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“Niente di ciò che è umano mi è estraneo”

paura di essere abbandonatoUno dei nostri bisogni primari è il bisogno di sentirci sicuri. E’ in nome del bisogno di sicurezza che attiviamo le nostre difese: è in nome del mantenimento di un livello di sicurezza accettabile per noi che proviamo rabbia. Dietro la rabbia infatti si trova spesso una grande quantità di paura. Paura che può avere vari nomi a seconda delle diverse situazioni relazionali: paura di essere abbandonato, paura di sbagliare, paura di essere giudicato, paura di essere escluso, paura di subire delle discriminazioni, paura di non essere all’altezza.
Sia la rabbia che la paura sono emozioni primarie, ossia sono quelle emozioni di base che contribuiscono alla strutturazione della nostra personalità e anche della nostra razionalità.

Emozione e ragione intrecciate insieme

Emozione e ragione sono state a lungo considerate due aree, separate e spesso in contraddizione, che esprimono istanze diverse delle nostre motivazioni interiori. Questa posizione ha subito un radicale cambiamento con i risultati delle
neuroscienze affettive. Quello che oggi sappiamo è che abbiamo un sistema emotivo di base che è fondamentale per lo sviluppo del nostro sistema di pensiero. Non solo emozione e ragione sono connesse ma il nostro sistema cognitivo nasce dalla qualità delle emozioni di base che sperimentiamo nel nostro sviluppo. Emozioni di base che vanno a costruire un sistema di credenze e pensieri che può diventare piuttosto rigido e insindacabile, proprio perché rafforzato dalla nostra fiducia, spesso incondizionata, nella giustezza delle nostre idee.

Attivare o dis-attivare i sistemi difensivi?

Ovviamente questa domanda è in parte paradossale: i nostri sistemi difensivi sono inevitabilmente presenti e non sarebbe immaginabile una realtà diversa.

Ciononostante in alcune situazioni le nostre difese e la loro attivazione creano una situazione che è peggiore del pericolo che intendono combattere o dal quale intendono proteggerci. Sono situazioni in cui agiscono come parti dissociate di noi o come parti delle quali non abbiamo più la padronanza. In questi casi – più frequenti di quanto abbiamo pensato nella clinica psicodinamica passata – sperimentiamo una sorta di situazione “non me”2. Facciamo qualcosa sotto la spinta di un forte impulso e, una volta scaricata la tensione, non ci riconosciamo pienamente in ciò che abbiamo fatto e possiamo arrivare a pensare che non lo rifaremo più.
Anche se non è vero, l’intenzione è sincera.

Niente di ciò che è umano mi è estraneo

Questa frase, di Terenzio, declina una posizione fondamentale per affrontare veramente il tema della rabbia che supera i limiti “di sicurezza”. Pensare che ci siano aspetti che non ci riguardano, pensare che ci siano espressioni emotive che non ci apparterranno mai, contribuisce infatti a creare un clima di vergogna e omertà che rende difficile intervenire adeguatamente quando si
verifica un problema connesso alla rabbia. Un clima di vergogna e omertà che riguarda sia le vittime di violenza che chi agisce la violenza. Pensare che una cosa “non debba accadere” nutre un silenzio e una solitudine difficile da rompere anche solo per chiedere aiuto.

Il primo punto da cui partire è proprio questo: riconoscere che non ci sono aspetti emotivi estranei ad una specifica relazione. Spesso nutriamo l’idea che alcune emozioni difficili, come la rabbia, la violenza, la gelosia, l’odio debbano – per principio – rimanere estranee alle relazioni affettive. Che non possano esistere tra genitori e figli, tra partner e, tantomeno, tra i curanti e gli assistiti o i pazienti. Ma davvero niente di ciò che è umano ci è estraneo e qualunque emozione può far irruzione sulla scena della relazione.
Questo presupposto è basilare per poter comprendere che solo un atteggiamento di consapevolezza, di non giudizio, di equanimità possono arrivare in quelle aree che, per vergogna, teniamo nascoste.

E che la vergogna – che in gradi diversi è sempre presente nelle nostre difese – è un potente strumento di mantenimento del problema e della difficoltà ed è una emozione che richiede il formarsi di spazi e luoghi di elaborazione, interni alle relazioni e interni alle strutture.

Imparare da un errore: la storia di Martin Bromiley

la famiglia BromileyAbbiamo già parlato, nelle scorse settimane, della storia di Martin Bromiley, la cui moglie morì per un banale intervento di adenoidi. Martin, in un momento in cui avrebbe avuto la ragione – come dicono i giornalisti – per chiedere giustizia – chiese invece un’altra cosa: la verità. Garantì ai responsabili del tragico errore la non denuncia ma chiese, in cambio, che tutti contribuissero alla ricostruzione di ciò che aveva costruito il terribile errore. Perché il suo obiettivo non era “chiedere giustizia” ma fare il possibile perché un simile errore non si ripetesse in futuro. Sapeva inoltre che i responsabili materiali e diretti di quell’errore probabilmente erano l’ultimo anello di una catena che aveva condotto a quella situazione. Se si fosse limitato alla denuncia, i responsabili sarebbero stati puniti ma non si sarebbe indagato sui molti fattori che avevano contribuito al crearsi di quella situazione e, probabilmente, non sarebbero state approntate misure preventive per evitare il ripetersi degli errori che avevano portato a quell’evento. Due anni dopo, su sua iniziativa, nacque il Clinical Human Factors Group, un gruppo che si occupa della prevenzione dell’errore umano nei processi di cura, una realtà attualmente molto influente in Gran Bretagna

Perché per Martin, questo lo sapeva, l’errore umano non è qualcosa che ci è estraneo e non è qualcosa che, per definizione, può essere considerato “estraneo” ai processi di cura. E’ una parte integrante di tutte le relazioni umane e ha costi dolorosamente alti. L’atto responsabile è dirlo, dirselo e muoversi nella direzione di comprendere, prevenire e riparare, piuttosto che andare direttamente alla punizione.

Questo non significa una facile assoluzione ma significa comprendere la complessità prima di banalizzarla e liquidare il problema con una soluzione. Come dice Ennio FlaianoUna volta credevo che il contrario di una verità fosse l’errore e il contrario di un errore fosse la verità. Oggi una verità può avere per contrario un’altra verità, altrettanto valida e l’errore un altro errore“. Ennio Flaiano conosceva personalmente cosa significa avere un figlio gravemente ammalato e, in uno dei suoi libri più belli, “La valigia delle indie”, parlerà della figlia Luisa – Lelè – affetta dall’età di 8 mesi da una gravissima forma di encefalopatia.

Cosa possiamo imparare  dagli errori e dalle situazioni di difficoltà che incontriamo è quindi la prima domanda che possiamo farci per andare oltre e camminare verso una vera strada di riparazione.

Uscire dall’accerchiamento

Spesso sottovalutiamo quello che vive la persona che agisce la rabbia. Una rabbia che nasce, molto frequentemente, dalla sensazione di accerchiamento e di impotenza. Nelle relazioni di cura i luoghi in cui più frequentemente si verificano episodi di violenza sono quei luoghi dove il bisogno è più alto e urgente: le sale d’attesa, i Pronto Soccorso, le strutture geriatriche. L’importanza del bisogno riduce la finestra di tolleranza delle nostre emozioni: ci fa sentire, impotenti e accerchiati. Non ci fa più vedere gli altri come esseri umani che lottano con difficoltà e fatica ma ce li fa apparire come “mostri” insensibili, in-umani o non-umani. E’ per uscire dall’accerchiamento che proviamo che esplodiamo. E’ perché abbiamo cercato di rinchiudere le parti di noi non accettabili ,che ne perdiamo il controllo; non sapendo percorrere la strada della consapevolezza, percorriamo la strada dell’esplosione improvvisa in cui alla fine, le persone dicono “Avevo ragione io” ma dicono anche ” Non mi riconosco quando faccio così”.

Spesso chi ha agito una violenza o ha costruito un clima di prolungata prepotenza giustifica il proprio comportamento con la ragione. E’ un tentativo di integrare quelle parti di se esplosive, di ridare interezza alla propria identità, negando le emozioni di paura e dolore che ha provocato nell’altro. Un altro che, anche se vittima, viene percepito come nemico.

Rinchiudere la rabbiaIl 70-75% delle persone che agiscono atti di violenza familiare (Dati dell’Osservatorio Nazionale Violenza Domestica) non risulta affetto da un disturbo psichico evidente e/o diagnosticato. Questo non significa che il nostro apparato di Psichiatria territoriale è inadeguato. Significa piuttosto che la violenza nasce “in persone come noi” che “sarebbero normali”, “Se solo le cose fossero più facili”. Significa anche che il 25-30% di pazienti psichiatrici che usano violenza agiscono un comportamento che non è estraneo anche a chi è sano.

Sono dati che devono farci riflettere. Che possono indurci a comprendere che “rinchiudere la rabbia in una scatola” come suggerisce l’autrice di un libro per bambini sulla rabbia, non è e non può essere una soluzione né, tantomeno, una scelta educativa. La scelta educativa è riconoscere che qualsiasi sentimento ci appartiene e che la differenza sta nella nostra consapevolezza e capacità di acquisire strumenti di espressione e regolazione delle nostre emozioni.

Gli eventi sentinella

eventi sentinellaIn Italia esiste un Sistema Nazionale di Monitoraggio degli Errori in Sanità (SIMES) che prevede la segnalazione, anche in caso di unico evento, di 16 diverse tipologie di errori che vanno dall’errore chirurgico, all’errore farmacologico e così via fino ad arrivare a “Atti di violenza a danno dell’operatore” e “Violenza su paziente”. Al 4° posto come numero di segnalazione si trovano “Gli atti di violenza a danno di operatore”. I numeri, quando parliamo di violenza, sono significativi ma non possono farci dimenticare che basta un unico atto di violenza perché sia troppo. E che gli “eventi sentinella” che siano errori strettamente clinici o errori legati alla rabbia, segnalano un problema che – come si legge nella scheda dell’Osservatorio nazionale sugli eventi sentinella – possono essere legati ad aspetti comunicativi, ad aspetti di formazione degli operatori e organizzazione del lavoro, a fattori ambientali, e a tecnologie sanitarie. In ogni caso richiedono l’attivazione di processi virtuosi che mettano in relazione le procedure di comunicazione, le procedure di intervento, gli aspetti regolazione emotiva, la supervisione, in modo che la consapevolezza del proprio stato mentale e dei fattori di rischio si accompagni a modalità comunicative strutturali e d’intervento efficaci e in grado di gestire sia la comunicazione verbale che non verbale, per non diventare ostaggio né della paura né della rabbia

Non essere ostaggi

essere ostaggiEssere un ostaggio significa diventare preda della situazione e rimanere bloccati senza la forza o il potere di intervenire. E’ una situazione molto comune quando la situazione di violenza, prepotenza o rabbia ha un carattere di minaccia continua. La denuncia degli episodi è difficile e spesso le vittime si vergognano di ciò che vivono quotidianamente o hanno paura che la denuncia aumenti il rischio di subire ulteriori aggressioni dalle quali non si sentono in grado di difendersi. Essere ostaggi però è qualcosa che, prima che nella realtà, nasce nel nostro stato mentale. Come dice un noto mediatore di conflitti americano, George Kohlreiser – intervenuto come negoziatore in moltissime situazioni in cui c’erano ostaggi- “Viviamo una vita attiva in cui non dobbiamo sentirci ostaggio di ciò che ci accade intorno. Abbiamo bisogno di essere consapevoli che il nostro stato mentale condiziona gli altri e se noi non ci sentiamo ostaggio, nemmeno gli altri saranno un ostaggio”.

Per non essere ostaggi abbiamo bisogno di ristabilire un legame di appartenenza con chi sta agendo violenza. Non condividiamo la sua posizione e il suo comportamento ma fino a che lo faremo sentire escluso non potremo stabilire con  lui nessuna negoziazione della sua aggressività. Dal punto di vista dell’aggressore – per quanto questo possa sembrarci paradossale – noi siamo i nemici. O troviamo un  modo di ristabilire un senso di appartenenza o continuerà a vederci come “oggetti nemici” da combattere, piuttosto che come esseri umani che, come lui, provano emozioni di paura, rabbia, sfiducia. Sentire e ristabilire la sensazione di appartenenza e di legame emotivo è il primo passo perché poi sia possibile calmarlo e calmarci.

PerchéTra vergogna e riparazione sia possibile una strada in cui camminiamo liberi dalla rabbia e dalla paura.

© Nicoletta Cinotti 2014

Riferimenti bibliografici
*1. Siegel D. J., Mindsight. La nuova scienza della trasformazione personale. Cortina Ed.

*2.Bromberg P. M.; L’ombra dello tsunami, Cortina Ed., Milano 2012.

 Kabat Zinn J., Mindfulness per principianti, Mimesis ed. Milano 2014.

Lowen Alexander, La Voce del Corpo,Il ruolo del corpo in psicoterapia,Astrolabio
Lowen Alexander, Il Narcisismo,l’identità rinnegata. Feltrinelli
Ogden P., Il corpo e il trauma, Istituto di scienze cognitive Ed.

Simeon D., Abugel J., Feeling Unreal, Oxford Press, 2006

 

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