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Perchè le zebre non hanno l’ulcera

Perché alle zebre non viene l’ulcera?

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UNA SCOPERTA CASUALE

Molti anni fa Sapolsky, classe 1957, appena iscritto all’Università fu costretto a rinviare un seminario di primatologia per una malattia del docente, e decise di seguire un corso di neuroscienze. Da qui nacque una passione
che l’ha portato ad abbandonare la relativa tranquillità del laboratorio per affrontare il lavoro sul campo. Una definizione che si adatta perfettamente a questo neuroscienziato e biologo capace di conciliare il lavoro sul campo nel parco del Serengeti, dove da anni studia le interazioni sociali tra primati, con le esperienze all’università di Stanford, dove si occupa delle basi ormonali della relazione tra stress e degenerazione neuronale.
È anche uno degli insegnanti più popolari di Stanford e un divulgatore di classe capace di conquistare il pubblico ai suoi particolarissimi studi, che affiancano il lavoro in laboratorio – tra i suoi ultimi studi ce n’è uno sulle possibilità di utilizzare la terapia genica (per il momento solo su modelli animali) per prevenire i danni da stress – con l’analisi dei ruoli sociali all’interno di un ambiente non facile. «Ho dovuto imparare a interagire con gli esseri umani», ammette Sapolsky, un uomo schivo che dichiara di sentirsi più a proprio più agio con un libro in mano che in un campo sportivo.
«Indubbiamente il mio lavoro sul campo con i babbuini mi ha influenzato, nel senso che mi ha reso molto più attento alle interazioni tra individui, umani o animali, e mi ha fatto apprezzare l’importanza delle relazioni sociali», spiega Sapolsky «Può suonare ironico, visto che sono una persona piuttosto solitaria, che uno dei risultati più eclatanti dei miei 25 anni di osservazione dei primati sia avere scoperto che il supporto sociale ha un importante effetto protettivo nei confronti di vari tipi di stress e delle malattie ad esso collegate. E che questo sia emerso mentre trascorrevo lunghi mesi da solo in una tenda….»
Un’esperienza che l’ha inevitabilmente spinto a stabilire un certo legame con gli animali oggetto di studio, e a rispettarne per quanto possibile l’integrità. «Una delle ragioni per cui la maggior parte dei nostri studi sono su animali maschi, è che per fare prelievi le scimmie devono essere addormentate con un proiettile anestetico, che non è opportuno usare sulla maggior parte delle femmine che in genere sono gravide o stanno allattando»,spiega Sapolsky.
Per fortuna gli studi degli anni passati hanno fornito indicazioni importanti. «Quando ho detto che non conviene fare i bastardi a tempo pieno mi riferivo a un maschio estremamente aggressivo che si era inserito nel branco e aveva assunto un posizione dominante proprio grazie al suo atteggiamento. Studiando questi soggetti ci siamo resi conto che in questa fase gli altri maschi avevano, come previsto, livelli di cortisolo più elevati del normale e un rallentamento delle funzioni immunitarie. Ma a dare i risultati peggiori era proprio il maschio dominante, che pagava a caro prezzo la necessità di mantenere questi livelli di aggressività».

RUOLO SOCIALE, SUPPORTO FAMILIARE E SALUTE

«Per anni sono stato convinto che la mia scoperta più importante fosse aver capito che, potendo scegliere, la situazione peggiore in cui trovarsi era quella di un babbuino di basso livello nella scala sociale del suo branco, perchè diversi fattori fisiologici indicavano che questi sono gli individui che corrono maggiori rischi di ammalarsi», spiega. Approfondendo lo studio delle comunità di primati però qualcosa è cam- biato: «Nel corso degli anni mi sono reso conto che c’erano fattori che pesavano almeno quanto il ruolo sociale, come la personalità e il tipo di supporto su cui un individuo poteva contare da parte del suo gruppo», prosegue il ricercatore. «In altri termini, un maschio dominante che vede provocazioni dovunque avrà probabilmente uno stato di salute relativamente carente rispetto a quello dei suoi pari grado, mentre un maschio sottomesso, ma che può contare su un buon sostegno sociale, probabilmente starà meglio dei suoi simili più solitari». Il passaggio successivo è stato quello di rendersi conto delle diverse possibili definizioni di ruolo sociale e supporto familiare o sociale. «Un ruolo sociale inferiore può significare cose diverse in razze animali diverse.

ZEBRE E SCIMMIE.

«Non si tratta di antropomorfizzare gli animali, solo di evidenziare i tratti che hanno in comune con noi», spiega Sapolsky. È questa la formula che ne ha fatto un divulgatore di successo. Si tratti di articoli su riviste come Discover o The New Yorker. O di saggi come i due disponibili in italiano, Diario di un uomo scimmia pubblicato nel 2001 da Frassinelli (pagine416, euro16,53),e Perchéalle zebre non viene l’ulcera, la cui edizione ampiamente aggiornata – il testo originale è del 1998 – è stata pubblicata nel 2006 da Orme (pagine 656, euro 19).
Il primo – come annuncia il titolo originale Memorie di un Primate. Diario della vita non convenzionale di un neuro- scienziato tra i babbuini è il colorito resoconto delle ricerche sul campo «Parlo di scimmie e di uomini», spiega l’autore. «Solo che le scimmie sono leggermente meno folli, perché la pressione selettiva nella savana non lascia molto spazio per chi è fuori di testa».
Perché alle zebre non viene l’ulcera, spiega come il nostro organismo, e quello degli altri animali, reagisce agli stimoli dello stress. E lo fa ovviamente in “stile Sapolsky”, affiancando le inevitabili digressioni tecniche con pagine in cui l’autore traduce il linguaggio scientifico a modo suo – e allora la depressione diventa «un disturbo genetico/neurochimico che richiede un forte innesco ambientale e la cui manifestazione tipica è l’incapacità di apprezzare i tramonti» – e arricchisce il tutto con i soliti aneddoti in cui mette alla berlina con assoluta equanimità se stesso, i babbuini e altri illustri cattedratici. Il tutto corredato da un centinaio di pagine di note per chi vuole approfondire.

INTELLIGENZA A DOPPIO TAGLIO

Un’esperienza da cui anche noi umani possiamo imparare: «Dal punto di vista evolutivo la reazione da stress serviva originariamente ad affrontare situazioni di emergenza, per esempio a darci lo sprint necessario per catturare una preda o per evitare di diventarlo noi stessi», spiega Sapolsky.
«Il problema è che i primati, umani e non, sono molto intelligenti e abbastanza ben organizzati da avere tempo libero a sufficienza per rendersi infelici uno con l’altro e stressarsi reciprocamente. Insomma per utilizzare questo stesso tipo di risposta per ragioni puramente psicologiche. Il problema è che il sistema non si è evoluto a questo scopo, e un attivazione cronica ci mette a rischio di diverse malattie, come mostrano gli studi comparativi su umani e primati ».
La fisiologia insomma ha confermato quello che gli psicologi sapevano già. «Mettendo l’accento sull’importanza di tamponare questi stress psicologici grazie a una solida rete di supporto sociale e a un maggior controllo della propria vita», sottolinea il ricercatore. «In altre parole, siamo intelligenti quanto basta per farci del male ma queste stesse caratteristiche possono insegnarci a gestire meglio il nostro stress».
Anche se sugli effetti fisiologici dello stress resta ancora molto da capire .«Sappiamo dai miei lavori sui cercopitechi che alti livelli di cortisolo danneggiano l’ippocampo. E pensiamo, basandoci sull’osservazione di individui affetti dalla sindrome di Cushing, da forme gravi di depressione o da stress post traumatico, che le cose non vadano molto diversamente per gli umani», spiega Sapolsky. «Anche se abbiamo ancora molto da capire. Per esempio non sappiamo ancora esattamente se il danno dipenda da un’alterazione nell’attività neuronale, dal mancato sviluppo di nuovi neuroni o dalla morte di quelli esistenti»

MEDICINA INTEGRATA

Si tratta comunque di dati che la medicina ufficiale stenta ancora ad accettare. «Per ragioni diverse, in cui hanno un ruolo anche gli interessi economici e la pigrizia intellettuale», spiega Sapolsky «Ma il problema principale è l’approccio sempre più riduttivo della medicina moderna, che riesce a mettere in relazione i sintomi con la patologia, e con un pizzico di fortuna anche a proporre soluzioni efficaci, ma non a individuare le cause, i motivi per cui una persona si ammala, e di quella malattia in particolare. E questo perchè a questo punto nella maggior parte dei casi – anche se non sempre: pensiamo alle malattie genetiche – dobbiamo spostarci da un approccio riduzionistico ad una visione più complessa che comprende anche la psicologia, la sociologia, i sistemi sanitari. È il concetto stesso di stress e della sua relazione con la fisiologia a imporci di studiare una malattia in relazione all’individuo che ne soffre e al suo contesto. Non è un caso che i massimi successi ottenuti dalla medicina siano proprio contro virus e batteri, mentre per quanto riguarda patologie cardiovascolari, diabete, e altre malattie legate allo stile di vita i progressi sono molto più lenti».
È un approccio, quello di Sapolsky, per definizione opposto a quello che vede la malattia derivante esclusivamente da un virus o da una mutazione genetica. E che si potrebbe definire olistico, anche se il termine non gli piace troppo: «Mi fa pensare a qualcuno che afferma di riuscire a levitare sopra il suo tappeto da preghiera», commenta, «Sono convinto che l’approccio riduzionistico possa essere completato da quella che io amo definire medicina integrata. Però sarà un lavoro veramente duro…».
Tratto da “La rivista di Psiconeuroimmunologia” numero 2 novembre-dicembre 2007

a cura di Nicoletta Cinotti©

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