Seleziona una pagina

Praticare con la rabbia

La rabbia è uno dei sentimenti più frequenti e più forti. Difficile dire di esserne davvero immuni almeno in una delle sue molteplici sfumature. Tradizionalmente è considerata uno degli impedimenti della consapevolezza perché offre una visione limitativa della realtà: quello che ci ha fatto arrabbiare prende il primo piano e a volte addirittura elimina il resto dal panorama.

Nello stesso tempo sembra essere una delle emozioni di base, presente fin dalla nascita. Un ruolo quindi nel nostro sviluppo deve ben averlo. Questa fu una delle ragioni per cui divenne oggetto di uno dei seminari del Mind and Life Institute, con l’autorevole partecipazione di Paul Ekman, chiamato dal Dalai Lama proprio per approfondire il tema delle emozioni primarie, ossia quelle emozioni che sembrano far parte del nostro corredo genetico. L’argomento da approfondire sarebbe molto ampio e interessante ma per questo rimando al libro Emozioni distruttive.

Le questioni aperte

Quello che vorrei affrontare adesso è come possiamo praticare con la rabbia e che legame c’è tra mindfulness e bioenergetica, visto che apparentemente differiscono su questo argomento?

La rabbia ha un periodo refrattario, passato il quale riusciamo a riprendere contatto con l’ampiezza della prospettiva. Le azioni che nascono nel momento di crisi o nel successivo periodo sensibile spesso sono azioni che scatenano altra rabbia.

La pratica si ferma qui: nel farci notare come sia distruttivo alimentare il circuito della rabbia senza aver prima visto che cosa accadrebbe se aspettassimo la fine del periodo di distorsione percettiva causato da questa emozione. Non ci chiede quindi di eliminare la rabbia dal nostro panorama emotivo. Ci chiede di essere consapevoli del fatto che altera la percezione delle cose e che ha un periodo, susseguente l’episodio che ci ha suscitato rabbia, in cui rimaniamo vulnerabili a questa emozione. Se poi siamo noi che soffriamo di attacchi di rabbia intensi è importante sapere che possono presentarsi con un crescendo. Forse non riusciremo a non agire la rabbia quando siamo al culmine dell’emozione ma se ci rendiamo conto che siamo in fase crescente abbiamo la possibilità di evitare l’esplosione

La rabbia è contagiosa

La rabbia è un sentimento contagioso: se rispondiamo aggressivamente abbiamo buone probabilità che il nostro interlocutore faccia altrettanto. Se invece vediamo la foto di una persona arrabbiata non ha l’effetto di contagiarci, mentre il dolore si.

In questi giorni hanno fatto il giro del mondo le foto del piccolo Aylan; credo che fosse impossibile non provare un sentimento di compassione – magari di compassione irata – ma sempre di compassione si tratta, nel vedere quell’immagine. Le immagini di protesta non hanno il potere di suscitare la stessa reattività. Potremmo quindi domandarci se non esistono neuroni specchio per la rabbia mentre magari esistono per il dolore?

Forse la rabbia ha bisogno, per essere contagiosa, che sia diretta. Se assistiamo ad una lite non che non ci riguarda possiamo provare molti e diversi sentimenti, non è detto che ci contagi. O meglio ci contagia solo se c’è qualcosa che può riguardarci personalmente. La rabbia quindi, per attivare e attivarci deve essere sentita come una minaccia diretta e personale alla nostra incolumità, alla nostra dignità, ai valori in cui crediamo. Se non c’è un elemento più diretto siamo meno reattivi. Esiste quindi una relazione tra la rabbia e il contatto che andrebbe investigata meglio.

La rabbia e il contatto

Se siamo arrabbiati con qualcuno possiamo preferire di non trovarcelo davanti. Nello stesso tempo può essere molto più facile lanciare una bomba verso sconosciuti che colpirli guardandoli negli occhi, perché la realtà della presenza dell’altro, in alcuni casi, può funzionare come dis-attivatore. E’ più difficile compiere un atto direttamente aggressivo.Vedere il dolore degli altri invece ci rende, naturalmente, sensibili ad un sentimento di compassione.

Una delle ricerche di psicologia sociali più famose, quella sui pregiudizi, valutava il cambiamento nei comportamenti aggressivi di un gruppo di studenti che avevano espresso comportamenti razzisti, dopo che avevano avuto modo di conoscere e familiarizzare con la cultura che temevano. Conoscere qualcosa di più aiutava la riduzione dell’aggressività. Insomma mettersi nei panni dell’altro, magari attraverso un progetto di conoscenza della realtà che il nostro antagonista vive, aiuta a diminuire la rabbia. Sostiene lo sviluppo dell’empatia che spesso è attivatore del sentimento di compassione.Un altro elemento che fa pensare che ci sia una relazione inversamente proporzionale tra rabbia e compassione. Uno degli antidoti quindi per imparare a regolare la nostra rabbia è proprio quello di lasciar emergere con maggiore consapevolezza il sentimento della compassione

Il pericolo del superare la soglia

Poiché la rabbia produce una distorsione percettiva non solo può essere molesta per chi la prova ma può, con grande facilità, ferire le persone che  si trovano coinvolte. Inoltre noi abbiamo una specie di soglia: ci sono atti che non faremmo mai. Se li facciamo una volta però il rischio di ripeterli è molto amplificato. Facciamo un esempio: non tradiremmo mai il nostro partner. Se però l’abbiamo tradito una volta reiterare il tradimento ci risulterà meno difficile. Questo è vero, purtroppo, per tutti gli atti aggressivi. Agire la rabbia rinforza la possibilità – e la considerazione di liceità – della ripetizione. È importante quindi non sottovalutare proprio l’aspetto della ferita che infliggiamo agli altri e avere un percorso diretto ed esplicito verso la cura di quei sentimenti – come la compassione, la gioia compartecipe, la gentilezza e l’equanimità – che sono un naturale antidoto alla rabbia.

La regola che la ripetizione facilita la continuità è vera per tutto: anche per le cose positive. Il punto quindi non è tanto quali e quanti sentimenti negativi abbiamo ma quanto scegliamo di rinforzarli attraverso la ripetizione. Il problema non è arrabbiarsi una volta: il problema è fare della rabbia uno stile di vita.

Il ruolo della rabbia in bioenergetica

Lowen definisce, in uno dei capitoli di Arrendersi al corpo, la rabbia una emozione che guarisce. Specifica però molto bene che cosa vuol dire.

“Ogni muscolo cronicamente teso è un muscolo arrabbiato, dato che la rabbia è la reazione naturale alla restrizione coatta e alla perdita della libertà” (Lowen 1994,16).

La rabbia quindi, per Lowen, nasce come risultato della restrizione alla nostra spontaneità, restrizione che facciamo per sopravvivere alle minacce che percepiamo provenire dal mondo esterno. La repressione della rabbia sfocia nella repressione dell’amore: infatti reprimere i sentimenti è un processo mortificante che indebolisce la pulsazione interna del corpo, la sua vitalità e la sua eccitazione. Se si reprime un sentimento, si reprimono, in qualche misura, anche tutti gli altri. Ristabilire la nostra capacità di esprimere la rabbia non vuol dire però attaccare le persone della nostra vita. Vuol dire scaricare – nel contesto appropriato del setting psicoterapico – le tensione che la repressione del sentimento ha comportato, per evitare successive esplosioni e per permetterci di recuperare quei sentimenti di segno opposto – tenerezza, amore, protensione – che il blocco muscolare trattiene. Lowen infatti specifica bene che reprimere rischia di alimentare comportamenti di perdita di controllo. Inoltre le emozioni fanno parte di diverse costellazioni di risposta sia a livello fisico che neurologico. Se è attivo il sistema difensivo quello affiliativo, di cui fanno parte emozioni come l’amore e la compassione, è parzialmente inattivo, come dimostrano le ricerche delle neuroscienze affettive

E la padronanza di sé è, invece, un elemento importante per mantenere la consapevolezza di quello che ci accade.

Nell’organismo sano c’è un equilibrio fra contenimento ed eccitazione; l’individuo si sente libero di esprimere impulsi e sentimenti ma ha una padronanza di Sé che gli consente di farlo in modo efficace ed appropriato. In lui la mente e il corpo sono intimamente connessi.”(A.Lowen 1990, p.57)

Un po’ di storia non guasta

Nel primo e nel terzo numero della rivista Pulsazione – storica rivista pubblicata da Sugarco – ci fu un contributo proprio sulla relazione tra zen e bioenergetica. Nel primo numero David Wise scrisse un contributo su zen e bioenergetica evidenziandone assonanze e dissonanze che, nella sua esperienza di praticante, coglieva. Nel terzo numero venne raccolta la risposta del Venerabile Ryusui Zensen (l’italiano Fernando Nason fondatore di una delle prime scuole zen italiane) che era ancora più convinto di Wise delle assonanze tra zen e bioenergetica.

Ecco i punti salienti:

1. Entrambi portano l’attenzione alla corazzatura caratteriale e al suo progressivo allentamento.

2. Entrambi sottolineano l’importanza di accettare le emozioni qualsiasi esse siano.

3. Entrambe lavorano perché emerga un pensiero funzionale, ossia legato all’esperienza del momento presente

L’uomo è morbido e tenero alla nascita, rigido e duro alla morte: e dovunque, in ogni cosa, vale lo stesso principio. Anche le piante e gli alberi sono pieghevoli e tenere quando nascono ma si rattrappiscono e induriscono nella morte. Il duro e il rigido sono compagni della morte, mentre il tenero e il flessibile sono compagni della vita. Tao Te Ching.

Praticare con la rabbia

Con tanto autorevole e storico sostegno, vediamo cosa dice il maestro zen Ezra Bayda sul praticare con la rabbia, argomento a cui dedica un intero capitolo in “Essere Zen“.

praticare con la rabbia Con la rabbia noi perdiamo energia. Infatti alla sensazione di forza e vigore che possiamo provare nel momento dell’accesso rabbioso e nel periodo successivo, segue poi un senso di spossatezza quando non una vera e propria sensazione depressiva. È per questa ragione che spesso passiamo ad una fase repressiva che non ha però che l’effetto di alimentare l’esplosione dovuta alla perdita di padronanza, innescando quindi un circolo abbastanza ripetitivo.

Se invece scegliamo di esprimerla difficile evitare che si accompagni ad un rimuginare. In entrambi i casi – reprimerla o esprimerla – rischiamo di non fare davvero esperienza della rabbia.

Per fare esperienza dobbiamo abbandonare le strategie protettive che ci impediscono di provare il dolore sottostante alla rabbia. E per farlo imparare ad esplorare i propri pensieri, per esempio attraverso la notazione (Scarica il pdf I magnifici cinque: è un esempio di come si può fare una buona notazione dei pensieri). È un lavoro che richiede precisione ma che ci può permettere di arrivare a comprendere quelle che sono le nostre convinzioni di fondo che alimentano le reattività.

Il passo successivo

Il passo successivo è sentire esattamente cosa significa nel corpo la rabbia che proviamo, in modo non analitico e non storico. È il “cos’è”fisico dell’esperienza: quale tensione, dove, come cambia. La disponibilità a restare con l’esplorazione dell’emozione ci permette di non rinforzare l’identificazione con l’emozione stessa che è quella che produce una spinta all’azione.

È necessario ammettere che spesso amiamo la nostra rabbia, anche quando ci rende la vita difficile. Spesso scambiamo la sensazione di potenza che si accompagna alla rabbia per qualcosa di autentico e autoconvalidante. Ezra Bayda

Per praticare con la rabbia dobbiamo essere disposti a non considerarla un nemico ma la materia di cui è composta la nostra vita condizionata. E, prosegue Ezra, imparare a tenere la bocca chiusa anziché sfogarci non è compito da poco. Non lo facciamo però per reprimere ma per farne davvero esperienza nel momento in cui la proviamo e non entrare in quel leggero movimento dissociativo che l’esprimerla comporta.

Le tra fasi dell’esperienza emotiva

Concludo con l’ultimo suggerimento che Ezra propone e che gli è stato insegnato da Charlotte Joko Beck. Ogni volta che vogliamo fare davvero esperienza di una emozione proviamo a suddividerla nelle sue tre componenti: la situazione obiettiva, l’emozione stessa percepita nel corpo e i comportamenti che da essa sono scaturiti.

L’attenzione alla strategia comportamentale è una perla preziosa: permette infatti di approfondire e entrare in contatto con le convinzioni di fondo che alimentano la nostra rabbia e che ci intrappolano in schemi ripetitivi di reazione.

Fate caso alla rabbia ogni volta che si presenta. Consideratela il sentiero che porta al risveglio. Osservate come scaturisce dalle immagini non soddisfatte. Cercate di capire se la frenate o la esprimete. Se la esprimete prendete nota del sapore che ha: si esprime interiormente facendovi cuocere a fuoco lento, o la esternate, sia pure con mezzi sottili? Osservate se riuscite a identificare le convinzioni radicate. poi ritornate all’esperienza fisica della rabbia. Siate disposti a fare esperienza delle paure più profonde. Ricordate che vi sarà possibile solo quando decidete di mettere fine alle accuse. Volete mantenere il cuore richiuso nella rabbia? Ezra Bayda

La prossima newsletter sarà sulla paura. Stay tuned!

© Nicoletta Cinotti 2015

Foto di ©steta, ©Gloria Zelaya

Share This

Condividere questo articolo?