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Quando ho iniziato a meditare, e per i successivi 20 anni, ho fatto parte di una tradizione meditativa con una organizzazione molto strutturata. C’era un Guru che aveva la funzione di Maestro a capo di tutta la organizzazione e poi una serie di monaci che lo assistevano.

Direi che sono stati venti anni interessanti in cui ho sperimentato tutti i modi in cui ci si può sentire sbagliati. Prima di tutto essendoci molte regole era molto facile dimenticarne qualcuna. Poi, siccome una parte della pratica consiste sempre nel fare lavoro gratuito, ogni volta che cambiavo responsabile del settore dove offrivo il mio lavoro – mi occupavo di editing – cambiavano le regole. E sbagliavo qualcosa. Inoltre devo avere qualche tratto di personalità che suscita rimprovero: io e mio marito facevamo le stesse cose, lui passava inosservato. Io mi beccavo sempre qualche lavata di capo. In effetti, è vero, obbedivo per impegno non per convinzione. Una parte di me si ribellava a tutta quella struttura che sentiva estranea e ridondante. Non lo dicevo, ma, evidentemente, doveva uscire dai pori della pelle.

Comunque, siccome sono determinata e avevo capito che meditare mi faceva bene, continuavo, sentendomi l’ultima della classe. È stato un potentissimo lavoro sulla riduzione dell’ego, come dicono loro. Qualche volta mi sembrava anche che fosse un potentissimo lavoro di abbattimento dell’umore ma questo è un altro discorso.

Poi ho incontrato la mindfulness, in particolare il protocollo MBCT perchè, da sempre, ho una passione per la depressione. Mi sono innamorata. Nessun mantra, nessun maestro, nessuna regola. Nessuna cerimonia. L’incontro, silenzioso, con noi stessi. Un incontro non sempre facile. A volte doloroso ma nessuno che può dirti “questi sì, questo no”. Anzi, l’invito ad esplorare con totale profondità quello che c’è. È stato un sollievo di cui ho capito l’importanza solo con il tempo. Ha liberato la mia creatività, la mia voce, mi ha reso sinceramente indipendente da altre strutture tormentanti della mia vita. Mi ha permesso di scegliere se stare in compagnia o camminare da sola, senza sensi di colpa.

“Mi sono affacciato a questo mondo attraverso la porta dello Zen, che ha un approccio molto profano”, dice Jon Kabat Zinn. Jon Kabat Zinn parla molto del dharma, termine con il quale si indica l’insegnamento del Buddha, ma non è un buddhista e ripete più volte che dire che la mindfulness è buddhista è come dire che la gravità è inglese, solo perché è stata scoperta da Isaac Newton. Intervista a Jon Kabat Zinn su The Guardian

Qualche giorno fa sono di nuovo incappata in una struttura di meditazione organizzata. E sono successe esattamente le stesse cose: hanno fatto una lista di quello che andava bene e di quello che andava male. Hanno fatto riferimento ad un canone – che ovviamente era in loro possesso e che io malaugurata non conoscevo – e mi hanno detto che cosa dovevo fare. E ho capito, una volta di più, che il dolore che suscitano i rimproveri è il dolore di sentirsi controllati, di sentire negato il proprio diritto ad essere come si è. È il dolore di chi esercita un potere sull’altro. Ho anche capito che su certi argomenti non si può esercitare potere perchè si fa qualcosa di profondamente contraddittorio.

Ecco perchè amo la mindfulness: perchè ha struttura ma non una organizzazione controllante che decide cosa è giusto e cosa è sbagliato. Ha amore per quello che c’è e non per quello che dovrebbe essere. Lascia che le regole nascano dentro di noi e non le impone dall’esterno. Onora la nostra vocazione e ci aiuta a ritrovarla quando l’abbiamo persa. A coltivarla seguendo la propria intuizione. Nessuno è Maestro, nessuno è modello.

Forse, come dice mio figlio, sarò un’inguaribile anarchica.(Lui ama le regole, perchè ne ha ricevute poche e gentili).Io credo che questo sia declinare la libertà dell’esplorazione che ha rigore ma non crudeltà. Credo che sia declinare il rischio squisito di essere se stessi. Senza nascondersi dietro il giusto o lo sbagliato. Credo che sia fare passi nel vuoto e abitare il silenzio sapendo che è lì che nasce la creatività.

Mindfulness è fare amicizia con se stessi ed ascoltarsi e lasciare andare l’intollerabile peso di chi pensiamo di essere. E’ un atto radicale di sosta, di incontro con se stessi per un momento di pausa. È una modalità radicale per prendersi cura di sé; ed è un radicale atto di amore. Jon Kabat Zinn

Pratica di mindfulness: La consapevolezza del respiro

Questo radicale atto d’amore, che include errori e fallimenti e li considera occasioni fondamentali di apprendimento, questo radicale atto d’amore che riconosce e onora i doni dell’imperfezione, sarà il tema del prossimo ritiro di Bioenergetica e Mindfulness “A scuola di grazia e non di perfezione“(Clicca sulle parole in grassetto)  dal 2 al 4 Marzo. Ultimi posti disponibili

© Nicoletta Cinotti 2018 A scuola di grazia e non di perfezione Foto di ©Rosario Liberti

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