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Mostrarsi al mondo: autenticità e spontaneità

Quando siamo liberi di esprimerci, qualsiasi sia la comunicazione che stiamo dando all’altro, ne ricaviamo una sensazione piacevole e fondamentale: la sensazione di essere se stessi e di poter essere liberi in questa espressione personale.

La piacevolezza di questa espressione nasce dalla possibilità di lasciar uscire, senza trattenere, quello che siamo e sentiamo, in un flusso espressivo che comunica un senso di libertà.

Riconosciamo questa sensazione proprio perché, molto spesso, la nostra libertà espressiva è trattenuta da limiti legati alle diverse situazioni. Abbiamo paura a mostrare i nostri veri sentimenti, paura della disapprovazione e paura delle conseguenze nel mostrarsi così come siamo. Cerchiamo l’approvazione come segnale dell’accettazione e, in fondo, anche come segnale di non pericolo.

Ma cosa significa essere autentici e spontanei e in che modo questo è legato alla libertà espressiva?

L’autenticità come congruenza

La congruenza è la corrispondenza fra quello che si pensa e si sente ed il proprio comportamento; essere congruente vuol dire essere coerente con le proprie emozioni, con i propri valori ed essere in grado di affermarli in maniera adeguata. Anche se sembra un’affermazione bioenergetica, in realtà dobbiamo questa definizione di congruenza a Carl Rogers

La congruenza è essere disponibile ai propri sentimenti, essere perciò capace di viverli, di essere in rapporto con loro e di comunicarli, se è opportuno”. Carl Rogers

Secondo Rogers, perché sia possibile esprimerli in maniera congruente, dobbiamo averne consapevolezza. il punto però è proprio qui: la consapevolezza.

Per poter essere congruenti, Rogers sostiene che “qualsiasi sentimento o atteggiamento io stia sperimentando, dovrà essere accompagnato dalla consapevolezza di esso”. Si è congruenti, secondo Rogers quando “nessun sentimento attinente alla relazione, è nascosto a me o all’altra persona”.

Siamo consapevoli di tutti i sentimenti?

Mostrarsi al mondo: autenticità e spontaneità

Diciamo che, se siamo congruenti siamo consapevoli di tutti i sentimenti ma se quello che sentiamo temiamo possa venir rifiutato è molto possibile che sparisca dalla nostra consapevolezza. Una parte quindi della perdita di consapevolezza è una specie di sacrificio dedicato all’essere accettati dagli altri. Una condizione che , in forma più o meno evidente, quasi tutti noi sperimentiamo. Come racconta Maurizio Tuccio, nel suo articolo, tutti noi abbiamo amato qualche personaggio pubblico perché ci permetteva di vivere, in modo vicario, parti di noi che rimanevano nascoste e non espresse.

 

 

Io, Raymond Carver e Charles Bukowsky. Chi mi conosce sa bene che sono una persona con pochi vizi, quasi noiosa nel mio salutismo. Eppure non posso pensare alla mia vita senza questi due scrittori, ubriaconi e autentici che, per me, sono stati una compagnia indispensabile. E, tra i miei migliori amici. Forse perché i miei genitori gestivano un bar ristorante nella campagna toscana, dove il vino scorre a fiumi, e così sono cresciuta tra ubriaconi, pazzi autentici, che mi incuriosivano e insegnavano cose che mai avrei creduto di conoscere.

Quello che proviamo davvero diventa però un segreto che suscita vergogna. Possiamo vergognarci del nostro orientamento e comportamento sessuale, dei nostro comportamento alimentare, della nostra casa o del nostro stile di vita. E la vergogna, come ogni potente inibitore, diventa un fattore di esclusione dalla consapevolezza di parti intere del nostro panorama psichico: sacrificate al desiderio di essere accettati. Escludiamo parti di noi, per la paura di essere esclusi dagli altri.

L’inibizione che nasce dalla contrazione e dal collasso

La vergogna che proviamo ha due origini cronologiche e due diversi effetti corporei. la vergogna più antica è quella collegata all’esperienza del rifiuto. Possiamo immaginarla con una scena ipotetica. Un bambino che corre incontro a qualcuno, aperto e vitale, e ciò che esprime viene rifiutato. La risposta corporea è una specie di collasso e la vergogna che prova è quella che io chiamo vergogna bianca. Si accompagna ad un ritiro del sangue dalla periferia al centro del corpo. E alla sensazione di voler scomparire, svanire, immergersi nel nulla. Il corpo collassa e perde letteralmente tono muscolare.

La seconda tipologia di vergogna è cronologicamente successiva e connessa già alla fantasia di sapere ciò che sta nella mente dell’altro. Emerge una sensazione – spesso piacevole o di attrazione – e la reprimiamo perché temiamo di venir rifiutati. In questo caso compare rossore, una aumentata percezione del corpo, che diventa impacciato e una risposta più muscolare e meno viscerale della precedente. È un tipo di vergogna che presuppone la capacità di immaginare ciò che sta nella mente dell’altro e quindi è cronologicamente successiva. Nel primo caso avviene un rifiuto reale, nel secondo caso è il timore del rifiuto, il timore che una parte di noi susciti disgusto, che ci blocca dall’espressione.

Che relazione c’è tra consapevolezza e autoespressione?

mostrarsi al mondoSe siamo consapevoli di noi riusciamo sempre ad esprimerci? Intanto bisogna dire che l’auto-espressione non è sempre cosciente. Comunichiamo agli altri sempre qualcosa ma non sempre siamo consapevoli di quello che stiamo comunicando. Spesso non ne siamo affatto consapevoli tanto che, se l’altro ce lo rimanda, risultiamo sorpresi come se stesse parlando di qualcun altro. No, non sempre la consapevolezza aiuta l’espressione spontanea, proprio perché, spesso, viene frenata dalla nostra fantasia su come gli altri potrebbero accogliere quello che sentiamo. La consapevolezza è la radice ma è, per l’appunto, limitata dalle contrazioni corporee e dalle difese emotive. Quindi a volte esprimiamo cose di cui non siamo consapevoli e, a volte tratteniamo, consapevolmente o inconsapevolmente, parti di noi che temiamo di mostrare al mondo. Questo accade perché esistono due tipi di consapevolezza.

Due tipi di consapevolezza senza traduzione in italiano!

In inglese esistono due parole per definire la consapevolezza: self-awareness – che è la consapevolezza che nasce dalla percezione e dall’essere immerso nell’esperienza (la consapevolezza che coltiviamo nella mindfulness e nella bioenergetica) – e la self-consciousness – che è la consapevolezza di quello che sta nella mente dell’altro. Questa seconda consapevolezza, anche se differita, è importante perché è la base dell’empatia e della compassione nei confronti degli altri. Purtroppo a volte si nutre di fantasie persecutorie più che di intuizioni realistiche.

Questi due diversi tipi di consapevolezza sono il terreno anche di diverse emozioni: la self-awareness è il terreno su cui proviamo le emozioni di base (rabbia, paura, disgusto, amore/gioia, sorpresa, tristezza); la self-consciousness quella su cui proviamo le emozioni relazionali come vergogna, umiliazione, senso di colpa, orgoglio e così via.

Sono due tipi di consapevolezza spesso presenti contemporaneamente anche se tanto più è definita la presenza dell’una, tanto più l’altra diminuisce. Più siamo immersi nell’esperienza – self-awareness – meno siamo preoccupati di come ci vedono gli altri. E, viceversa, se siamo molto preoccupati di come ci vedono gli altri, possiamo sentire molto poco le nostre sensazioni primarie. E perdere così di spontaneità e autenticità. L’inibizione che queste emozioni comportano frena e limita la libertà dei nostri movimenti fisici e affettivi.

La piena spontaneità è una garanzia di espressione onesta della natura e dello stile dell’organismo che funziona liberamente e della sua unicità. Le due parole, spontaneità ed espressività, implicano onestà, naturalezza, sincerità, assenza di scaltrezza, di imitazione, perché implicano anche la non strumentalità del comportamento, l’assenza di tentativo volontario, di sforzo, di tensione forzata, di interferenza con il fluire degli impulsi e la libera espressione radioattiva del profondo della persona. Abraham Maslow, The creative attitude

L’approccio bioenergetico alla spontaneità

Spesso la spontaneità – rappresentata dal dimorare nell’esperienza in corso e sentirsi liberi di esprimersi – è definita in termini negativi, come “mancanza di sforzo” oppure “mancanza di interferenza”. Il punto è che la spontaneità non può essere insegnata: possiamo solo aumentare la capacità di stare nell’esperienza – la self-awareness – e da lì sostenere una espressione che abbia padronanza e non controllo.

Siccome lo scopo della terapia è di aiutare una persona a diventare più spontanea e più capace di esprimere se stessa, il che a sua volta genera un maggior senso di sé, lo sforzo terapeutico dovrebbe proporsi di rimuovere le barriere e i blocchi che ostacolano l’autoespressione. Alexander Lowen

Come dice Lowen, la terapia dovrebbe rimuovere barriere e blocchi che limitano l’espressione e quindi il primo passo è diventarne consapevoli: attraverso l’esperienza corporea. Un’esperienza che integri i diversi aspetti della nostra personalità, senza graduatorie. Insomma nel nostro condominio emotivo dovrebbero trovare spazio anche gli inquilini che teniamo nascosti perché ci suscitano vergogna. Perché l’esclusione – interiore e sociale – è sempre foriera di patologia.

Escludere = alimentare la patologia

mostrarsi al mondo: autenticità e spontaneitàOgni volta che escludiamo una parte di noi – e ogni volta che facciamo la stessa cosa a livello sociale – alimentiamo la patologia e la devianza. perché l’esclusione dal gruppo prevalente altera le risposte della persona, aumenta il conflitto interiore e il conflitto sociale e contribuisce al proliferare di comportamenti antisociali. Quindi quando pensiamo di “ricondurci all’ordine” negando parti di noi, è molto probabile che, per farlo, useremo mezzi impropri di regolazione emotiva, come alcool, droghe, comportamenti devianti e così via. Siamo proprio sicuri di volere che l’ordine venga ripristinato in questo modo?

Cambiare diventando se stessi

Così cambiare diventando se stessi è un processo che ha due movimenti: da una parte quello di portare la consapevolezza in modo ampio, a tutte le parti di noi, riducendo il conflitto interiore per aspetti che riteniamo disfunzionali. dall’altra – a partire da questa sensazione di integrazione – coltivare e sostenere la crescita delle qualità di base della nostra mente originaria, andando davvero al di là di tutti i discorsi sull’argomento. Non una teoria quindi ma una pratica di chi siamo davvero e delle nostre autentiche qualità.

Ti amo non per chi sei ma per chi sono io quando sono con te. Gabriel Garcia Marquez

© Nicoletta Cinotti 2016

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Illustrazioni di ©Aya Rosen; Foto di ©ManicXMiner, ©catklein

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