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Non hai bisogno di nuove idee, hai bisogno di cambiare prospettiva

Lo scrittore irlandese Colum McCann ha spiegato una volta come ogni tanto cambiava il formato dei suoi scritti in un carattere piccolissimo—Times New Roman 8pt—così era costretto a scrutare e strizzare gli occhi su tutte le parole, vedendole diversamente.

Un artista minore, di fronte alla sfida di rivedere un manoscritto, potrebbe pensare prima di manipolare il  prodotto stesso: modificando la trama, aggiungendo paragrafi in più, inventando un nuovo personaggio. Ma la strategia di McCann contiene una verità cruciale sul lavoro creativo. Spesso, il modo per sbloccarsi non è il cambiare qualsiasi cosa tu stia guardando –ma piuttosto cambiare  il modo in cui la stai guardando.

Vediamo il mondo, e il nostro lavoro, attraverso le innumerevoli lenti dell’abitudine e di ciò che diamo per scontato –modi statici di pensare, vedere e agire, di cui normalmente non siamo coscienti. Ed è esattamente come deve essere: i nostri cervelli sono programmati automaticamente su più processi possibili,  in modo da riservare le risorse per l’imprevisto. O, come ha constatato il filosofo Alfred North Whitehead: “La civiltà va avanti se si estende il numero delle importanti operazioni che possiamo portare a termine senza pensarci.” Non riuscirai mai ad ordinare un burrito –figurati scrivere un romanzo o finire di revisionare un progetto- se devi pensare in modo consapevole su ogni singolo passo. Per prima cosa apri la bocca; successivamente metti la lingua nella posizione da formare le parole; poi attiva le tue corde vocali…

Questa tendenza al rendere le cose inconsce è una benedizione se vuoi fare la stessa cosa, più e più volte, ogni volta in modo più efficiente. Ma diventa un problema quando siamo chiamati a fare cose diverse -quando trovi un ostacolo nel lavoro creativo, o nella vita, e i vecchi metodi non sembrano funzionare più.

Lungo gli anni, i ricercatori hanno sottolineato numerosi modi in cui questi processi automatici ci fanno atterrare su un problema. Il più famoso è probabilmente il caso del “gorilla invisibile”, in cui gli psicologi Christopher Chabris e Daniel Simons hanno mostrato alle persone un video di una partita di basket, chiedendo quindi di contare i passi tra i giocatori.

https://youtu.be/vJG698U2Mvo

La metà ha scambiato un gorilla travestito che attraversava lo schermo per una persona; non stavano cercando quell’eccezione, così non l’hanno letteralmente vista. E ci sono parecchi altri esempi, come la cosiddetta “maledizione del sapere”, che descrive come gli esperti trovino difficile vedere un problema dal punto di vista di una persona qualsiasi, perché hanno perso la vista da quanta conoscenza specialistica hanno già. In altre parole, il tuo lavoro creativo probabilmente ha qualcosa a che spartire coi gorilla, semplicemente non sai abbastanza che dovresti guardare.

“Il vero viaggio di scoperta”, scriveva Marcel Proust, “non consiste nello scoprire nuove terre ma nel vedere con occhi nuovi.” Il trucco è coltivare quello che George Carlin chiamava “vuja dè”: uno strano senso di non-familiarità nel familiare, in modo da svelare opportunità o soluzioni che non avevi notato prima. Ma la domanda è: Come? Manipolare il mondo che vediamo attraverso le nostre lenti mentali ci viene naturale. Vedere e manipolare le lenti stesse, d’altra parte, sembra molto più duro: è come provare a spiegare a un pesce il concetto di acqua. Ma il trucchetto degli 8pt di Colum McCann indica la strada: molto spesso, la via d’uscita dall’acqua stagnante è rompere la familiarità con ciò a cui stai lavorando, spostando il tuo sguardo.

Una semplice tecnica è porre una distanza fisica  tra te e il problema. La ricerca suggerisce che la gente considera un’idea che viene descritta tanto più creativa quanto più ha avuto origine in un paese lontano, forse perché se la raffigurano, nell’occhio della mente, come “in lontananza”, cosi chè solo i suoi aspetti più importanti vengono fuori.

Per contrasto, quando ci se le immagina come se fossero a portata di mano, le idee è più probabile che finiscano arenate in dettagli irrilevanti, o nei cavilli della contraddizione. Forse questo è il motivo per cui sembra sempre che sugli aerei si abbiano le idee migliori, o durante un’escursione al Glacier National Park: le sfide sembrano lontane, così i principali contorni della soluzione al tuo problema, o il prossimo passo per il tuo progetto,  escono fuori.

Se saltare su un aereo non è tra le ipotesi del giorno,  prova piuttosto a simulare una distanza temporale: ciò che dice quel consiglio trito e ritrito di immaginarsi il discorso al tuo funerale. Guardando indietro alla tua vita da una prospettiva futura immaginata, è all’improvviso molto più facile vedere cosa conta davvero, quali battaglie vale la pena combattere, in che modo sarai fiero (o ti vergognerai) di dire che hai speso il tuo tempo. Altrimenti, esternando i tuoi pensieri scrivendoli su un giornale. Il fatto non è che avrai per forza una svolta decisiva, ma che relazionandoti con i tuoi pensieri in questa “terza persona”, allenterai la presa degli antichi presupposti, rivedendo i tuoi pensieri da capo, creando il terreno per nuove intuizioni.

Per finire, quindi, non importa esattamente come decidi di portare la svolta alle cose scontate che non vedi e agli sguardi fissi. Ciò che conta davvero, davanti a una sfida, è ricordarsi che quella sfida alla fine è solo un’opzione. La prossima volta che senti l’ansia di andare alla caccia frenetica di un’idea incredibile, non dimenticare che potrebbe bastare semplicemente vedere le vecchie idee in modo diverso. Con una pratica sufficiente, potresti addirittura raggiungere quello sguardo perfettamente fresco conosciuto dai buddisti zen come “mente originaria” –quella chiara e spaziosa condizione mentale dove, liberato da qualsiasi cosa pensavi di sapere sul mondo, puoi finalmente vedere quello che c’è davvero.

Oliver BurkemanOLIVER BURKEMAN

Oliver Burkeman è un giornalista del Guardian. Scrive la rubrica settimanale “This column will change your life”. In Italia ha pubblicato La legge del contrario: stare bene con se stessi senza preoccuparsi della felicità.

La traduzione di questo articolo è autorizzata per la nostra Newsletter. Ancora grazie a Silvia Cappuccio

Oliver Burkeman is the author of The Antidote: Happiness for People Who Can’t Stand Positive Thinking, and writes a column on psychology for The Guardian. He lives in Brooklyn, New York. Follow him at @oliverburkeman.

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