e coltivare le nostre qualità originarie. È l’invito a tenere presente che siamo soggetti in cambiamento e non esiste una stabilità inamovibile se non nel riconoscimento che il cambiamento e la novità definiranno il presente della nostra vita.

© Nicoletta Cinotti 2016

Foto di ©Kirstin Mckee; ©High Blue; ©valeriobis ©Elisa Ciardi

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